Franco Valente

L’altare maggiore di S. Nicandro a Venafro

da Franco Valente, Le chiese di Venafro, in preparazione

(Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons)

Il 23 dicembre 2007 sono state tolte le impalcature che nascondevano il grande altare ligneo della Basilica di S. Nicandro, dopo un attento lavoro di restauro (Anna Maria La Monica), di cui parleremo in altra occasione. L’intervento ha riguardato esclusivamente la macchina lignea mentre rimangono problemi urgenti per il restauro dei dipinti cinquecenteschi, alcuni dei quali hanno subito pesanti manomissioni nei tempi passati per operazioni di pulitura poco corretti. La cerimonia di restituzione è stata presieduta da S. E. Salvatore Visco, vescovo di Venafro, su iniziativa di padre Gianrico Tanno, Guardiano e rettore di S. Nicandro.

altare-maggiore.JPG

L’altare maggiore della basilica di S. Nicandro a Venafro

I Cappuccini vennero a Venafro nel 1573 ed il quadro dell’altare maggiore attesta inequivocabilmente che, subito, essi abbiano voluto consacrare definitivamente la presenza francescana commissionando la pala dei Santi Patroni ad uno degli artisti che avrebbero caratterizzato la scena artistica di Napoli proprio grazie ad una serie di innovazioni nelle rappresentazioni devozionali: il pittore fiammingo Dirk Hendricks, il cui nome fu italianizzato in Teodoro D’Errico (1550-1618).

Il riconoscimento della mano dell’artista olandese si deve a Giovanni Previtali che attribuisce allo stesso autore anche una Annunciazione in Montorio nei Frentani (G. PREVITALI, Teodoro d’Errico e la questione meridionale, in Prospettiva, 3, 1975, pp. 17-34. G. PREVITALI, La pittura del Cinquecento a Napoli e nel Vicereame, Torino 1978. L. MORTARI, Molise – Appunti per una storia dell’arte. Roma 1984, p. 111).

Subito dopo la strage di S. Bartolomeo e la rivolta nei Paesi Bassi del 1572 un gran numero di artisti fiamminghi si trasferì in Italia. Tra essi il giovane Dirk Hendricks che troviamo a Napoli testimone al matrimonio di un altro pittore olandese, Cornelis Smet, il 14 febbraio 1574 (G. PREVITALI, Dalla venuta di Teodoro D’Errico (1574) a quella di Michelangelo Caravaggio (1607) in Storia di Napoli, vol.V**, Cava dei Tirreni 1972, p. 869).

Della produzione giovanile di Teodoro D’Errico, nato probabilmente ad Amsterdam intorno al 1550, si conosce poco. Forse, secondo Previtali, sono del 1573 le Sette opere di Misericordia conservate a Varsavia, perché vi si riconoscono panneggi morbidi ma fittamente attorti, dai bordi ondulanti, come se fossero stati bagnati e strizzati, le figure allungate e sdutte, come disossate, che della torsione michelangiolesca mantengono il contrapposto, non la solida impalcatura né la tensione.

Non si conosce la data del quadro di Venafro, ma è probabile che sia stato fatto dopo il 1581 se è vero che la posizione centrale di S. Francesco rispetto alla soprastante figura della Madonna potrebbe essere stata in qualche modo suggerita da una analoga rappresentazione che Federico Barocci fece nella tela del cosiddetto Perdono di Assisi, sita nella chiesa di S. Francesco ad Urbino.

La produzione artistica di Teodoro d’Errico è stata ampiamente esaminata anche da Carmela Vargas (C. VARGAS, Teodoro d’Errico la maniera fiamminga nel Viceregno, Napoli 1988) che nel suo saggio lo considera come punto di riferimento di un linguaggio che ottenne un ampio consenso nell’ambito culturale napoletano di fine secolo operando una sintesi tra il modo di Taddeo Zuccari e quello di Antonio Allegri detto il Correggio (M. CALI’, La pittura del Cinquecento, Torino 2000, p. 619-620).

snicandro-derrico.jpg

S. Nicandro. Madonna con bambino tra i Santi Nicandro, Marciano e Francesco. Attribuzione a Dirk Hendricks (Teodoro D’Errico), 1550-1618

La tela venafrana si inserisce nel filone delle composizioni devozionali in cui viene sintetizzata la volontà della committenza di rappresentare i titolari della venerazione di quel particolare luogo. Vi è raffigurata nella parte centrale la Madonna vestita di una tunica rosa ed avvolta da un manto azzurro che lascia completamente scoperti i lunghi capelli biondi. Il Bambino, che viene mantenuto con la mano sinistra, sembra privo di peso corporeo ed appare divertito dalla presenza degli angeli che contornano lo sfondo luminoso della scena e si regge aggrappandosi con la mano destra all’orlo del collo della veste della Madre mentre regge la sfera, simbolo dell’Universo, quasi fosse un giocattolo. Un angelo a sinistra tiene un giglio, mentre quello a destra apre le mani in atto di venerazione. Più in alto altri due angeli volando reggono una corona d’oro nell’atto di posarla sul capo della Vergine. Lo sfondo si completa con puttini che giocano tra le nuvole.

