Franco Valente

Carovilli

Franco Valente 14 settembre 2007 Il Molise 5 commenti
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da Franco Valente, Luoghi antichi della provincia di Isernia, Bari 2003

(Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons)

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Carovilli è uno dei paesi più pittoreschi del Molise ed è facile arrivarvi dopo aver lasciato la Trignina all’altezza di Pescolanciano. Un paese variopinto, facile da capirsi, ricco di storia e di gente industriosa. Anche la moderna edificazione sparsa non è fastidiosa, forse perché le case sono fatte con il gusto essenziale dei montanari.

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Carovilli, senza che alcun architetto vi abbia messo mano, ha una delle piazze più belle della regione, dove si articolano, su vari livelli degradanti, i fondali degli edifici, ognuno con una funzione particolare, che ne definiscono il carattere. Sembra la piazza ideale perché c’è il municipio, la torre dell’orologio con le campane, l’albero isolato, la fontana con la statua di bronzo, il bar, la farmacia, la chiesa Madre (nel cui interno vi è la solita acquasantiera con il serpente che deve soffrire nell’acquasanta come a Roccamandolfi o a Caccavone) e la cappella della confraternita, il circolo operaio, il selciato in pietra, i gradini per sedersi. Una piazza fatta apposta per le feste di paese, per accogliere la sposa che esce dalla chiesa, per incontrarsi prima della messa, per parlare di cose semplici, per ospitare il mercato, per sentire i comizi, per assistere a un funerale, per darsi un appuntamento, per sedersi di notte a riflettere che si è spesso viandanti terribilmente soli.

Chi si è accanito a trovare nel nome del paese radicali italiche o rapporti onomastici con il terribile Spurio Carvilio, uno dei conquistatori romani, certamente ha sbagliato.

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Aveva ragione Giordano Fiocca, innamorato del suo paese con un velo di malinconica rabbia, che riteneva che nel termine Carovilli non vi fosse altro che un rotacismo, strana parola che vuol significare che la “l” nel dialetto si è trasformata in “r”, perché il nome antico, quello dei documenti, era Calvello. Paese che è stato patria anche di quel Berardus de Calvello che fu il suo più antico feudatario e di cui si ricorda il nome nel Catalogo dei Baroni normanni.

Ma cosa significasse calvello, nessuno lo sa.

Certamente la sua importanza, come tanti altri centri della regione, sta nel fatto che nel suo territorio sopravvivono testimonianze preistoriche (lo sa bene Bruno Paglione che ha un fiuto particolare per riconoscerle) che sistematicamente appaiono nell’agro o nelle sue grotte, oppure perché si trovano ancora avanzi imponenti di murature ciclopiche come quelle su monte Ferrante dalla sannitica memoria e dal nome spagnoleggiante, oppure perché i benedettini di Montecassino vi tenevano un insigne monastero, detto di San Pietro del Tasso, ricordato in epoca normanna per una delle tante usurpazioni dei terribili conti Borrello di Pietrabbondante.

Ma a una circostanza Carovilli deve parte della sua esistenza: il suo territorio è attraversato da un tratturello che fa da scambiatore tra i due tratturi Castel di Sangro-Lucera e Celano-Foggia, i più importanti della dorsale appenninica. Su quel tratturello, poco fuori dell’abitato, dove un piccolo pianoro domina l’ambiente circostante, si erge l’antica chiesa di San Domenico, dello stesso colore della lana delle pecore, mezze sporche e mezze pulite, che vi stazionano davanti, oggi come una volta, a brucare l’erba di un magnifico prato. Ma perché una chiesa dedicata a proprio a San Domenico? Forse non è per caso che si trovi su un pezzo di tratturo che è anche il luogo dove ancora oggi si tengono le fiere. Un luogo, cioè, di grande importanza soprattutto per i commerci legati alla transumanza.

Una volta ero convinto che la chiesa fosse dedicata a S. Domenico il grande predicatore. Poi don Mario, il parroco di Carovilli, un giorno mi aprì la porta e mi fece osservare che ai piedi della statua del santo titolare sopravvive un malandato serpentone che inequivocabilmente appartiene al santo di Sora meglio conosciuto come S. Domenico dei serpari. Sul sagrato, per guadagnare le indulgenze, si girava attorno alla bella croce stazionaria dai bracci gigliati, eretta nel 1811.

