Franco Valente

La Fontana dei Fauni nel castello di Civitacampomarano.

Franco Valente – Per una visita non fatta il 16 dicembre 2007

(Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons)

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La Fontana dei Fauni, che impropriamente viene chiamata Fontana sannita, è una delle tante misteriose fontane del nostro Molise. Oggi si trova nella corte interna al Castello di Civitacampomarano, ma proviene dalle campagne di Montefalcone dalla tenuta della famiglia dell’ultimo proprietario del castello.
La fontana mi ha particolarmente incuriosito e, in assenza di qualsiasi documentazione sul luogo di provenienza (almeno per il momento), solo un esame stilistico può essere di aiuto per capirne l’origine.

Non ci vuole molto per affermare con assoluta sicurezza che la fontana non abbia nulla di sannitico.
Chi si assunse la responsabilità di questa originale, quanto erronea, definizione evidentemente era rimasto impressionato dal particolare aspetto di quei quatto fauni che sono simmetricamente aggregati, quasi fossero delle cariatidi, ad un fusto circolare che regge la base quadrata sulla quale una volta era poggiata una statua a tutto tondo o, molto più probabilmente, un grande calice.

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Si tratta di quattro busti di fauni che sono rappresentati, prendendo spunto dalla tradizione classica romana, con le orecchie appuntite che fuoriescono da una lunga chioma divisa da una riga centrale e pettinata in maniera da concludersi con vistosi riccioli sulla fronte per due di essi o in forma liscia per gli altri due. Le braccia sono costituite da volute ioniche che segnano l’inizio della geometrizzazione del busto che si appoggia ad una semicolonna rastremata verso il basso la quale si conclude con una zampa vagamente leonina. Nella tradizione romana il fauno, corrispondente del satiro della tradizione mitologica greca, è quella divinità che frequenta i boschi e le campagne.

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E’ una composizione assolutamente originale e sicuramente estranea alla cultura artistica molisana. Specialmente a quella sannitica, dove non si ritrova mai un tal tipo di rappresentazione. Per trovare il bandolo della matassa ci si deve spostare ad un epoca molto più recente e cercare di capire chi possa essere stato il suo committente e conseguentemente il suo autore o la cerchia artistica da cui potrebbe essere stata prodotta.

La questione appare ardua se si tiene conto che l’opera non porta alcuna traccia di un dedica, di uno stemma o anche semplicemente di una data che già sarebbe un ottimo indizio almeno per collocare in una precisa epoca storica la sua realizzazione. E poiché non conosciamo neppure il contesto entro cui la fontana era posizionata, non rimane altra via oltre quella di seguire l’analisi stilistica degli elementi che la compongono e rintracciare nella sequenza dei personaggi che hanno dominato la scena politica e religiosa del territorio di Civitacampomarano i quali, per la propria cultura o per l’ambiente da cui provennero, potrebbero avere avuto una parte determinante nella realizzazione di quella fontana.

Vi sono due elementi che possono aiutarci a risolvere, sia pure non definitivamente, il dilemma. Il primo è il contenuto mitologico dei personaggi che ne costituiscono la peculiarità. Il secondo è l’aspetto compositivo.

La scelta di soggetti mitologici rientra in quel clima culturale del primo rinascimento che caratterizzò soprattutto la scena artistica romana. Nella prima metà del XVI secolo a Roma furono chiamati ad operare i migliori artisti italiani, molti dei quali, dopo aver prestato la loro opera a servizio di papi, cardinali e principi, non disdegnarono di spostarsi in altre regioni con prestazioni artistiche di cui spesso si è persa traccia o che, altre volte, non conservano neppure gli elementi minimi per attribuire la paternità delle opere.

Valga come esempio di straordinaria importanza nel Molise il ciclo di pitture del Castello di Gambatesa del quale conosciamo il nome dell’autore, Donato Decubertino, che solo un’attenta analisi stilistica ed iconografica ci ha permesso di ricondurre alla scuola romana del primo 500, preceduta da una frequentazione di ambienti regnicoli di Napoli o di altre regioni meridionali. Nel caso delle pitture di Gambatesa sappiamo che il committente fu Vincenzo di Capua, esponente di una delle famiglie più potenti del regno, considerevolmente accreditato presso la corte vicereale.

Anche per la fontana di Civitacampomarano, seguendo un percorso che certamente è più complesso per l’assenza di citazioni storiche o epigrafiche, la presenza della potente famiglia napoletana dei Carafa della Spina che ebbe parte importante non solo nella vita politica nel regno di Napoli, ma anche e soprattutto in quella religiosa con l’elevazione a papa di Giovanni Pietro Carafa con il nome di Paolo IV, ci può essere utile per tentare di dare una conclusione ai nostri interessi investigativi.