Al disotto delle nuvole, invece, èS. Francesco con i due Santi titolari della Basilica, Nicandro e Marciano.

Secondo la tradizione Nicandro e Marciano erano due soldati romani e perciò Teodoro d’Errico li veste con abbigliamenti che vagamente ricordano una divisa militare.Nella sostanza sono le spade che reggono con la mano destra a richiamare il loro ruolo di militari, mentre le palme che reggono con la sinistra sono l’attestazione del loro martirio. Ambedue sono coperti da un ampio mantello, rosso quello di S. Nicandro ed ocra quello di S. Marciano. Seguendo la tradizione il primo è imberbe, mentre il secondo ha l’accenno di una barba riccia e rossiccia.

 

S. Nicandro è in una posizione naturale, quasi prassitelica, appoggia tutto il peso del corpo sulla gamba destra e tiene appena piegata l’altra. Ben diverso è l’atteggiamento di S. Marciano che sembra costretto ad una incredibile contorsione con il busto per girarsi verso la Madonna. Questa è la parte meno felice del quadro perché complessivamente il Santo assume una posizione innaturale e poco corretta sul piano plastico.

copia-2-di-snicandro-derrico.jpg dipintobonifati-derrico.jpg

Confronto tra il S. Marciano di Venafro ed il Cristo che porta la croce di Bonifati, ambedue di D’Errico

Questo modo di rappresentare, comunque, non è una novità per Teodoro D’Errico. Si veda al proposito il Cristo che porta la Croce tra i santi Pietro e Paolo nella chiesa della Maddalena a Bonifati (ora nel Museo diocesano del Salento), anche se in questo caso la postura è complessivamente corretta.

Ruolo autonomo sembra, invece, avere la figura di S. Francesco. Si è detto che in qualche modo si ispira ad un precedente quadro di Federico Barocci per la particolare posizione rispetto alla Madonna seduta tra le nuvole. Però nel nostro caso l’immagine sembra sopradimensionata rispetto alle altre sicché, essendo posta la testa del Santo quasi all’altezza dei piedi della Madonna, non si determina quell’effetto di sorpresa che si evidenzia nel quadro urbinate dove la nuvola che regge il Cristo sembra muoversi verso l’osservatore mentre sta per passare sopra la testa di S. Francesco.

Questa sproporzione fra le dimensioni del corpo di S. Francesco e quello dei due santi laterali addirittura fa immaginare una sovrapposizione di epoca successiva, ma nonostante queste imperfezioni la tela di S. Nicandro rimane tra le opere più interessanti della regione e conferma che Teodoro d’Errico non è forse un rivoluzionario, né un artista capace di allinearsi fra i grandi, possiede tuttavia sufficiente coerenza, convinzione e tenuta espressiva per non lasciarsi riassorbire dall’ambiente. Il Previtali elenca una serie di pitture che, anche se non firmate, vanno sicuramente ricondotte alla mano di Teodoro d’Errico (G. PREVITALI, Dalla venuta di Teodoro ecc., op. cit., p. 871).

apostoli.jpg

Gli apostoli dell’altare
Della stessa mano sembrano essere i ritratti degli apostoli sistemati sulla predella dell’altare maggiore che, probabilmente, in origine formavano una sola rappresentazione, ma che poi, nel secolo XVIII, da Bernardino da Mentone furono divisi in tre quadri per esigenze di simmetria nella realizzazione dell’altare ligneo. Sia il Cristo, sia gli apostoli sono rappresentati senza alcuno degli attributi che normalmente li caratterizzano. Solo S. Giovanni fa eccezione.
calice4.jpg

S. Giovanni ed il vino avvelenato

Egli è ritratto mentre tiene un calice da cui esce fuori una vipera. L’immagine ricorda che S. Giovanni veniva considerato protettore dal veleno per un episodio leggendario raccontato da Jacopo da Varagine nella Legenda aurea.

Quando Giovanni giunse ad Efeso gli orafi del tempio di Diana temettero che a seguito della sua predicazione avrebbero perso i loro affari. Aristodemo, gran sacerdote del tempio, impose allora a Giovanni la scelta di adorare Diana oppure di bere un calice di vino avvelenato. Giovanni scelse di bere il vino, ma avendo fatto un segno di croce sul calice, il veleno si trasformò in un serpente che scappò via. Così Giovanni bevve senza alcun danno e Aristodemo si convertì al cristianesimo.

