Franco Valente

Il mito di Issione in una pietra di Isernia

Il mito di Issione in una pietra di Isernia

Franco Valente

da Almanacco del Molise 1989

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Esiste nel lapidario del Museo di S. Maria delle Monache a Isernia una pietra di cui non si conosce né il luogo di provenienza, né il contesto monumentale entro il quale era collocata.

Si tratta di un frammento non particolarmente vistoso, dove è raffigurato a rilievo un uomo nudo che, a gambe divaricate in modo da formare un angolo retto, è inserito in una ruota perfettamente circolare.
Il viso barbuto è piuttosto rovinato. la mano destra, anch’essa rovinata, è  trattenuta all’innesto di uno dei raggi mediante un legaccio che sembrerebbe essere un serpente.

La parte di destra della figurazione e quella in basso sono mancanti delle parti terminali, ma la simmetria complessiva è sufficiente per farci comprendere che si tratta di una immagine derivata dal mito di Issione, anche se non è chiaro se le finalità della rappresentazione fossero quelle di richiamare il personaggio della mitologia greca, o se invece il mitico racconto sia stato preso a pretesto per ricavare dalla sua fantastica storia solo la particolarità che egli si trovi inserito in una ruota.

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Infatti, secondo il racconto mitologico, la ruota dovrebbe essere a quattro raggi posizionati in maniera da formare una cosiddetta croce di S. Andrea, come appare in un vaso proveniente da Cuma e oggi sistemato nel museo di Berlino.
Nel nostro caso la ruota è a otto raggi: due nascosti e coincidenti con le gambe, il terzo corrispondente all’asse verticale dorso-testa, gli altri cinque ben evidenti.

Issione, re dei Lapiti e figlio di Flegia, aveva scelto di sposare Dia, figlia di Deioneo (o Ioneo) promettendo al suo futuro suocero una sostanziosa dote.
Il ricco premio nuziale sarebbe stato consegnato durante un festino che Issione aveva organizzato presso la sua dimora, ma in realtà la riunione conviviale altro non era che un tranello. Infatti, sulla soglia del palazzo Issione aveva fatto scavare una fossa che fu riempita di carboni ardenti. Dioneo, inconsapevole, vi cadde dentro e morì bruciato.

Dopo l’azione malvagia Issione fu perseguitato dalla totalità dei mortali, tanto che fu preso da follia. Solo Zeus si mosse a pietà e dopo averlo purificato del delitto commesso, gli permise addirittura di partecipare alla sua mensa, ma il nostro eroe non tenne in alcuna considerazione la magnanimità del suo benefattore.
Così architettò di sedurre Era, sposa di Zeus, sicuro che ella avrebbe accettato le offerte amorose per vendicarsi dei continui tradimenti del marito.
La dea invece riferì tutto allo sposo il quale si vendicò formando in una nuvola il simulacro di Era. Issione ubriaco non si accorse della sostituzione e si unì ad essa convinto di unirsi ad Era.

Zeus, quando fu certo del tradimento del suo ospite, ordinò ad Ermete di frustarlo a sangue perché ripetesse: Chi fa del bene deve essere onorato.
Poi lo fece legare con serpenti ad una ruota di fuoco a quattro raggi e lo scagliò nel cielo perché vi roteasse in eterno.
Il simulacro di Era, che poi prese il nome di Nefele, generò un essere mostruoso che in età matura si accoppiò alle cavalle della Magnesia dando origine alla serie dei Centauri, tra i quali anche Chirone che divenne famoso per essere maestro di eroi e di divinità.
La figura di Issione è stata ampiamente analizzata anche per comprendere i suoi significati simbolici.
Secondo R. Graves (R. GRAVES, I miti greci, Longanesi 1955) il nome di Issione, formato da ischys (forza) e io (luna), fa pensare anche al termine ixias (vischio).

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Per questo Graves ritiene che egli raffiguri originariamente il re della quercia, dai genitali di vischio che rappresentavano il dio della folgore, che si univa in nozze rituali con la dea lunare propiziatrice della pioggia. Veniva poi flagellato perché il suo sangue e il suo sperma fertilizzassero il suolo. Decapitato con un’ascia, evirato, inchiodato a un albero e arso, i suoi parenti lo mangiavano sacramentalmente.
Per P. Diel (P. DIEL, Le symbolisme dans la mitologie greque, Parigi 1952) nell’errore di Issione e, soprattutto, nell’immagine simbolica della ricaduta si trova condensata non solo la malvagità dello spirito, ma anche la vanità, che si riconosce nel tentativo di usurpare il posto di Zeus, e la depravazione sessuale, per aver provato a sedurre Era.

