Franco Valente

Il teatro romano di Venafro

Il teatro romano di Venafro

Franco Valente

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Una parte della cavea all’epoca dello scavo (anni 70)

L’area archeologica del teatro romano di Venafro rappresenta uno di quegli aspetti dolorosi della storia della conservazione dei beni storici ed architettonici.
Per colpa esclusiva di funzionari della Soprintendenza archeologica del Molise (D’Henry, Dander, Capini, Pagano) si è persa una delle occasioni più straordinarie, anche in presenza di sostanziose disponibilità finanziarie del Ministero per i Beni Culturali, di restituire al pubblico godimento uno teatri romani più imponenti d’Italia, miseramente abbandonato dopo lo scavo mentre la natura alla quale era stato parzialmente sottratto se lo sta rimangiando, forse definitivamente.

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L’area del teatro in un disegno a penna del XVII-XVIII secolo: VENAFRVM QVANTVM FVORIT IPSA RVINA DOCET

Dell’esistenza di due grandi edifici dalla forma semicircolare si aveva certezza già dal XVII-XVIII secolo. Un cultore venafrano rimasto anonimo nel ricostruire una ipotetica Venafro romana, in un suo disegno a penna ne sintetizza la forma, ma attribuisce ai due edifici la funzione di Terme.

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Giovanni Antonio Monachetti, nel XVIII secolo è il primo ad immaginare che si tratti di un teatro e quando tenta la ricostruzione della città romana in un disegno a penna, definisce “Semiteatro” uno dei due edifici.
Invece nella mappa catastale della zona, redatta prima degli scavi, è riconoscibile l’impianto del teatro e di un edificio vicino, forse un odeon o un ninfeo. Infatti le antiche strutture murarie dei due complessi hanno condizionato il frazionamento del terreno che perciò coincide con esse con un andamento semicircolare che ripete la linea della cavea, interrata di quasi quattro metri.
Il teatro di Venafro nasce, a differenza di altri teatri dell’epoca, utilizzando la pendenza naturale del terreno, in un’area particolarmente protetta dai venti.

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Il fronte della scena è di circa 60 metri con una gradinata capace di accogliere almeno 4000/5000 spettatori. Dallo scavo effettuato sembra certo che tutta la cavea fosse realizzata in pietra.
La gran parte dei sedili è stata utilizzata in altre costruzioni di importanti edifici per tutta l’epoca medioevale e la presenza di molti blocchi lapidei subito fuori del semicerchio della cavea lascia intendere che il prelievo sia stato interrotto per un motivo che si sconosce quando ancora molte pietre erano ancora nel luogo. L’intera muratura esterna della Cattedrale e la facciata della Chiesa dell’Annunziata furono realizzate utilizzando i pezzi del teatro che, trovandosi a brevissima distanza, costituiva una utilissima cava di pietre già lavorate.

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Questa è la situazione generale della cavea dopo l’abbandono dello scavo

Dallo scavo archeologico, rimasto comunque non completato, si è potuto accertare che si conserva completamente la parte più bassa della gradinata e cioè quella compresa nelle prime file di posti nonché il piano dell’orchestra.
Da quanto oggi ci si presenta alla vista è possibile avere già un’idea complessiva del monumento. Il saggio archeologico ha permesso di individuare l’inclinazione dell’intera gradinata, nonché il suo sviluppo orizzontale. Al livello più basso, quello dell’orchestra, si è ritrovato un pavimento di lastre di forma irregolare. I primi tre gradini costituenti l’ima cavea sono invece in pietra ed accoglievano sedili in legno riservati agli spettatori più autorevoli. Un riferimento utile può essere il teatro di Sepino che presenta, in questa parte, le medesime caratteristiche.

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Le prime file dei sedili

Il limite superiore di questa prima zona era definito da un pluteo, che costituiva materialmente la separazione tra l’ima e la summa cavea, e limitava la prima precinzione che smaltiva l’afflusso di pubblico verso le uscite del teatro. Da questo livello iniziava verso l’alto la gradinata vera e propria, con i sedili tutti in pietra.
Dagli elementi visibili si riconosce l’applicazione dei metodi canonici indicati anche da Vitruvio per la realizzazione dei teatri:
V,3. Sopra le fondamenta si vanno a fare dal piano di terra i gradini o di pietra, o di marmo. I corridoi intorno saranno di un numero proporzionato all’altezza del teatro: e ciascun corridore non più alto di quanto è la propria larghezza, imperciocchè se si facessero più alti, rifletterebbero, e scaccerebbero in alto la voce si, che negli ultimi sedili, che son da sopra a’ corridoi, non si sentirebbero terminate le ultime sillabe delle parole. Insomma deve essere tale la struttura, che tirata una linea dal primo grado all’ultimo, questa tocchi tutte le cime, o sieno angoli de’gradini, e così non s’impedirà la voce.

