Franco Valente

LE PRIMAVERE SACRE DEI SANNITI

LE PRIMAVERE SACRE DEI SANNITI
da Franco Valente, Castelli, rocche e cinte fortificate del Molise
(Volume in preparazione)

(Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons)

Quando la dorsale appenninica della parte centrale della Penisola era utilizzata esclusivamente per attività pastorali ed era occupata sostanzialmente dalle popolazioni umbro-sabelliche, nell’ambito delle attribuzioni dei pascoli scoppiò una lite tra varie tribù che finì con una supremazia, apparentemente definitiva, di quella parte di popolazione che si definiva sabina. Ma dopo l’affermazione sabina si verificarono calamità di ogni genere la cui origine fu attribuita ad una vendetta divina. I Sabini allora si rivolsero ad un oracolo nei pressi di una località ricca di acque solfuree, probabilmente l’attuale Paterno tra Città Ducale e Antrodoco (L. PARETI, Storia di Roma e del mondo romano, I, Torino 1952-1961, p.106).

In quella zona una volta vi era stato un grande lago determinato dall’allargarsi del letto del Velino, in mezzo al quale esisteva un’isola galleggiante che era stata indicata anticamente dall’oracolo ai profughi provenienti da Dodona, in Grecia, come il luogo dove fondare la nuova città di Cutilia.
Qualche tempo dopo i Sabini, che avevano sostituito gli originari abitanti del luogo, fecero dell’isola un centro religioso dal cui oracolo seppero che le cause delle calamità erano da ritrovarsi nell’ira di Ares (Marte) (STRABONE, Geographica, V, 4,12). L’oracolo aveva comunque indicato la possibilità di placarlo consacrando tutti i maschi che fossero nati nella nuova stagione. Poiché consacrare voleva dire sacrificare in onore del dio, i Sabini si preoccuparono di conoscere bene il responso dell’oracolo interrogandolo di nuovo. Questi precisò che potevano essere scannati gli agnelli, i capretti ed i vitelli, purché i nati in quella primavera, una volta giunti all’età adulta, si fossero allontanati dalla tribù e, seguendo i segni che il dio gli avrebbe inviato, avessero fondato una nuova colonia in terra straniera (SESTO POMPEO FESTO, De verborum significatione (519, Lindsay 1913): “Ver sacrum”. Il luogo dove fermarsi sarebbe stato indicato dal bue sacro che li avrebbe guidati.
Quando venne il tempo, i giovani, guidati da Comio Castronio, seguirono il bue il quale si diresse nella terra degli Opici e giunto presso un colle si sdraiò e si addormentò. Il colle prese il nome di Sannio e divenne il centro attorno al quale si sviluppò il ceppo sannitico.
La leggenda delle primavere sacre (ver sacrum) è degna di essere considerata per tutta una serie di implicazioni che sicuramente hanno importanza per conoscere non tanto cosa fosse all’origine dell’insediamento dei Sanniti nell’area da loro effettivamente occupata, quanto soprattutto per cercare di capire anche quale potesse essere il territorio, se non addirittura il colle, verso il quale si diressero. Sull’argomento si veda in particolare: J. HEURGON, Trois études sur le “ver sacrum” (coll. Latomus, XXVI), Bruxelles 1957. E. T. SALMON, Samnium and the Samnites, Cambridge1967, pp. 35s.
Strabone indica precisamente, e questo evidentemente gli era noto da una consolidata tradizione alla quale attingeva, che la regione era quella degli Opici.
Sulla individuazione geografica della terra degli Opici si è molto dibattuto e tutte le diversificate ipotesi fanno sempre riferimento ad un’area, più o meno vasta, che corrisponde alla zona montuosa della regione molisana, alla parte orientale di quella laziale e alla parte settentrionale di quella campana. Un territorio che comprende, comunque si voglia estendere, sempre il bacino idrografico del Volturno.