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Vi è, però, un secondo elemento nella Fontana dei Fauni di Civita che in qualche modo stringe il campo per l’attribuzione dell’opera ad un particolare momento dell’arte romana: la presenza di semicolonne rastremate verso il basso.

Questi due elementi, messi insieme, portano inevitabilmente a Roma dove il massimo artista che fece un particolare uso tale segno architettonico fu Pirro Ligorio che nel suo repertorio non solo attinse a piene mani dalla tradizione mitologica classica, ma utilizzò con particolare efficacia il pilastro rastremato verso il basso che già Sebastiano Serlio aveva rappresentato nel frontespizio del suo trattato di architettura. (S. SERLIO, I Sette libri dell’architettura,Venezia 1537)

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Sebastiano Serlio (1537)

Gli esempi più noti di lesene rastremate verso il basso si ritrovano nelle cariatidi del loggiato di Villa Giulia a Roma e nei telamoni del prospetto del fontanone di Villa d’Este che Ligorio realizzò a Tivoli.

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Villa Giulia Villa d’Este

Ma alcune circostanze ci permettono di sostenere cha l’attività di Pirro Ligorio si sia intrecciata in maniera determinante con le vicende della famiglia Carafa.

Pirro era nato a Napoli dalla nobile famiglia Ligorio (o Liguori) del Seggio di Porta Nuova. Nel 1534 si trasferì a Roma dove continuò la sua attività soprattutto come decoratore di facciate. Nel 1553 ebbe una notevole fama per aver pubblicato il Libro su’ i Circhi e Anfiteatri.

Nel 1557, come architetto rese i suoi servizi al napoletano papa Paolo IV (1555-1559) che gli commissionò la Fontana del Boschetto, nei Giardini vaticani, per un edificio che, essendo stato completato dal successore Pio IV, prese poi il nome di Villa Pia o Casino di Pio IV. Tra le altre cose è nota la sua lite con Michelangelo che, ormai anziano, fu definito rimbambito da Pirro Ligorio che era entrato ormai al servizio del papa napoletano.

Possiamo partire da questa circostanza per capire quanto fossero stretti i rapporti tra Pirro Ligorio e la famiglia Carafa non solo per le comuni origini napoletane, ma anche per gli apprezzamenti che i Carafa fecero della sua produzione artistica.

Giovanni Pietro Carafa era stato cardinale a Napoli fino al 1537, quando si trasferì a Roma. Sarà solo una coincidenza, ma nello stesso periodo anche Ligorio si era spostato da Napoli nella capitale a lavorare soprattutto per principi e cardinali romani.

Qualche anno dopo la morte di Paolo IV, nel 1567, mentre era papa Pio V, Carlo Carafa, nipote del papa Paolo IV e illustre esponente della famiglia napoletana, fu fatto vescovo di Guardialfiera. Carlo Carafa: nipote di Paolo IV Papa. Fu Pastore ricco di sapienza e di zelo, eletto vescovo il 24 marzo 1567. Si interessò per la erezione del tribunale in diocesi, per il retto governo di essa. Sulla porta della della sala dell’episcopio, detta della cancelleria, vi era la seguente iscrizione: “Sedente Ill.mo D. D. Carolo Carafa E.po G. Alferiae Residentia, tribunal et carceus erecta Nicolao Pilio Vicario Generali fieri curante. A.D. 1567”. Nel 1572 fu trasferito alla diocesi di Boiano (B. D’AGOSTINO, Termoli e la sua Diocesi, che riprende integralmente dal PIEDIMONTE, Istoria civile e religiosa in Contado di Molise).

E’ appena il caso di ricordare che la creazione di un tribunale nella diocesi rientrava nella politica repressiva di Pietro Giovanni Carafa che, prima di diventare papa, era stato il primo presidente del Tribunale dell’Inquisizione. Sulla situazione del Molise nella seconda metà del XVI secolo si veda “A. VITI, L’età post-tridentina nel Molise, Almanacco del Molise 1976, p. 69.

Ma non è solo questa la circostanza che lega Civitacampomarano, che in quell’epoca rientrava nella giurisdizione diocesana di Guardialfiera, alla famiglia Carafa. In maniera estremamente sintetica il Masciotta, senza citare la fonte, riferisce sulla concessione del feudo ai Carafa: Gianfrancesco di Sangro nella seconda metà del secolo XVI alienò Civita in favore della famiglia Carafa: e questa al declinare del secolo ne fece cessione alla famiglia Ferri.

