Franco Valente

I cavalli di Enrico Pandone nel Castello di Venafro

Castello sud

Estratto e rielaborato da “Franco Valente, Il Castello di Venafro, 1993″.
(Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons)

Se c’è un secolo nel quale gli artisti utilizzarono la figura del cavallo per esaltare complessivamente le proprie composizioni, questo certamente fu il Quattrocento. Il secolo successivo non fu da meno.

Chi non ricorda l’ Adorazione dei Magi di Masaccio, dove i cavalli sembrano colloquiare tra loro in disparte, o quella più articolata di Gentile da Fabriano dove una lunga teoria, nella quale si confondono uomini ed animali, si perde in un paesaggio fantastico, oppure quella di Domenico Veneziano in cui l’elemento più appariscente è il poderoso posteriore di un cavallo bianco.

Ugualmente straordinari i cavalli dei Salimbeni nella Crocifissione di Urbino o quelli in primo piano nel corteo dei Magi di Benozzo Gozzoli a Firenze. Cavalli rotondeggianti nelle forme e sicuramente contrastanti con quello scheletrico cavalcato dalla Morte che Gaspare da Pesaro eseguì a Palermo alla metà del XV secolo. Poi ancora con Mantegna, Pinturicchio, Ghirlandaio, Uccello, della Francesca e tanti altri, il cavallo entrò prepotentemente a far parte della vita quotidiana in grandi pitture che decorarono palazzi privati o chiese cattedrali di ogni parte della penisola, tanti singoli tasselli del più vasto quadro del Rinascimento italiano.

I cavalli furono pure gli elementi esaltanti delle figurazioni che Durer eseguì per una stampa dell’Apocalisse che ebbe notevole successo proprio sul finire del secolo, nel 1498, e che circolò pure in Italia agli inizi del secolo successivo proprio quando dilagava la peste del 1503 che fece di nuovo presagire l’arrivo della fine del mondo.

Oppure il cosiddetto Grande cavallo dove Durer mette a frutto gli studi leonardeschi e, soprattutto il desiderio di riportare tutta la composizione a quei moduli armonici che sono la base delle teorie di Luca Pacioli sulla divina proporzione. Basta osservare innanzitutto il formato del rettangolo in cui è inserita la scena che è ottenuto con l’applicazione di un modulo proporzionale derivato dalla radice quadrata di due. Geometricamente la figura si ottiene costruendo un quadrato sul lato minore. Il lato maggiore corrisponderà esattamente alla lunghezza della diagonale del quadrato appena costruito. Il grande cavallo certamente impressionò Caravaggio che lo utilizzò nella celebre Conversione di S. Paolo, come giustamente afferma Panofsky, il massimo studioso di Durer.

Queste immagini equestri certamente non furono indifferenti a chi del cavallo aveva fatto anche una ragione di vita, come è il caso di Enrico Pandone, che fu conte di Venafro agli inizi del Cinquecento.
Venafro è posta ai limiti sud-occidentali del Molise dove comincia la pianura volturnense della Campania tra il massiccio del Matese e gli ultimi contrafforti delle Mainarde.

Una pianura e tante montagne che erano in possesso alla famiglia dei conti Pandone definiti da Gennaro Morra, che ha scritto la loro epopea, signori di Venafro e di molte terre.
Enrico Pandone ebbe personalità controversa, inquieta e, sotto certi versi, originale nella monotona quotidianità locale. Non volle accontentarsi di gestire l’eredità che gli aveva lasciato suo padre Carlo e frequentò, fin dalla età più giovane, ambienti e compagnie che certamente gli permisero una maturazione culturale di cui si ritrova traccia nelle cose che realizzò nella sua città.

Fece parte dell’Ordine dei Cavalieri Templari ed ebbe contatti non episodici con l’aristocrazia partenopea dell’epoca, tanto che il suo matrimonio con Caterina Acquaviva d’Aragona fu celebrato nel 1514, con fastoso apparato scenico, nel palazzo napoletano degli Acquaviva duchi di Atri.
Egli compiva allora 20 anni, essendo nato nel 1494, ed aveva ricevuto la contea di Venafro dalla madre Ippolita d’Aragona che l’aveva mantenuta nel periodo in cui, dopo la morte del marito Carlo, Enrico era ancora minore.

