Franco Valente

A Venafro un’Afrodite dalle belle natiche

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A Venafro un’Afrodite dalle belle natiche
Franco Valente

Il tempio ha un altro uscio per chi vuole vedere la dea anche dalle spalle, acciocché sia ammirata tutta quanta; e facilmente si può entrare per l’altra porta, ed osservare la formosità delle parti posteriori. Noi dunque, volendo vedere tutta la dea, girammo dietro il tempietto; ed apertaci la porta da una donna che ne serbava le chiavi, rimanemmo subito abbagliarti a quella bellezza” (Luciano di Samosata).

A Siracusa due secoli prima di Cristo esisteva un tempio dedicato ad Afrodite Callipige, cioè Afrodite “dalle belle natiche”. Nel 1804 Saverio Landolina scopriva in quella città una statua di Afrodite che, per i caratteri stilistici, fu ritenuta essere del II secolo dopo Cristo. Si sostenne, e la cosa non è stata mai messa in discussione, che quella scultura fosse stata tratta da un originale di quattro secoli prima attribuito ad un ignoto scultore ellenistico.

Io credo più semplicemente che l’Afrodite Landolina, come comunemente viene chiamata la Venere siracusana, sia una interpretazione romana di un modello greco che dovette avere una certa fortuna nella penisola italiana durante l’impero di Roma.


L’Afrodite scoperta da Saverio Landolina

Dall’epoca della scoperta siracusana ad oggi sono state trovate altre statue dedicate alla più bella delle dee, ma certamente l’Afrodite di Venafro è quella degna di maggiore attenzione nella mia personale convinzione che, se fosse stata scoperta prima di quella siracusana, sarebbe divenuta essa il modello di riferimento nei trattati di storia dell’arte.

Ma la storia non si fa con i “se” e a noi non resta che cercare di capire qualcosa di questa magnifica scultura paragonandola agli altri esempi già divenuti celebri. Se ne occupò qualche anno fa Fabrizia D’Urbano in un breve ma esaustivo saggio pubblicato sull’Almanacco del Molise del 1988 (che riporto integralmente in coda a questo scritto) quando la statua ancora non veniva riportata a Venafro dal museo archeologico di Chieti dove era stata “provvisoriamente” sistemata 30 anni prima, nel 1958, quando fu scoperta a 50 metri dal Perilasium, l’anfiteatro Venafrano.


L’Afrodite di Venafro

Preferirei chiamarla Afrodite anziché Venere per evitare che ancora qualcuno possa insistere nell’attribuire l’origine del nome di Venafro ad una improbabile Venere-afrodite che non ha alcuna ragionevole giustificazione. I Romani, infatti, chiamarono l’Afrodite greca con il nome di Venere quando il toponimo venafrano esisteva da già qualche secolo. Peraltro una delle delle etimologie più credibili è quella secondo cui Venafro significherebbe luogo ricco di cinghiali (Vena aper). Il che con Venere non ha nulla a che vedere.

Dunque conviene dedicarsi alla statua di Venafro solo per osservare quelle peculiarità che fanno di essa un esempio particolarmente interessante e che  portano a ritenere che chi la realizzò sicuramente non era un artista locale perché non si sono trovati nel territorio venafrano altri esempi simili. Un artista che ebbe modo di vedere altri modelli da cui trarre la forma, senza escludere che a sua volta questa statua sia divenuta il modello di altre.

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Si potrà obiettare che alcuni particolari, come le caviglie robuste, possano essere un segno di decadenza rispetto ai modelli prassitelici. Oppure che il panneggio risulti più compresso rispetto a quello siracusano. Oppure ancora che nel suo complesso la Venere venafrana sia più carnosa delle altre. Tutte affermazioni che derivano da un modo di interpretare l’arte sulla base di modelli precostituiti che nella storia dell’arte non hanno alcun senso.

