Franco Valente

Acquaviva d’Isernia

Franco Valente 14 settembre 2007 Il Molise, luoghi Nessun commento su Acquaviva d’Isernia

da Franco Valente, Luoghi antichi della provincia di Isernia, Bari 2003

(Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons)

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La più remota notizia di Acquaviva si ritrova, come per la quasi totalità dei nuclei che dipendevano dal monastero di S. Vincenzo al Volturno, nel Chronicon Vulturnense. E’ tratta dal racconto delle vicende dei conti Borrello che usurparono tra il 1039 ed il 1045 quasi tutte le terre che vanno da Alfedena fino a Colli a Volturno e tra esse anche Aqua Viva. Qualche anno dopo, al tempo dell’abate Giovanni V (1053-1076), Aqua Viva insieme agli altri nuclei ritornava nel possesso dell’abbazia perché i sacrilegos tyrannos venivano cacciati dalla Valle del Volturno. Addirittura il Ciarlanti fissa in Acquaviva (interpretando a modo suo il racconto di Michele Monaco) il luogo in cui furono interrogati i santi Casto e Cassio dal Preside della Campania quando li minacciò di farli crudelmente morire; ma perché stavano quelli forti nel santo proposito, li fè condurre al tempio d’Apollo, acciò che l’adorassero, e non adorandolo, fossero uccisi. Se ciò fosse vero (ma io ne dubito) Acquaviva esisterebbe dall’epoca dell’impero di Roma. E poiché sicuramente è più attendibilela Cronaca di S. Vincenzo, si deve ritenere che l’attuale nucleo urbano che si stringe attorno al castello (del quale rimane solo un malmesso involucro esterno) corrisponda al primo impianto longobardo. Un nucleo riconducibile all’epoca in cui i monaci dell’Abbazia furono autorizzati dai duchi di Benevento ad incastellare l’intero territorio dopo le ripetute invasioni saracene.

Acquaviva, dal punto di vista urbanistico ed ambientale, rappresenta un’occasione perduta. La superficialità e la mancanza di una precisa coscienza delle sue radici storiche ha portato alla quasi totale cancellazione delle peculiarità architettoniche che in altre parti del Molise comunque sono sopravvissute. Oggi occorrerebbe un po’ di coraggio per eliminare alcune superfetazioni di dubbio gusto che hanno stravolto il carattere antico del paese riducendolo ad una accozzaglia di mansarde, sopraelevazioni non terminate, verande metalliche che in qualche modo sembrano voler fagocitare l’imponente mole del castello che ancora resiste faticosamente agli assalti che gli si fanno dentro e fuori.

A vederlo da nord-est sembra che voglia difendere con il suo corpo murario tutto l’abitato. Una volta doveva essere estremamente complicato entrare. Un portale settecentesco è oggi incastrato nel vano che originariamente ospitava un ponte levatoio del quale si è persa ogni traccia. Per chi era dentro, una ripida scalinata costituiva di per sé una seconda possibilità di difesa perché in realtà essa portava ad un livello superiore che corrisponde ad una corte interna. Qui una bella nicchia è l’ultimo residuo di un apparato decorativo che definiva uno spazio aperto dal quale si sviluppavano percorsi interni ormai trasformati irreversibilmente.

Poco si sa delle vicende dei feudatari che l’abitarono. Carlo d’Angiò nel 1269 lo dette al francese Filippo d’Angosa. Poi, alla sua morte, l’intero feudo passò a Matteo di Rossiaco. Sappiamo che nel 1317 ne era titolare la seconda moglie di Roberto d’Isernia, Iacovella di Ceccano, e che intorno alla metà del XIV secolo Giovanna I concesse la titolarità di Acquaviva a Iacopo Cantelmo la cui famiglia ne rimase feudataria per molti decenni e forse fino alla metà del XVII secolo. In quest’epoca Acquaviva risulta attribuita ad un Andrea Carmignano la cui famiglia era potente fin dall’epoca aragonese.

Dei vari passaggi feudali non rimane alcuna traccia. Neppure uno stemma o una lapide che ricordi qualcuno dei feudatari più importanti.

Dal castello si gode un’ottima veduta su tutta la valle circostante. Attraverso un passaggio che ancora chiamano portello si può scendere alle case dell’antico nucleo. Rimangono qua e là tracce di antichi portali molti dei quali sono stati completamente rifatti in epoca immediatamente successiva al terribile terremoto del 1805. Quel sisma fu detto di S. Anna per essere accaduto proprio il giorno in cui si celebrava la sua festa. Anche la piccola chiesa di S. Maria del Rosario fu gravemente danneggiata, ma gli abitanti di Acquaviva un anno dopo già avevano ricostruito le parti crollate, come ricorda una rozza epigrafe sulla fenestella per mezzo della quale si può guardare all’interno senza entrare: SACELLUM HOC TEMPORE DESTRUCTUM ITERUM FIERI FECIT DEVOTIO POPULI A. D. 1806.

Ma forse la cosa più interessante di Acquaviva è la semplice ma imponente scalinata della chiesa di S. Anastasio, che è il santo patrono del paese da tempo immemorabile. Mi fa pensare alla scalinata dell’Ara Coeli di Roma per la sua articolazione che segue l’andamento naturale del terreno. In un punto si ramifica in una scala laterale che porta ad una casa privata il cui portale ottocentesco reca originali motivi decorativi che fanno da cornice ad uno stemma abraso per una sorta di damnatio memoriae. Così come è stato abraso lo stemma coronato che era sull’architrave del portale della chiesa. Il suo interno è ad una sola nave e vi si venerano i santi consueti del territorio: S. Lucia, S. Antonio. S. Emidio e soprattutto S. Anastasio che viene celebrato il 22 di gennaio di ogni anno bruciando rami di ginepro ammucchiati a formare grandi falò che profumano tutto il paese.

S. Anastasio è uno di quei santi il cui culto viene dall’oriente. La tradizione vuole che fosse figlio di un mago persiano e che dopo aver praticato la magia sia stato attirato dal culto cristiano. Recatosi a Gerusalemme fu battezzato prendendo il nome di Anastasio, che vuol dire Risorto. Dopo sette anni di vita monastica si recò a Cesarea di Palestina dove fu catturato dai Persiani e portato a Sergiopoli. Qui, nel 628, fu sottoposto a crudeli tormenti per essere poi decapitato insieme a sessantasei compagni. Il suo corpo alcuni anni dopo fu traslato a Roma e da qui cominciò a diffondersi il culto per le sue reliquie.

Prima di andare via da Acquaviva ci fermiamo al Bar dell’Albero, l’unico bar dell’unica piazza. Il caffè è ottimo, ma Marco che ci ha accompagnato preferisce un bitter rosso.

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