Come gli altri collaterali della sua famiglia, si barcamenò per conservare quei possessi e quei privilegi che permettavano ai Pandone di controllare una consistente area geografica della penisola italiana corrispondente ad un territorio che comprendeva interamente l’alta valle del Volturno nonchè la contea di Boiano e tutta la fascia settentrionale ed occidentale del Matese.
Comprese che l’organizzazione castellana, alla quale si era applicato il padre con grande dispendio di denaro per una ristrutturazione funzionale della residenza venafrana, non era più adatta ai tempi e promosse di conseguenza una riconversione della sua proprietà non solo sotto il profilo economico ma anche sotto quello architettonico attribuendo al suo castello soprattutto una funzione di rappresentanza (o perlomeno queste furono le sue intenzioni).

Prima di essere travolto dagli avvenimenti che culminarono nel 1528 con la sua esecuzione capitale per alto tradimento verso la casa regnante, avendo voluto seguire la fallimentare avventura di Lautrec, Enrico era divenuto uno dei più rinomati allevatori di cavalli del Regno di Napoli.
Introdusse a Venafro forme e concezioni architettoniche che si legavano certamente alla presenza dei Sangallo a Montecassino nel primo quarto del XVI secolo, come risulta dagli elementi costruttivi del loggiato della sua residenza urbana o dei giardini all’italiana ai piedi della montagna accosto al fossato del castello, oppure, ancora, dei giardini e della peschiera della corte alle sorgenti del S. Bartolomeo, subito fuori della cinta urbana.

Nel quadro complesso ed articolato delle dispute che caratterizzarono il territorio volturnense ed il periodo storico a cavallo dei due secoli XV e XVI, la figura di Enrico emerge proprio per il suo desiderio di uscire dai confini costrittivi della contea che aveva ereditato.
Anche i tentativi di spaziare nel mondo di un’arte e di un’architettura che in fin dei conti appariva ancora d’avanguardia in un momento in cui non ancora erano superate le radicate concezioni del sistema medioevale, sono una implicita conferma della sua forte personalità che prescinde dagli avvenimenti che lo portarono ad un drammatica e prematura scomparsa.

Ma oltre le trasformazioni architettoniche, Enrico Pandone curò che si decorasse tutto il piano nobile del Castello con una serie di pitture di cui ci sono rimaste significative tracce dopo le pesanti manomissioni operate a più riprese, nei secoli successivi, non esclusi quelle del restauro in corso, per adattare gli ambienti ai più disparati usi.

Si tratta di un ciclo di raffigurazioni interamente dedicate ai suoi cavalli, che costituisce una straordinaria ed originale documentazione della passione che il conte venafrano aveva per essi. Nel Regno di Napoli, ed in particolare nella prima parte del XVI secolo, si andava consolidando una tradizione equestre che avrebbe costituito un punto di riferimento per tutte le corti europee, come dimostra la fama che ebbe Nicola Pagano, celebre cavallerizzo che fu maestro di Federico Grisone il quale avrebbe raccolto in un volume più volte ristampato, “Gli ordini di cavalcare”, tutte le esperienze che aveva maturato in una lunghissima esperienza vissuta fin dalla fine del secolo precedente.

Per quanto riguarda l’attività equestre presso la corte dei Pandone di Venafro bisogna ricordare che Carlo, padre di Enrico, in punto di morte si era preoccupato di fissare una rendita annuale di 20 ducati a Lucio Schiavone, maestro della sua scuderia e quindi maestro di equitazione del figlio.
Non abbiamo alcuna notizia di questo personaggio e solo il suo nome ci permette di ipotizzare una sua origine slava legandola ad una consolidata tradizione equestre di quella parte d’Europa corrispondente alla Slavonia, la terra degli Schiavoni.

La presenza così diffusa delle raffigurazione dei cavalli nel castello di Venafro è comunque la testimonianza che il gusto per l’equitazione era stato profondamente inculcato nella educazione di Enrico e che tutta la sua vita quotidiana in qualche modo era condizionata dalla attività di allevatore di razze equine pregiate.
Attraverso una paziente opera di ripulitura delle stratificazioni sovrapposte di intonaci o scialbature, sono state fino ad oggi individuate una ventina di immagini di cavalli e solo per una decina di essi é stato possibile un recupero quasi integrale.