Ai lati del quadro, nelle nicchie, vi sono le statue lignee di S. Fedele da Sigmaringa a sinistra, la cui attribuzione è confermata dalla presenza della mazza ferrata, e di S. Giuseppe da Leonessa che, secondo il solito, è rappresentato con il Crocifisso in mano e un flagello che ricorda le torture subite a Costantinopoli. Una statua di S. Felice di Cantalice, di cui non si ha più notizia, era sistemata in un altro altare della Basilica.

L’attribuzione delle immagini ai due Santi sull’altare maggiore è attestata dal verbale di consegna del convento da parte di fra Raffaele da Capua al canonico eddomadario Domenico Ottaviano nel 1812, subito dopo la demanializzazione dell’asse ecclesiastico e degli edifici conventuali. Tra l’altro, nel verbale, così si descrivono i beni esistenti nella chiesa:

Un altare di noce impellicciato, in esso vi è il quadro de’ Santi Protettori, avendo l’effige la Corona, palma e spada d’argento a foglio come dal inventario.-

Due statue di legno una di S. Fedele, e l’altra di S. Giuseppe da Lionessa – Idem.

Sopra d’esso altare vi è un quadro di S. Michele, ed a fianco due altri quadri di S. Bonaventura, e S. Lodovico – Idem.

Più di sopra due altri quadri di S. Serafino, e S. Bernardo – Idem.

Avanti il quadro de’ Santi Protettori vi è una zinefra d’armosino rosso – Idem.

Nel quadro grande dell’altare vi è l’effigie della Madonna con il Bambino, avendo essi ambi la Corona d’argento a foglio – Idem.

Nell’altare di legno di S. Felice vi è la statua di legno di esso – Idem.

Nell’altare di fabrica della Pietà vi è il suo quadro, ed un Ecce Homo – Idem.

Nell’altare di fabrica di S. Pasquale vi è la sua statua di legno – Idem.

Nell’altare di fabrica di S. Antonio Abbate vi è la sua statua di legno – Idem.

Nell’altare di legno del Crocifisso impellicciato, vi è un quadro con un Crocifisso grande. Nelli suddetti altari vi sono due rispettive tovaglie n. 8.

Un confessionile di noce impellicciato, con il pulpito sopra – Idem.

Sulla porta della Chiesa vi è un quadro di S. Felice – Idem.

Sulla porta piccola della Chiesa vi è un quadro del B. Lorenzo da Brindisi – Idem.

Al disopra sono i quadri dei santi francescani Ludovico e Bonaventura. Il primo, nato a Bagnoregio agli inizi del XIII secolo, fu definito doctor seraphicus e insegnò a Parigi. Fu vescovo di Albano e poi cardinale. Morì, forse avvelenato, mentre partecipava al Concilio di Lione nel 1274. Il secondo, nato a Nocera Inferiore nel 1274, sarebbe stato re del regno di Napoli se, vestito l’abito francescano, non avesse rinunciato al trono. Ordinato vescovo da Celestino V fu destinato alla diocesi di Tolosa. Morì a Roma dove, malato, si era recato per assistere alla canonizzazione di Luigi IX, fratello di suo nonno.

pala-1.jpg

S.Fedele da Sigmaringa e l’immagine di S. Bonaventura

pala-2.jpg

S. Giuseppe da Leonessa e l’immagine di S. Ludovico vescovo

snicandro-smichele.jpg

S. Nicandro. Altare Maggiore. S. Michele

Nella parte alta l’altare si conclude con una ricca trabeazione lignea al centro della quale il quadro mostra l’Arcangelo Michele, protettore dei Cappuccini di Foggia, che sottomette Lucifero.

S. Michele Arcangelo dal volto imberbe e quasi indifferente, è ritratto nella solita posizione dinamica, vestito di una corazza aderente fino al punto da rivelare le pieghe del corpo e di un elmo dalle piume rosse e azzurre, scende prepotentemente dal cielo indicando con l’indice della mano sinistra l’Eterno e brandendo con la destra un fascio di fuoco. Un ampio mantello rosso che si gonfia verso il basso e le grandi ali piumate che si stanno chiudendo evidenziano l’arresto del volo mentre il piede sinistro schiaccia la gola di Lucifero che, riverso con la testa cornuta e la coda di drago, soccombe insieme ad altri due demoni.

Di fra Bernardino da Mentone era anche un altro ricco altare, anch’esso intarsiato, andato interamente distrutto, che accoglieva il prezioso Crocifisso ligneo del XIV secolo che ancora si conserva nella navata laterale.

Se ti è piaciuto questo articolo forse può interessarti anche:

2 Commenti

Lascia un commento

*