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Lo stemma dei Carafa della Spina a Civitacampomarano

Del passaggio del castello ai Carafa abbiamo, peraltro, una testimonianza visibile nello stemma in marmo con l’insegna dei Carafa della Spina (Tre fasce di argento in campo rosso – avente la stessa attraversata, dal basso sinistro all’alto destro, in diagonale, da una spina di verde) che da quell’epoca sovrasta quello di Paolo di Sangro sul portale nord-orientale del castello.

L’epoca coincide, dunque, con la gestione vescovile di Carlo Carafa a Guardialfiera.

A questo punto è lecito immaginare che la presenza della Fontana dei Fauni nel territorio di Civitacampomarano sia stata fortemente condizionata dalla presenza dei Carafa in questa parte del Regno di Napoli e che la scelta iconografica e i caratteri stilistici della nostra fontana possano essere ricondotti al mondo artistico che ruotava intorno a Pirro Ligorio che fu il maggiore degli artisti che abbia lavorato per questa importante famiglia napoletana.

Ma la circostanza che più di ogni altra lega questa fontana al mondo romano e in particolare ai rapporti tra i Carafa e Pirro Ligorio è la complessa storia di Antonio Carafa, nato a Montefalcone il 25 marzo 1538 da Rinaldo e Giovannella Carafa, chiamato all’età di 15 anni come Cameriere Segreto di Paolo IV Carafa.

Rinaldo, detto “Carafello”, in seconde nozze aveva sposato Giovanna Carafa, figlia di Paolo (feudatario di Montefalcone) e di Elisabetta della Tolfa e in quella occasione divenne feudatario di Montefalcone.

Antonio Carafa rivelò immediatamente grandi doti letterarie. Fu allievo di Guglielmo Salneto che gli insegnò il greco e lo fece diventare presto uomo di cultura avviandolo a una grande carriera ecclesiastica che, però fu immediatamente interrotta alla morte dello zio papa.
Coinvolto in uno scandalo per aver protetto suo cugino il cardinale Alfonso Carafa, che aveva falsificato alcuni documenti per entrare in possesso dell’eredità del papa Paolo IV Carafa, fu perseguitato da papa Pio IV, suo successore, e costretto a rifugiarsi prima a Napoli e poi a Montefalcone.
In questo periodo si dedicò alla traduzione di importanti trattati dal greco in latino, trasferendosi anche a Padova da dove fu costretto a fuggire per tornare a Montefalcone.
Quando
nel 1566 divenne papa Pio V, fu ampiamente riabilitato e nel 1568, dopo una revisione dei processi che lo avevavo visto soccombente, fu fatto cardinale. Aveva solo 30 anni e da allora la sua carriera fu di altissimo livello, anche come diplomatico.

Ebbe un ruolo di rilievo quando divenne papa Sisto V che nel 1587 lo delegò a firmare un accordo con Filippo II al quale la Chiesa prometteva aiuti economici se avesse sostenuto una guerra contro l’Inghilterra.

Tra le altre cose, durante il papato di Sisto V, Antonio Carafa contribuì a sue spese al restauro della basilica dei santi Giovanni e Paolo.

Morì nel 1591 a Roma nella casa generale dei Teatini, la compagnia religiosa fondata nel 1524 da san Gaetano di Thiene e Gian Pietro Carafa quando questi, non ancora papa, era vescovo di Chieti.

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2 Commenti

  1. Elena Toscano 29 dicembre 2016 at 12:25

    Sono un’appassionata di genealogie. Se può essere utile alle sue ricerche, le segnalo che Carlo Carafa (1535-1608), vescovo di Guardialfiera, era figlio di Giovanfrancesco Carafa, 2° conte di Montecalvo , e di Lucrezia Carafa di Novi, cugina di 2° grado del Papa Paolo IV (tutti Carafa della Stadera).Mi piacerebbe sapere, se ci sono documenti, quale Carafa della Spina possedeva il castello di Civitacampomarano.

  2. Franco Valente 1 gennaio 2017 at 13:01

    Gentile Elena, ho una notizia molto sintetica ricavata dal Masciotta (Il Molise dalle origini ai nostri giorni) di una cessione del feudo da parte di Gianfrancesco di Sangro alla famiglia Carafa alla metà del XVI secolo. Questa l’avrebbe tenuta fino alla fine del secolo.
    I Carafa della Spina (parallelamente a quelli della Stadera) sono stati feudatari a macchia di leopardo di vaste areee del Molise.

    Spero di poter essere utile quando deciderò di mettere mano alla storia del castello… Auguri!

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