Il restauro completato della stanza sottoposta al loggiato permette di avere una idea chiara della tecnica adoperata e dei valori cromatici, oltre che compositivi, delle pitture, il cui autore probabilmente resterà sconosciuto. Si tratta di una tecnica mista, eseguita con il metodo dello “stiacciato”, cioè mediante la creazione di figure a rilievo schiacciato, realizzate in modo da esaltarne l’effetto volumetrico. Sull’intonaco rifinito ed ormai asciutto veniva impostata la sagoma del cavallo in grandezza naturale ed all’interno di essa veniva modellata una stuccatura a bassissimo rilievo sulla quale, con i colori dati a fresco, si rifiniva la figura. Sulla restante parte della parete, con colori a tempera dati a secco, si eseguivano le epigrafi dedicatorie.
Intanto va notato che durante le opere di restauro è venuta fuori una grande quantità di graffiti la cui lettura in qualche modo contribuisce a conoscere il contesto entro cui si collocava la figura di questo personaggio venafrano.

Tracce molto spesso assolutamente indecifrabili, ma che in alcuni casi permettono di approfondire aspetti anche personali della vita di Enrico, come la Croce del Santo Sepolcro incisa su una pietra allo spigolo dell’androne del cortile, subito prima dello scalone principale.
I graffiti sono eseguiti spesso in maniera rozza, a carboncino, e riportano brani di poesie oppure si riferiscono a soggetti evidentemente legati alle esperienze quotidiane di coloro che lavoravano al Castello. Queste rappresentazioni popolaresche in qualche modo possono farci comprendere che in quell’epoca le maestranze probabilmente non erano formate solo da gente locale o perlomeno che queste avessero maturato esperienze anche in ambienti esterni al territorio venafrano.

Per esempio è particolarmente interessante, nella stanza attigua al salone, l’immagine caricaturale di un personaggio dal costume orientale, con pantaloni larghi e copricapo a zucchetto con alta piuma, nell’atto di suonare una zampogna. Questo strumento musicale era certamente già largamente conosciuto nella Valle del Volturno, come dimostra anche un affresco del secolo precedente nella chiesa di S. Michele a Roccaravindola e probabilmente era usato anche nei momenti di pausa dei lavori al Castello. Tra le frasi che a malapena si riconoscono ve ne sono alcune ricavate evidentemente dagli adagi popolari, come queste:
“Chi teme morte no è dygnyo de vyta”,
“Se por pena se allonza glorya, yo spero vyctorya”.
“L’amor de speranza sol m’avanza”.
“L’uno è quello morto, dopo della bugia”.
“Chi vive in speranza, il vento se la mena”.

Tra esse, a lato della finestra della stanza dei cavalli da passeggio, ce ne è una in particolare che costituita da due versi poetici:
TIMIDA ARDITA VITA DEGL’AMANTI
CH’UN POCO DOLCE MULTO AMARO APPAGA.
Sono due versi di Francesco Petrarca.Petrarca è morto nel 1374
Le rime del Petrarca pare siano state stampate più o meno nel 1472-1474.
Gli affreschi dei cavalli furono realizzati intorno al 1524, quindi circa 50 anni dopo la pubblicazione delle Rime di Petrarca.
Appare evidente che il libro delle Rime facesse parte del bagaglio del pittore che, prima di imbiancare definitivamente le pareti, volle lasciare il messaggio amoroso scrivendolo con un carboncino nella piena consapevolezza che dopo non sarebbe stato più letto.
Invece il futuro non sempre coincide con le aspettative dei viventi e così la caduta della pittura ha rivelato un aspetto poetico dell’artista del quale, comunque, non sappiamo il nome.

Oppure, tra le epigrafi, quella più tenebrosa, oggi scomparsa ma prima sull’architrave della porta a piano terra che immette alla piccola e buia stanza della torre meridionale: “No penzasse viver chi qui trase”
Ugualmente singolari sono le tante rappresentazioni di caravelle, come quella che è venuta fuori nella parete della stanza che è di fronte al loggiato, o di barchette, come quelle nello sguincio della finestra della stanza sottostante il medesimo loggiato.

In questo ultimo ambiente sono rappresentati, sulle quattro pareti, altrettanti cavalli in grandezza naturale ed in posizione ferma. Sono tutti bardati con sella e finimenti da passeggio, compreso il morso. Ognuno è segnato con il marchio dei Pandone, costituito da un quadrato che circoscrive un altro quadrato ruotato di 45 gradi con una piccola croce sul vertice ed una grande H al centro che ricorda l’iniziale di Henricus.

Per ciascuno una epigrafe riporta il nome, la razza e le caratteristiche. Il primo è: LO BAIO FAVORITO CHE E DE QUESTA / TAGLIA RETRACTO DE NATURALE / DE QUATTRO IN CINQUE (ANNI) / A DI XIIII DE GIUGNIO / MDXXIIII / CHE HAVE SERVITO PER STALLONE / ALLA RAZZA NOSTRA.