Invece credo che per per dare un giudizio su questa straordinaria opera dell’arte antica, poco valorizzata fino ad oggi, ci si debba svincolare dal comune modo di fare paragoni o analizzare i singoli elementi stilistici. E’ come se si volesse giudicare la bellezza di una donna, perché di bellezza di una donna in questo caso si tratta, con criteri comparativi fissando un astratto modello di riferimento. Il giudizio estetico si ridurrebbe in questo caso ad un mero esercizio geometrico.


La Venere capitolina di Roma

Certamente è interessante sapere che i capelli della Venere di Venafro sono acconciati in maniera molto simile a quelli della Venere capitolina di Roma, ma è importante capire che nell’esempio venafrano, diversamente da quello romano, le ciocche sciolte dei capelli si appoggiano sulle spalle della dea come se fossero già bagnate. E ciò non solo per evidenziare che Afrodite stia uscendo dall’acqua, ma anche per accentuare le forme levigate della sua pelle.

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Venere è ritratta così perché così deve essere ritratta. Non è la rappresentazione della Mater Matuta perennemente incinta. Non è l’immagine della Minerva medica e guerriera. Non è neanche la Giunone moglie di Giove e non è la Diana cacciatrice
L’immagine di Afrodite perché sia artisticamente valida deve essere semplicemente il simulacro della bellezza e nulla più e il giudizio critico non deve servire a valutare la capacità dell’artista di copiare un modello reale, quanto piuttosto a verificare come sia stato interpretato il modello.

Più intensa è l’interpretazione, più forte è la capacità di trasmettere una sensazione, maggiore è il valore artistico. La Venere venafrana mostra di avere queste particolarità.

Una figura bloccata sulle gambe e che dispone simmetricamente le proprie articolazioni non ha nulla della sensualità di un corpo in un movimento appena accennato. Anche un corpo geometricamente perfetto potrebbe non essere l’espressione della bellezza assoluta.
In ogni rappresentazione di Afrodite (o Venere che dir si voglia) proprio un elemento apparentemente insignificante come l’ombelico si offre alla vista di chi la guarda per determinare un punto di riferimento fisso da cui si sviluppa una sorta di vortice che trafora il corpo per svolgersi spazialmente seguendo la mano che regge senza troppa convinzione il velo che copre le gambe. Una finta indecisione che sembra voler esprimere la consapevolezza della dea, appena uscita dalle acque, di essere osservata. Un segno continuo che coinvolge le spalle nel raccordarsi all’altro braccio che si piega per permettere alla mano destra di nascondere, in maniera altrettanto poco convinta, i seni scoperti.

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Si potrebbe insistere nel dire che la Venere venafrana riprende dai modelli prassitelico-policletei quel gioco di disequilibri che, con termine complicato, viene definito chiasmo, ma che più praticamente è un modo di far corrispondere (nel nostro caso) nella parte opposta al braccio flesso la gamba in tensione e al braccio in tensione la gamba flessa.

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Il delfino dell’Afrodite di Venafro

Ma un particolare dell’Afrodite di Venafro più degli altri ci fa ragionare. Accanto alla gamba sinistra appare un delfino che si nasconde sotto il velo pieghettato con il quale la dea cerca pudicamente di coprirsi.
E’ noto che tutti gli artisti greci abbiano usato degli accorgimenti che, a parte gli indubbi significati simbolici, servivano a garantire una maggiore superficie di appoggio di tutta la composizione che, comunque, doveva sfidare le leggi della statica per mantenersi dritta.

Ma qui il delfino serve anche a qualche altra cosa. Un foro sulla sua bocca mette in evidenza che si tratta di un piccolo condotto che si collegava ad una fistula, forse di piombo. In altri termini dalla bocca del delfino fuoriusciva uno zampillo di acqua. Cioè l’Afrodite di Venafro era la parte terminale e scenografica di una grande fontana, forse di un’esedra che permetteva all’osservatore di girarle intorno.

