Ma chi me lo fa fare?
Franco Valente

Ogni volta che arriva l’estate mi assalgono i dubbi e le incertezze. Specialmente quando mi invitano a tenere conferenze e incontri di piazza.
A volte mi chiedo quale sia il successo dei racconti che vado facendo per far conoscere aspetti molto spesso poco noti del nostro territorio.
Credo che una parte consistente di questo sia da ricondursi a quei sindaci, a quegli amministratori o a quei signori che hanno il merito grandioso di conservare nel proprio paese l’interesse per la memoria storica della propria comunità.
Sono quasi sempre sindaci o amministratori locali, sensibili ed amanti della storia del loro paese, che cercano di utilizzare quel patrimonio culturale personale, piccolo o grande che sia, nella convinzione che, con manifestazioni come le mie o come quelle di pochi altri volontari della cultura, si permetta di estendere ad un pubblico più ampio una quantità di notizie che in genere appartengono alla ristretta schiera dei cosiddetti “addetti ai lavori”.
Vi assicuro che per me è un lavoro massacrante che toglie tempo alle mie attività professionali, alla mia famiglia, alla mia libertà personale, perché non so dire di no a chiunque mi chieda di andare ad illustrare qualche aspetto della loro tradizione culturale e della loro storia, del loro paese.
Qualcuno potrà dire che nessun medico me lo ha ordinato. E’ vero!
Ma così è e così mi piace che sia.
Il problema, però, è un altro.
Quest’anno avevo deciso di limitarmi a due soli appuntamenti: uno ormai tradizionale per la sera del 10 agosto a S. Vincenzo al Volturno e uno per la sera del 31 luglio a Montorio nei Frentani, dove sono rimasto catturato da una pittura che io considero una straordinaria opera di arte.
Poi si è aggiunta la pro-loco di Castel del Giudice per una illustrazione, il 6 agosto, delle croci processionali di quel centro.
Poi il sindaco di Capracotta per un incontro sulla storia di quel paese il 13 agosto.
Poi l’Associazione FARA di Carpinone per sentirsi raccontare l’epopea dei Caldora il 21 agosto.
Poi gli amici di Trivento per un incontro il 25 agosto nella chiesa di S. Maria di Canneto.
Poi il sindaco di Filignano che mi ha cooptato per il 4 agosto a parlare della Torre di Mennella.
Infine la risorta Associazione “Il Gruppo di Venafro” per l’incontro di questa sera per illustrare la storia del Castello Pandone e dei personaggi che lo vissero.
Ho l’impressione che questo blog mi stia rovinando l’esistenza… ma non è di questo che mi lamento.
Credo che ognuno di voi sia consapevole delle difficoltà che si nascondono per organizzare questa serie di incontri che, a prescindere dalle questioni logistiche, hanno bisogno pure di un minimo di studio!
Qualcuno dice che le cose “o le sai o non le sai“, per cui basta mettersi con un microfono in mano e parlare….
Non è esattamente così, anche perché se sbagli una sola data o il nome di un solo personaggio, crolla tutto il castello della credibilità che ti regge in piedi.
Vi garantisco che chi, come me, parla sempre a braccio, se non studia, rischia di fare pessime figure.
Orbene, se chi parla dovesse limitarsi solo a studiare e a prepararsi la propria conversazione, non vi sarebbe alcun problema. Basta mettersi davanti al proprio archivio elettronico, nella propria biblioteca e dedicarsi “all’architettura” dell’esposizione.
Questo, però, è cosa che si può fare nei paesi civili. In quei paesi dove l’apparato della Stato ti sostiene almeno moralmente. Dove l’apparato forse non condivide una sola virgola delle cose che fai, ma non ti impedisce il diritto di esprimerti.
In Italia, invece, siamo in pieno regime, ma non quello deprecabile del Fascismo.
Siamo nel regime dei Boiardi dello Stato.
Siamo in mano ad una pletora di Boiardi di cui abbiamo un fulgido esempio nella Cricca Risorgimentale associata per ora alle patrie galere che, a prescindere dalle mazzette che la Magistratura vedrà se intascavano o non intascavano, dimostrano che la struttura dello Stato stia in mano a personaggi che hanno poteri immensi che la politica non controlla, ma consente.
Per me la circostanza che rubino è irrilevante.
E’ più grave il danno che fanno alle istituzioni democratiche.
E’ un fiume di Boiardi inarrestabile. Si moltiplicano come gli zombi e se gli spacchi la testa ne diventano due, tre, quattro…. Se gli tagli una mano, diventano come i polipi.
Molti di essi dicono che l’unico principio normativo sia quello di non rubare. Qualcun altro dice che è importante non farsi acchiappare.
Poiché la mia fiducia nella Magistratura è scesa ai livelli di guardia, sono convinto, invece, che quello normativo sia l’ultimo dei problemi per i Boiardi dello Stato.
Se ne avessi il potere, li costringerei a frequentare qualche corso di filosofia morale, senza escludere il passaggio per l’archivio di Montecassino.
All’inizio del XVIII secolo Erasmo Gattola era l’archivista di Montecassino. Nella sua “Historia” riportò la trascrizione di un codice del XIII secolo dove, tra le altre cose, vi era l’elenco dei peccati che assolutamente non si dovevano commettere.
Tra i peccati più gravi vi era quello di tenere officium ad quod non sufficit.
Questo peccato, per gravità, era posto subito dopo la lussuria, l’apostasia, l’usura ed il furto!
Tenere officium ad quod non sufficit nella sostanza significa che è peccato gravissimo fare un’attività per la quale non si hanno specifiche capacità, ovvero non si è all’altezza. Sarebbe come mettersi alla guida di un torpedone dopo aver ingurgitato un paio di litri di Barbera sotto il sole torrido dell’estate.
Dunque a Montecassino (precorrendo i tempi, ma rimanendo inascoltati) già nel 1273 avevano considerato un peccato gravissimo la presunzione tipica dei nostri Boiardi pubblici di poter svolgere un ufficio senza avere la necessaria predisposizione (che non è la semplice conoscenza della norma).
Ogni riferimento al Direttore Regionale per i Beni Culturali che il Ministro Bondi ha mandato nel Molise è d’obbligo.
Sicuramente questo boiardo è rispettoso del settimo comandamento biblico. Non so come stia messo con la lussuria e con l’apostasia (peccati privati), ma sul modo di gestire il suo ufficio, ho rilevanti perplessità.
Mentre il Capo del Governo, che non scarseggia a lussuria, predica sull’importanza anche economica del patrimonio artistico, paesaggistico e culturale della Nazione, e ci invita a non uscire dall’Italia per utilizzarlo, sapete chi mette in pratica per primo tale consiglio?
Proprio quando il patrimonio culturale, artistico e storico regionale dovrebbe avere gli uffici aperti e la dirigenza a disposizione per organizzare, coordinare e promuovere attività culturali, il nostro Direttore Regionale cosa fa? Chiude il suo ufficio e se ne va in vacanza.
E mentre i siti archeologici vanno alla malora, i castelli sono rigorosamente chiusi, gli uffici regionali sono deserti, ci lascia il messaggio morale: “Fottetevi voi e il Presidente del Consiglio, quando ritorno ne parliamo!”