E’ un cavallo baio in posizione di stallo, bardato con sella ad arcioni simmetrici e seggio in cuoio rivestito di panno morbido di colore beige con bordo amaranto. Il passante, forse in canapa, che lega con un fiocco l’arcione posteriore al petto del cavallo, è foderato con lo stesso panno della sella. La staffa è a pianta larga con risvolti pieni, arcuati in alto, ed è quella tipica per i cavalli da passeggio per il fatto che si adatta a calzature piuttosto leggere. La capezzina è arricchita da vistosi fiocchi penduli bicolori come il manto.

I particolari del morso si ricavano dalla sua rappresentazione a lato. Le caratteristiche del morso, che, come vedremo, si differenzia per i vari cavalli ritratti, evidentemente era utile per far conoscere il livello di docilità dell’animale, essendone in uso nel cinquecento una grande varietà, in funzione del grado di costrizione che doveva adottarsi.

Il secondo è: DERIANI CAIRATO FAVORITO CHE / E DE QUESTA TAGLIA RETRATTO / DE NATURALE DE QUATTRO IN / CINQUE ANNI A DI XX DE / GIUGNIO MDXXIIII. La figura nel complesso è molto simile alla precedente, anche se in posizione speculare. Sulla mascella sembra si possa scorgere l’H del marchio di Enrico Pandone.

Il terzo è: LOLIARDO DE LA VOCE FAVORITO / CHE E DE QUESTA TAGLIA RE / TRATTO DE NATURALE DE / QUATTRO IN CINQUE / ANNI A DI XVI DE GIU / GNIO MDXXIIII / CHE HAVE SERVITO PER STALLONE / ALLA RAZZA NOSTRA.
E’ un mezzosangue dal pelo nero, bardato con sella in cuoio con sottopancia in canapa. Alla cinghia, anch’essa di cuoio, è imbracata la fascia foderata che blocca l’arcione posteriore. Il soprasella è in panno a vistose fasce rosse e bleu. La staffa, come per gli altri, è a pianta larga con risvolti pieni arcuati. Anche in questo caso i particolari del morso sono rappresentati a lato.

Il quarto è: LO LIARDO COTUGNO FAVORITO CHE / DE QUESTA TAGLIA RETRACTO / DE NATURALE DE QUATTRO IN / CINQUE ANNI A DI X DE GIU / GNIO MDXXIIII. E’ un cavallo simile, anche nella bardatura, al precedente, solo che in questo caso le fasce del manto sono in colore verde ed amaranto.

Un particolare, apparentemente marginale ma sicuramente originale e significativo per comprendere il clima che aleggiava nell’ambito della vita familiare e di corte di Enrico, è costituito da una figurazione che appare in questa stanza al disopra della porta. Si tratta probabilmente della schematizzazione di un gioco che ritroviamo fino a qualche decennio fa nella tradizione infantile venafrana e che va sotto il nome di “gallo zoppo”(“ualle ciuoppe”), una variante del gioco della campana. Da un medaglione a cerchi concentrici decorati con semplici motivi floreali si dipartono otto raggi simmetrici, con terminazione a doppio uncino, che raggiungono, senza toccarla, una fascia perimetrale costituita da un coppia di cerchi rossi. Un cerchio nero più largo, ugualmente concentrico, definisce il limite del disegno che, nella pratica del gioco veniva eseguito su un piano orizzontale.

Sul filo interno ed esterno del cerchio nero più grande, in corrispondenza dei raggi, sono riportate, a due a due, le sagome del piede del giocatore nei vari momenti, per complessive 16 posizioni, con il limite da rispettare e la direzione da tenere.

Da come sono poste le sagome si desume che dovevano essere compiuti almeno sedici saltelli, prima su un piede e poi sull’altro, senza calpestare la linea nera, salvo che in due punti diametralmente opposti.

Al disotto della figura, sull’architrave della porta, era rappresentata una spada di cui rimane solo una parte dell’elsa.

In un’altra sala, su una delle pareti corte, vi è raffigurato uno dei cavalli più importanti e cioè quello che dovrebbe essere stato donato a Carlo V per ringraziarlo della concessione della contea di Boiano.

Questa l’epigrafe molto rovinata: LO LIARDO SAN GEORGE FAVO / RITO CHE E DE QUESTA TA / GLIA RETRACTO DE NATURA / LE E DI QUATTRO IN CIN / QUE ANNI A DI VII / DE OCTOBRE / MDXXI / MANDATO ALLA MAESTA CESAREA / … VIII DEL MESE DE / OCTOBRE MDXXII.