Ma a volte le chiese servono anche a ricordare cose terrene, perciò una lapide murata sulla parete esterna della chiesa ricorda, ormai inutilmente, che fu necessaria una sentenza del giudice Mazzocchi per ripristinare nel 1793, regnante Ferdinando IV di Borbone, il diritto che …alle Università di Carovilli e Castiglione fusse mantenuto il possesso d’esigere a tenore dell’antico solito la fida per gli animali così grossi che minuti che passano e pascolano fuori del Regio Tratturo l’erba riservata a bovi aratori di detta Università…”. Oggi a Carovilli si va per assaggiare i meravigliosi latticini che vengono preparati con il latte dei prati circostanti oppure per assaporare ottimi piatti migliorati dal prezioso tartufo che ormai è diventato uno dei punti forti per la valorizzazione di questa parte del Molise. Io vado spesso nel piccolo ristorante di Adriano che mi accoglie sempre con devozione filiale e mi riempie di orgoglio quando dice che del suo passato di studente all’Istituto Tecnico di Isernia ricorda solo le mie lezioni. Sicuramente non è vero, però mi fa piacere sentirlo dire.

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A qualche chilometro da Carovilli vi è la sua la frazione più importante, Castiglione, che, come lascia trasparire il nome, vanta un’antica origine perché il suo feudo è elencato tra quelli che appartenevano al richiamato Berardo di Calvello sotto il nome di Castelionem. L’abitato si trova a nord-est di un colle sul quale era originariamente posizionato l’apparato difensivo del nucleo più antico. Definitivamente abbandonato, secondo la tradizione popolare dopo la peste del 1656, rappresenta, con i ruderi della sua antica chiesa di S. Nicola, un punto di riferimento paesistico per chiunque attraversi il suo territorio. E di tanto, senza applicarvi moderne ferraglie, ha tenuto conto Luigi Bucci che ha ben restaurato quello che è rimasto dopo qualche secolo di oblio.

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5 Commenti

  1. testa salvatore 9 febbraio 2008 at 10:22

    bellissima e veritiera la sua descrizione della piazza di Carovilli. Purtroppo, però, oggigiorno sono nati dei pericolosi nemici delle nostre piazzette di paese: i centri commerciali.Questi si stanno sostituendo alla piazza nella sua funzione sociale. Le famiglie, gli amici, si danno appuntamento e trascorrono intere domeniche in questi luoghi.Addirittura a Isernia in uno di essi si è svolta una festa di Carnevale con tanto di bimbi in maschere, coriandoli e genitori a scattare foto( l’ho saputo da chi ci è stato). Assurdo. Ridiamo valore alle nostre piazze. Saluti Salvatore.

  2. Giancarlo 9 marzo 2009 at 22:55

    Ciao, vengo spesso a carovilli per mangiare in un agriturismo niente male, però volevo sapere cosa riporta la lapide posta al di fuori della chiesa di s.domenico, nel prato nei pessi della strada. Per l’esattezza la lapide riporta due lettere “TR” ed un simbolo (forse un roncone).
    Ho letto molte cose ma nulla a riguardo. Saluti.

  3. franco valente 10 marzo 2009 at 05:40

    Non conosco questa pietra. Comunque si tratta di uno dei tanti termini al limite del Tratturo Regio (TR)che si trovano spesso nel nostro territorio.
    Grazie per la segnalazione.

  4. Donatella Capo 13 dicembre 2013 at 19:19

    Come al solito chiaro ed interessante. Come tu hai scritto Il Calvello mi è passato per la testa che gli alti molisani, per effetto del rotacisno, dicesso R carvieglie che oggi e poi domani, è diventato Carovilli. Ma ancora oggi a Vastogirardi per dire Carovilli, si dice appunto R carviglie.
    Grazie come al solito per la cultura che ci trasfondi. E gli auguri per Natale te li facio più in la’.
    Un affettuodo abbraccio,dal la tua più grande ammiratrice Donatella Capo

  5. Franco Valente 13 dicembre 2013 at 19:22

    Donatella! Grazie!

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