Il primo gradino al di sopra della precinzione e che serve semplicemente come poggiapiedi, ha un’alzata di 42 centimetri ed una pedata di eguale larghezza. Subito dopo rimangono perfettamente conservate due file di sedili, egualmente alti 42 centimetri, ma profondi 84.
Della rimanente parte della gradinata si conserva poco o niente e la sua forma si ricava dall’allineamento del pietrame misto che serviva come base dei sedili fatti da grossi elementi lapidei. Ormai la vegetazione rende di nuovo impossibile una visione del complesso, ma le immagini fotografiche effettuate all’indomani dello scavo permettono di avere una idea chiara della sua forma. La summa cavea era costituita da circa venti gradini ed il limite superiore é oggi riconoscibile da alcuni elementi degli ultimi tre sedili, preservatisi al saccheggio lapideo effettuato nei secoli passati. Questi ultimi tre sedili ci permettono comunque di individuare con certezza la serie di gradini più piccoli (pari a metà del sedile) di collegamento tra la parte bassa e quella alta della cavea.
Dall’andamento della sezione molto rovinata del pietrame di sostegno si può affermare con sufficiente sicurezza che non esistessero precinzioni intermedie fino ai vomitoria. A questo punto il piano appare piuttosto ampio rispetto alla precinzione al limite dell’ima cavea e questo dovrebbe confermare che l’accesso per il pubblico, secondo la consuetudine del teatro romano, avvenisse dall’alto.

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La parete sopravvissuta dei vomitoria in opus reticulatum

La caduta di terreno dalla retrostante montagna in secoli di abbandono, sebbene abbia distrutto gran parte delle strutture superiori, non ha tuttavia cancellato completamente gli impianti originari e si riconoscono i varchi per gli accessi alla cavea. Attualmente se ne vedono con chiarezza in numero di 18, ma all’origine erano molti di più. Nel teatro di Venafro i vomitoria, cioè gli accessi attraverso i quali il pubblico si riversava nella cavea, erano costituiti da una serie di aperture con arco a tutto sesto. Essendo essi situati nella parte più alta del complesso, e pertanto in quell’area che maggiormente ha subito il prelievo di pietre già lavorate, non è da escludere aperture rimaste fossero in origine limitate all’interno da una serie di colonne. L’ipotesi potrebbe trovare conferma dalla grande quantità di tronchi di colonne di granito che si trovano situati non solo nell’area immediatamente circostante il teatro, ma anche vicino alla Cattedrale e davanti alla chiesa dell’Annunziata.
L’ambulacro tra le colonne e la linea muraria esterna aveva di sicuro una copertura in opera cementizia a botte con andamento anulare, come si può chiaramente rilevare da un accenno di volta che è rimasto in uno dei frammenti di muro.
Una ipotesi alternativa a questa ci può far ritenere che la predetta volta a botte fosse l’elemento strutturale della summa cavea che, quindi, dovrebbe essere considerata ancora più ampia di quella già supposta. In tal caso invece delle colonne si dovrebbe immaginare una struttura tutta in muratura.
La struttura muraria è in opus reticulatum intonacato e, forse, anche affrescato con motivi geometrici di cui sono rimaste solo alcune tracce. Lo stesso tipo di opera reticolata, realizzata con travertino locale molto poroso, è usata per il grande muro di contenimento che, separando la montagna dalla serie di aperture, definiva il percorso per il pubblico.

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Il corridoio perimetrale della summa cavea

Un corridoio semi-anulare separava il muro di contenimento dalla rimanente parte del teatro.
Questo corridoio, che costituisce la parte meglio conservata della parte alta del teatro, sembra essere stata integrata in un’epoca di non molto posteriore alla costruzione delle parte sostanziale del teatro.

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Aggiunte strutturali in opus testaceum integrato da embrici piane

Si tratta dell’aggiunta di una serie di setti trasversali tutti forati da archi a tutto sesto che permettevano di percorrere l’intero corridoio per potere effettuare le necessarie ispezioni. La totalità di questi setti aggiunti è costituita da una muratura ad opera reticolata come le strutture originarie, ma il primo di essi è realizzato mediante l’uso di laterizi intervallati ad embrici piane utilizzate come mattoni.