Sulla parete di fronte vi è l’immagine del cavallo che ha la bardatura più decorata per avere una sella così lavorata da sembrare coperta da un broccato di velluto a motivi floreali. Inoltre sul posteriore pendono tre cinghie ornamentali, secondo un modello che ritroviamo particolarmente rappresentato nelle pitture analoghe del secolo precedente.

Così è descritto dall’epigrafe: LO BAIO STELLA GINECTO FAVORITO CHE E DE QUESTA TAGLIA RETRACTO / DE NATURALE DE QUATTRO IN CINQUE ANNI A DI XXIII DE MAGIO MDXXIII.
Annibale Caracciolo risulta essere il destinatario del dono: MANDATO ALO S. ANIBALE CARACCIOLO GENTILOMO / NEAPOLITANO DEL ME / SE DE MARZO MDXXIIII.

Degli altri cavalli della sala si sono quasi completamente perdute le epigrafi e sono recuperabili solo parzialmente quelli della parete lunga, opposta alle finestre.

Il primo a sinistra è un cavallo che scalcia e che fu donato nel 1523 ad Annibale Pignatelli, come asserisce l’epigrafe sottostante: DONATO ALO S. ANIBALE PIGNATELLI / … NEAPOLITANO CHE / LO A PORTATO A LA CORTE / NEL MESE DE MAGIO / MDXXIII.

Più in basso il nome e l’età: LO LIARDO SCORBONE ASPRO FAVORITO CHE DE QUESTA TAGLIA RE(tracto) / DE NATURALE DE QUATTRO IN CINQUE ANNI A.D. XXI DE MAGIO M…

Il secondo cavallo che si vede sulla.parete rimase in proprietà al conte per la riproduzione: CHE HAVE SERVITO PER STALLONE / (alla) RAZZA NOSTRA.

Al disotto si legge il nome: LO CORBO FAVORITO CHE E DE QUES(ta) / (taglia retracto de quat)TRO IN CINQUE ANNI A.D. VII DE …

Il terzo in parte è tagliato dall’apertura che immette nella scala a chiocciola, popolarmente chiamata dagli ultimi abitanti del Castello “ciammaruchieglio”. Il nome del cavallo non si legge più, però si sa chi fu il destinatario del dono: MANDATO ALLO ILLUSTRISSIMO / DUCA DI CALABRIA / … (de)L MESE DE GIUGNIO / MDXXIII

Sulla parete opposta, l’ampliamento delle aperture nel XVIII secolo e la creazione abbastanza recente di una tramezzatura, ha quasi totalmente fatto scomparire ogni pittura. Rimane solo il posteriore di un cavallo con la coda ornata con un fiocco ed i brandelli di una epigrafe: LO BAYO CONTE FAVORITO (…) / (…) IN CINQUE (…).

Dalle caratteristiche delle selle e soprattutto dei morsi (che sono più costrittivi rispetto a quelli che abbiamo già visto) nonché delle staffe (che sono fatte per piedi corazzati) si desume che i cavalli ritratti in questa sala erano adatti ai combattimenti.

Dei quattro cavalli della saletta attigua rimangono solo tre epigrafi ed i contorni degli stiacciati. La prima: LO LIARDO PELLEGRINO GINECTO FAVORITO CHE DE QUESTA TA / GLIA RETRACTO DE NATURALE DE QUATTRO IN CINQUE / ANNI A DI XXX DE MAGIO MDXXIII.

La seconda: LO LIARDO PANDONE FAVORITO CHE E DE QUESTA TAGLIA RETRACTO DE NATURALE / DE QUATTRO IN CINQUE ANNI A DI II DE GIUGNIO MDXXIII / MANDATO ALLO ILLUSTRISSIMO / DUCA DI CALABRIA NEL / MESE DI GIUGNIO / MDXXIII.

La terza: (…) DONA(to) (…) / DE (…) / (…)BANO AN(…) GINEC(to) / (..) (qua)TTRO IN (…).

In un’altra sala, subito dopo l’ingresso, altre sagome di cavalli. Sotto una di esse si legge: LO BAIO PALLOTTA FAVORITO CHE E / DE QUESTA TAGLIA RETRATTO / DI QUATTRO IN CINQUE ANNI … / … DE GIUGNIO MDXXIIII.