Inoltre, congiungendosi alla nuvola confusa con Era consensiente, Issione dimostra la sua vanità megalomane essendosi convinto di essere stato preferito a Zeus, re degli dei, e credendo di godere della sublimità perfetta.
La punizione infertagli allora viene a significare l’essere precipitato dalla regione del sublime al tormento del sub-conscio per cui il mito di Issione viene a rappresentare l’impotenza sessuale per la sua incapacità di possedere realmente Era, riuscendo egli ad accoppiarsi solo con il suo simulacro.

Secondo S. Diebner (S. DIEBNER, Considerazioni sulle lapidi romane, in F.VALENTE, Isernia. Origine e crescita di una città, Campobasso 1982) nella raffigurazione di Isernia vi è un significato sepolcrale, come è attestato per scene mitiche su are funerarie e su un sarcofago della stessa epoca, che si trova a Roma nel museo di Villa Giulia.

Non è, comunque, da escludere una diversa interpretazione dell’Issione di Isernia. Pur se è plausibile l’ipotesi che l’immagine facesse parte di una tomba, la sua presenza può anche rappresentare semplicemente la ripetizione formale di un modello iconografico di cui, però, non si intendeva recepire il significato simbolico originario.

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Oppure esso, addirittura, può rappresentare l’applicazione di un soggetto mitologico ad un modello geometrico cui farà riferimento anche Vitruvio (VITRUVIO, De Architectura, Libro III ): Item corporis centrum medium naturaliter est umbilicus. Namque si homo conlocatus fuerit supinus manibus et pedibus pansis circinique conlocatum centrum in umbilico eius, circumagendo rotundationem utrarumque manuum et pedum digiti linea tangentur. Non minus quemadmodum schema rotundationis in corpore efficitur, item quadrata designatio in eo invenietur.
(Parimenti il centro in mezzo al corpo per natura è l’ombelico. E infatti se un uomo fosse collocato supino con le mani e i piedi distesi e il centro del compasso fosse puntato nell’ombelico di questi, descrivendo una circonferenza le dita di entrambe le mani e dei piedi sarebbero toccate dalla linea. Analogamente come la forma della circonferenza viene istituita nel corpo, così si rinviene in esso il disegno di un quadrato)

Il tentativo di ritrovare leggi geometriche nella natura e soprattutto la ricerca di moduli elementari è ampiamente attestata nell’antichità Valga per tutti l’esempio della sezione aurea, di origine pitagorica, definita da Euclide (EUCLIDE, Elementi, Libro IV ) come quella parte di un segmento che è medio proporzionale tra l’intero segmento e la parte rimanente , a:x = x: (a-x), e che sarà alla base dei processi progettuali di buona parte dell’architettura ellenistica compresa quella sannitica (F. VALENTE, Influenze pitagoriche nel Sannio, La Sezione Aurea nel Molise, in Molise oggi, Campobasso 21.7.1986).

Come pure è riconosciuto il carattere sacro che veniva dato alle leggi della matematica e della geometria.
Quindi non sembra che si possa del tutto escludere che la circostanza dell’Issione imprigionato in una ruota sia divenuta il pretesto formale per esplicitare il rapporto proporzionale nella figura umana che con le estremità delle mani e dei piedi raggiunge i vertici del quadrato inscritto in una circonferenza.
Quindi non sembra che si possa del tutto escludere che la circostanza dell’Issione imprigionato in una ruota sia divenuta il pretesto formale per esplicitare il rapporto proporzionale nella figura umana che con le estremità delle mani e dei piedi raggiunge i vertici del quadrato inscritto in una circonferenza.

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Questa immagine, ripresa dalla cultura greca e codificata da Vitruvio, ebbe nel seguito grande successo, tanto che nel Rinascimento gli ambienti scientifici che si erano orientati alle analisi più accurate e particolari delle singole parti del corpo umano.E’ singolare verificare che nel momento in cui sia Cesariano, sia Leonardo provarono a ricostruire graficamente quanto da Vitruvio veniva descritto teoricamente, si sia definita una immagine che in maniera straordinaria coincide con la iconografia mitologica dell’Issione e in particolare di quella conservata nel museo di Isernia.

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3 Commenti

  1. RionereseStelioSoriani 10 settembre 2008 at 17:19

    Ovidio vede Issione che gira legato alla ruota ed intende di un che s’insegue e si fugge allo stesso tempo.
    Come chiasmo a me pare efficacissimo. E poi Ovidio, cred’io, non guasta mai.

  2. franco valente 11 settembre 2008 at 17:29

    “volvitur Ixion et se sequiturque fugitque”…
    un bel suggerimento di cui ti ringrazio anche se mi costringerà ad integrare quanto scrissi.
    Comunque ho preso da Ovidio a piene mani per le pitture del castello di Gambatesa.

  3. lino santoro 18 dicembre 2013 at 16:56

    illuminante! come sempre…

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