La grande quantità di cubilia (i blocchetti di pietra a forma rozzamente piramidale) sparsi per tutta l’area confermano che tutte le strutture in elevazione fossero caratterizzate da un paramento esterno reticolato con il sacco interno costituito da pietrame informe legato da malta cementizia.
E’ un tipo di muratura che a Roma viene utilizzato dal I secolo a.C. e che viene largamente impiegato per i secoli successivi. I ricorsi orizzontali in laterizi, tipica delle aree ad elevato rischio sismico ed applicati anche nelle strutture del teatro di Venafro, fanno ricondurre il complesso venafrano al I secolo d.C. quando tale tipologia muraria (opus mixtum) ebbe particolare diffusione, anche se a Venafro la fabbrica di mattoni in terracotta è attestata anche nella precedente epoca repubblicana. Non si conosce l’esistenza di epigrafi o notizie storiche che possano contribuire a definire con precisione l’epoca di costruzione.
Per quanto riguarda la forma generale del teatro romano, ci sembra opportuno riportare ancora la descrizione di Vitruvio, rinviando la verifica dell’applicazione dei canoni al monumento venafrano dopo la definitiva operazione di scavo:
V,6 – La figura si farà in questa maniera: determinato che sarà il giro del fondo si fa centro nel mezzo e si descrive attorno un cerchio: in esso si hanno a inscrivere quattro triangoli equilateri ed equidistanti gli angoli de’ quali tocchino la circonferenza del cerchio tirato: così fanno anche gli Astrologi nel descrivere i dodici segni celesti secondo la corrispondenza musica delle costellazioni. Di questi triangoli quel lato, il quale sarà più vicino alla scena, determinerà la fronte della medesima in quella parte ove taglia la circonferenza del cerchio. Indi per lo centro si tiri una linea parallela alla medesima: questa separerà il pulpito dal proscenio, dal luogo dell’orchestra: così il pulpito rimarrà spazioso, che non è quello dei Greci, giacché tutti i recitanti operano appresso noi sulla scena, e l’orchestra è destinata per gli sedili de’ Senatori: L’altezza di questo pulpito non sarà più di cinque piedi, acciocché quelli, che sede/anno nell’orchestra, possano vedere tutti i gesti degli attori. (…) I gradi, ove stanno i sedili degli spettatori, saranno non meno alti di venti dita, né più di ventidue le larghezze poi non più di due piedi e mezzo, né meno di piedi due.

Difficile, almeno per ora, la ricostruzione ipotetica del sistema di accesso dall’esterno alle gradinate. Di sicuro si individua l’ambulacro orientale per mezzo del quale si giungeva alla parte più bassa della cavea. Sulla scorta di altri esempi sicuramente la parte finale era costituita da un piano inclinato di collegamento con il livello dell’orchestra. Tale ambulacro, la cui muratura è anch’essa in opera reticolata interamente intonacata, è piuttosto ampio e vi si accedeva mediante una serie di aperture collegate con la strada che, passando davanti al teatro, aveva andamento parallelo al fronte della scena. Dai segni rimasti nelle pareti e soprattutto dal fatto che ad una certa altezza si noti una risega nel grande muro di contenimento della gradinata, si desume che al disopra del corridoio vi fosse un altro percorso dal quale poi si poteva passare all’ambulacro che anticipava i vomitoria e perciò alla parte alta della cavea. Della scena rimane poco. Da quel che appare Si desume che fosse piuttosto semplice con un proscenio lineare. Non è da escludere che il paramento in pietra, con gli elementi curvi che di solito costituiscono il fronte, siano stati interamente asportati nel passato.

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L’ambulacro di accesso al teatro

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Parete interna del fronte scena

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La rampa di accesso al teatro in basolato calcareo

Il teatro di Venafro faceva parte di un complesso articolato di edifici la cui funzione non è ancora del tutto chiara o almeno non sono chiare tutte le funzioni che vi si svolgevano. Certo è che tutta l’area di collegamento del teatro e dell’odeon, la cui destinazione è chiara, è caratterizzata da una serie di ambienti che sembrano destinati anche ad una attività termale o, perlomeno, ad un uso che presuppone una grande quantità di acqua.

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Le scanalature di una paratia

Allo stato attuale non siamo in grado di affermare con sicurezza se un condotto dell’acquedotto romano del Volturno giungesse fino a quel punto, anche se in linea teorica la quota potrebbe permetterlo, ma la presenza di una grande cisterna collegata ad un ambiente situato al livello dell’orchestra da un varco e munita di scanalature per reggere una paratia in legno, fa immaginare che il teatro potesse essere utilizzato anche per spettacoli acquatici.

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L’area del porticus

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Le colonne ioniche del porticus

Di particolare interesse architettonico un porticus con un colonnato centrale costituito da quattro colonne la cui struttura in spicchi di laterizio era rivestita in stucco lavorato a formare scanalature di tipo ionico.

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La scalinata dal porticus al ballatoio

Dal portico si saliva ad un ambiente, la cui funzione doveva essere necessariamente importante, mediante una scalinata di 5 gradini in pietra che conduceva ad un ballatoio interamente decorato con affreschi a disegni geometrici circolari che chiudono crocette floreali o ruote dentate. Sulla parete sopravvissuta rimane la piccola sagoma rossa di un leone rampante.

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Decorazioni geometriche del ballatoio

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Il leone del ballatoio

Le altre pareti, sebbene realizzate in un raffinato opus reticulatum con ricorsi orizzontali in opus testaceum oppure in altri casi interamente in opus testaceum, erano tutte intonacate ed affrescate su un fondo a fasce verticali di colore ocra o rosso.
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