Sotto quella a lato è scritto: LO LIARDO FAVORITO CHE E DE / QUESTA TAGLIA RETRACTO / DE NATURALE DE QUATTRO / IN CINQUE ANNI A DI XI / DE GIUGNIO MDXIIII / CHE HAVE SERVITO PER STALLONE / ALLA RAZZA NOSTRA.

Ma il conte venafrano allevava anche cavalli da corsa che dovevano essere particolarmente richiesti. Sullo scalone principale rimane ben poco dell’immagine del cavallo ritratto al galoppo, venduto al mercante Francesco Pitti, come attesta quel che si legge di una epigrafe comunque sufficiente per farci sapere fin dove si estendesse la fama delle razze allevate da Enrico: MANDATO A D M. FRANCESCO PITTE / MERCANTE FIORENTINO IN NA /POLI DEL MESE DI GIUGNIO / MDXXIII. Una epigrafe più in basso ci ricorda la particolare vocazione alla corsa, peraltro già comprensibili dal modo in cui è rappresentato: LO BAIO …ECTO NOMINATO LOGO… / NEL CORSO RETRACTO DE NATURALE / … GIUGNIO …

Di fronte, specularmente, era posto un altro cavallo simile, anch’esso ritratto al galoppo. Ambedue hanno parte della criniera intrecciata e foderata da una guaina rossa.

Se proviamo ad immaginare queste due rappresentazioni al tempo in cui erano complete, ci rendiamo conto dell’effetto scenografico che avevano per chiunque salisse lo scalone principale, anticipando il tema pittorico delle altre figure equestri che erano all’interno di tutte le stanze della parte nobile.

Nel salone sono tutte scomparse le immagini dei cavalli. Insieme a poche tracce del profilo degli stiacciati, sopravvivono solo quattro epigrafi.

La prima epigrafe leggibile è quella sulla parete corta del salone, vicino all’ingresso: LO LIARDO PEZZA BELLA / FAVORITO CHE E DE QUE / STA TAGLIA RETRATTO / DE NATURALE DE QUA / TTRO IN CINQUE / ANNI AD ULTIMO DI APRILE / MDXXVII.

La seconda è riferita ad un cavallo che, a differenza degli altri, accenna ad un passo in una posizione che ricorda gli affreschi equestri di Paolo Uccello: LO LIARDO SPATAFORA / FAVORITO E DE QUE / STA TAGLIA RETRATTO / DE NATURALE DE QUA / TTRO IN CINQUE ANNI / A DI XI DE GIUGNIO / MDXXVI.

Della terza sinopia rimane la scritta: LO BAIO IMPERIALE FAVORITO / CHE E DE QUESTA TAGLIA / RETRATTO DE NATURALE / DE QUATTRO IN CINQUE / ANNI A DI XIII DE / … MDXXV.
Ugualmente della quarta: OLIARDO GOBO FAVORITO / CHE E DE QUESTA TAGLIA / RETRATTO DE NATU / RALE DE QUATTRO IN / CINQUE ANNI A DI / XVI DE GIUGNIO / MDXXV.

A destra del cavallo, in alto, si legge: MANDATO A LO SI / GNORE DVCA DE A / MALFI MIO FRATE / DEL MESE DE MA / GIO MDXXVI.

Poiché Enrico non aveva fratelli, “mio frate” é nel senso di fraterno.

Ed è questa l’ultima testimonianza della presenza di Enrico Pandone nel Castello di Venafro. Esattamente un anno dopo egli tradiva Carlo V per schierarsi a favore di Lautrec: una decisione che lo avrebbe portato al patibolo e avrebbe definitivamente cancellato il nome della sua casata dai feudatari che si avvicendarono sulle terre venafrane.

Franco Valente

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2 Commenti

  1. luciana Fusco 22 febbraio 2009 at 20:19

    Mi farebbe molto piacere visitare questo castello, ma ogni volta che sono stata a Venafro, l’ho trovato chiuso. Potrebbe darmi un numero di telefono in modo tale da prenotare la visita?

  2. Franco Valente 29 settembre 2016 at 06:06

    Adesso il Castello è aperto tutti i giorni, escluso il lunedì, dalle ore 9 alle ore 18.
    Vi sono ottime guide per una visita completa al Castello e alla Pinacoteca.
    Conviene sempre telefonare per sapere se qualcuno della Soprintendenza c’è, perché può capitare che per motivi legati ai turni non vi sia disponibilità di personale, comunque gentilissimo.
    Il numero di telefono è 0865-904698

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