Si consideri che i termini Opici ed Osci si riferiscono allo stesso popolo, essendosi la voce originaria contratta ed adattata nel tempo con il passaggio Opici-Opci-Obsci-Osci, anche se più precisamente si potrebbe sostenere che negli Opici sono da individuarsi coloro che appartenevano al ceppo più ristretto dei primi abitatori di questo territorio prima della discesa di coloro che si chiamarono Sanniti, mentre per Osci debbano intendersi tutti coloro che parlavano comunque la lingua degli Opici.
Acutamente A. Sogliano fece derivare l’appellativo di Opici dal termine comune alla lingua romana di “opus”, attribuendogli così il significato di “popolo che lavora i campi”, cioè “contadini” (A. SOGLIANO, in “Rend. Acc. Lincei” ser. 5, XXI, 1912, p.209), il cui territorio coincide proprio con quell’area che dall’antichità viene ancora chiamata Terra di Lavoro e che, aggiungiamo per le considerazioni che andremo a fare, coincide sostanzialmente con la valle del Volturno (Sull’origine del termine Oschi si vedano le varie ipotesi. Secondo Vetter (E. VETTER, in RE, XVIII, 1942, s.v. Osci, col. 1545) deriverebbe dal nome della città di Opi in Abruzzo. Verrecchia (G. VERRECCHIA, in “Samnium“, XXV, 1952, p.124) e Bruno (M. G. BRUNO, in “Rend. Ist. lomb.“, XCVI, 1962, p.430) sostengono che deriverebbe dalla divinità Ops, di cui sarebbero stati fedeli).
Per Devoto (G. DEVOTO, in Enciclopedia Italiana, s.v. Oschi) una vera e propria nazionalità osca si determinò per effetto della fusione dei Sanniti con gli Opici quando fu eliminata la potenza etrusca dall’area capuana intorno al V secolo a.C.. In realtà, aggiunge Devoto, non si può parlare di un vero e proprio stato, ma piuttosto di una confederazione di tre gruppi facenti capo alle circoscritte regioni di cui la prima sarebbe stata quella più propriamente campana dell’area di Capua, la seconda quella intorno a Nola ed Abella, la terza quella di Nocera.

Un territorio che complessivamente dovette avere problemi di sovrappopolazione già dal 413 a.C. quando i campani furono costretti ad esercitare la pratica dei mercenari addirittura a Siracusa mentre, sicuramente, notevoli preoccupazioni derivavano dalla pressione dei nuovi arrivati Sanniti che, trasformando progressivamente la loro attività pastorale ed estendendosi anche al territorio vallivo, mettevano in pericolo l’economia prevalentemente agricola, e perciò stanziale, di pianura.
Nulla si conosce sia per assegnare una data precisa alla trasmigrazione mitizzata nel racconto delle primavere sacre, sia per individuare l’ipotetico itinerario seguito dai coloni che si allontanavano dalle originarie terre dell’area umbra. Recentemente la rivisitazione archeologica dell’area dell’antico monastero longobardo di S. Vincenzo alle sorgenti del Volturno ha riaperto uno spiraglio per la localizzazione dell’antica Sannia di cui parlano Festo, Floro e, probabilmente in forma corrotta, anche Strabone e che è riportata nell’epitaffio che il figlio di Scipione Barbato fece scolpire sulla tomba del padre. (Sull’argomento esiste oggi una consistente bibliografia riportata in: F. VALENTE, S. Vincenzo al Volturno – Architettura ed arte, Roma 1995).

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1 Commento

  1. RionereseStelioSoriani 23 ottobre 2008 at 12:27

    La primavera-sannita godibile da inceppati molisani? Inceppati e insertati molisani su un “tronco” Sannita. Chi fu quell’imbecille che ribattezzò Sannio in Molise non è noto non lo sa neanche il cortellazzo. Epperò ribattezzare-battezzare è opera di clericali i quali ….. .

    Quando il gran Cesare conquistò la Gallia ed i Galli, dicono, che quattro milioni di Galli furono romanizzati. Dicono anche che essendo quella popolazione vicina agli otto milioni…… è facile dedurre che i morti furono pari ai sottomessi.

    Cesare elogiato per il suo V.V.V. e mai ricordato per quel suo A.A.A.A.A. corrispondente a “Appena Arrivato Ad Alessandria Arsi Alessandrina-biblioteca”.

    Ora Dopo le Forche Caudine….. di quanto calò la popolazione sannita?

    Per quanto possa valere, essendo pur nato in un comune sannita, Rionero Sannitico, è difficile cher mi defisca molisano, quasi costretto a quella mole-mulino-pristino-dari che Luciano ricollega a quel discorso debole epperò vincente contro ingegni quali un Pirrone è degno maestro.

    Sempre cordialmente…. .

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