Franco Valente

Pescolanciano

Franco Valente 14 settembre 2007 Il Molise 1 commento su Pescolanciano

da Franco Valente, Luoghi antichi della provincia di Isernia, Bari 2003

(Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons)

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Se volete capire perché Pescolanciano sta nel luogo dove sta, dovete recarvi presso il suo castello e, con le spalle all’ingresso, guardare verso nord-ovest. In lontananza vedrete una larga fascia regolare di verde che sembra superare la montagna come se fosse una enorme strada senza asfalto. è il tratturo che collega Castel di Sangro a Lucera. Vi accorgerete pure che tra gli alberi del bosco che copre la montagnola appare quello che rimane di una antica torre. Quel luogo, che ancora si chiama S. Maria dei Vignali, una volta era il feudo di Vinealim. L’attuale abitato di Pescolanciano, invece, si pone sopra la fascia tratturale, mentre l’antico centro urbano di Pesclum Lanzanum, aggrappato al grande masso che regge il castello, lo sfiora sul lato nord-orientale.

Qui vi è uno dei castelli più belli e più ricchi di storia della regione. Viene detto dei d’Alessandro, che ne furono gli abitatori e possessori più importanti, ma tra le sue mura si alternarono nel dominio di un vasto territorio altri illustri personaggi. Sappiamo per certo che nella prima metà del XII secolo, intorno al 1140, Pesclum Lanzanum era tenuto in feudo da quel barone normanno Berardo de Calvello (cioé di Carovilli) che teneva anche Vinealim, Pesclam Corvaram (Pescocorvaro presso Miranda), Cornaclinum (La Conocchia di Isernia) e lo stesso Carovilli per conto di Jollem de Castro Pineano che a sua volta era feudatario di Ugo II conte di Molise. Una sorta di sub–sub appalto.

Di Pescolanciano era anche quel Teodino di Peschio che fu giustiziere ai tempi di Federico II e Ruggero di Pescolanciano che, secondo il Capecelatro, fu mandato dallo stesso Federico a demolire le fortificazioni di Isernia e Carpinone. Il feudo passò ai d’Evoli che lo tennero fino all’arrivo degli angioini, quando appartenne alla famiglia Carafa della Spina il cui stemma quattrocentesco appare sul portale secondario (ma che una volta era il principale essendo posto sulla vera facciata) della chiesa di S. Nicola. Degli Spinelli che successero ai Carafa per pochi anni nessuna traccia in Pescolanciano. Così pure di Andrea d’Evoli che vendette il feudo a Rita de Baldassarre nel 1576, che era vedova di Giovanni Gerolamo d’Alessandro. Così, con il figlio Fabio che prese il titolo di duca nel 1594, Pescolanciano passò in mano ai d’Alessandro che ne furono feudatari fino alla eversione della feudalità continuando, comunque, a tenere la proprietà immobiliare fino ai nostri giorni con tutti i problemi delle divisioni ereditarie che si riflettono nella conservazione del castello che domina questa parte della valle del Trigno e del tratturo che vi passa.

L’interno della chiesa di S. Salvatore forse è tra i meno belli della zona. Non ha nulla di rilevante. Anzi sembra che gli arconi stiano cadendo da un momento all’altro per le irregolarità della loro sagoma. Però vi sono conservate pregevoli statue e tra esse certamente la più straordinaria è quella della Madonna Addolorata fatta dal grande Paolo Di Zinno nel 1765. Non ha nulla delle tipiche rappresentazioni della Madonna trafitta dalle spade perché è di un realismo eccezionale e sembra che sia stata colta nel momento in cui Cristo pronuncia le sue ultime parole: Mater ecce filius tuus!

Ugualmente bella la Madonna Incoronata appollaiata secondo il solito su un albero, opera locale del carovillese Emilio Labbate che la realizzò nel 1875. Costui fece anche il restauro della discreta Madonna Assunta, come ricorda una epigrafe del 1890. Nulla di particolare nella statua di S. Emidio vescovo che protegge dal terremoto, accompagnato da graziosi modellini di case, chiese e torri che sono ai suoi piedi. Dopo lo scampato terremoto del 1915 la statua fu fatta restaurare per mano di Nicola Fiocca.

Per decorare questa chiesa certamente i d’Alessandro non si impegnarono a trovare grandi artisti. Lo denota la rozza tomba in stucco (che comunque meriterebbe un accurato restauro) che raccoglie le spoglie del duca pescolano Fabio d’Alessandro, morto nel 1676. Ben diverso è il magnifico portale che si apre sulla facciata laterale, eseguito nel 1690 su commissione del duca Giuseppe, dopo una serie di trasformazioni dell’edificio. Solo approfittando di un saggio di Ettore d’Alessandro in corso di pubblicazione e dei lavori di restauro che si stanno facendo, ho potuto conoscere per intero l’epigrafe che vale la pena trascrivere per chi non può munirsi di una adeguata scala: D.O.M. / HAS VALVAS CVM SCA / LA EORVMQUE CONTENTA / ET ECCLESIAE SPECIALIORA VERVM / ETIAM ANNOSVM CASTELLVM / SVAM CAPPELLAM ADIVNGERE RE / STAVRARI FECIT DOMINVS D.JOSEPH / DE ALEXANDRO DUX PESCHILAN / CIANI NON SINE AMPLIATIONE / REFACTIONE ORNAMENTO DI / CTAE TERRAE BREVI TEMPORE / EIUSDEM VI CLAVSAE AC TER / MINATAE ANNO DOMINI M / DCLXL VI VITAM DE / GENTE P. INNOCENTIO / XII CAROLO II NOSTRO / REGE EPISCOPO IN HAC / DIAECESI F. ANTONIO / TORTORELLI. In quell’epoca fu realizzato anche il parapetto in muratura che protegge il sagrato e i d’Alessandro collocarono sulla testata il loro stemma dal leone rampante con la banda nera caricata di tre stelle.

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Ma il vero protagonista del profilo del paese è certamente il castello. Qui visse da duca quel Giuseppe d’Alessandro che divenne famoso per il suo celebre volume dedicato all’arte del cavalcare, pubblicato nel 1723. L’interno di questo castello risente delle vicende tipiche delle divisioni ereditarie e certamente solo un gesto di grande coraggio di una pubblica amministrazione forse potrà salvarlo da sicura rovina, trovando un auspicabile accordo con gli eredi naturali. Anche per conservare la memoria storica di questa grande famiglia che, nel bene e nel male, ha deciso le sorti di una vasta parte del territorio circostante per quasi due secoli. Solo così si potranno restaurare i marmi barocchi della cappella palatina seicentesca dove ancora qualcuno venera il corpo di S. Alessandro, patrono della famiglia. Solo così potrà avviarsi quella auspicata opera di recupero del patrimonio disperso delle famose porcellane che per un breve ma intenso periodo vi furono fabbricate nel XVIII secolo, prima che un misterioso incendio distruggesse la fabbrica. E solo così, forse, si potranno porre le basi per costituire un museo della civiltà della transumanza che nel castello di Pescolanciano potrebbe trovare degna ospitalità (possibilmente con un restauro rispettoso delle sue peculiarità storiche ed architettoniche).

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