Siamo dunque in presenza di una statua che faceva parte di un complesso architettonico di particolare importanza e che era dotato di un sistema idraulico che non era solo funzionale alle esigenze della casa perché costituiva anche l’occasione per una serie di giochi di acqua.


La Venere di Cnido

A questo punto mi sembra assolutamente inutile un qualsiasi tentativo di insistere sulla importanza della bellezza femminile nella scultura venafrana perché più di ogni altra analisi sono attualissime le considerazioni di Luciano di Samosata quando descrive il celebre dialogo tra  Licino e Teomnesto.

Quest’ultimo racconta della visita fatta a Cnido nel giardino in cui era collocata la famosa Afrodite che Prassitele aveva scolpito poco più di tre secoli prima di Cristo. Se si tiene conto che Luciano scriveva nel secondo secolo dopo Cristo, possiamo avere una idea di come avessero importanza in questo periodo i giudizi e gli apprezzamenti sulla bellezza femminile che Venere impersonava.

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E se immaginiamo che la Venere di Venafro era collocata nel giardino di una villa urbana , ricca di alberi, a fare da elemento scenografico di una zampillante fontana, proprio nell’epoca in cui Luciano scriveva la sua opera, più che mai quella descrizione rende ragione dell’importanza della bellezza femminile nella cultura imperiale romana e del gusto analogo che apparteneva allo sconosciuto proprietario del complesso venafrano:

Avendo girato per il portico di Sostrato, e per altri luoghi che potevano dilettarci, ci avviammo al tempio di Venere, noi due, Caricle ed io, assai volentieri, Callicratide di male gambe perché andava a vedere una femmina; e penso che avrebbe scambiato la Venere di Cnido per l’Amore di Tespe. Ed ecco verso noi dal sacro recinto spirare aure lascive; ché l’atrio non era un suolo sterile lastricato di pietre lisce, ma, secondo luogo sacro a Venere, era fertile d’ogni specie d’alberi fruttiferi, che spandendo i fronzuti rami coprivano quell’aere come d’una coltre di verzura. Specialmente verdeggiavano pieno di coccole il mirto, che presso la sua regina cresceva rigoglioso e superbo, e ciascuno degli altri alberi che hanno vanto di bellezza, i quali per vecchiaia non seccano, ma mettono nuovi rampolli, e son sempre giovani.

Misti a questi v’erano altri alberi infruttiferi, ma che hanno vaghezza invece di frutto, come cipressi, e platani con le aeree cime, e l’albero di Dafne già fuggitiva di Venere e tanto schiva. Ad ogni albero s’aggrappava e aggraticciava l’edera amorosa; e le pampinose viti pendevano cariche di grappoli; ché più dilettosa è Venere insieme con Bacco, la loro dolcezza è mista, e se li dividi piacciono meno. Sotto l’ombra più fitta del boschetto sono lieti sedili per chi vuole banchettare, dove raramente va qualche persona civile, ma il popolo vi corre a folla nelle feste, e vi fa ogni sacrificio a Venere. Pigliato assai diletto di quelle piante, entrammo nel tempio. Nel mezzo sta la statua della dea di marmo paio, bellissima, splendidissima, e con la bocca mezzo aperta ad un sorriso. Tutta la sua bellezza è scoperta, non ha veste intorno, è nuda, se non che con l’una mano cerca di ricoprire il pudore.

Tanto poté lo scultore con la sua arte, che la pietra così ripugnante e dura pare morbidissime carni. Sicché Caricle, come uscito fuori di sé, ad alta voce gridò: «O Marte felicissimo fra gli dei, che fosti legato per costei!». E così slanciandosi con le labbra strette, ed allungando quanto poteva il collo, la baciò. Callicratide rimase tacito, e nella sua mente ne maravigliava. Il tempio ha un altro uscio per chi vuole vedere la dea anche dalle spalle, acciocché sia ammirata tutta quanta; e facilmente si può entrare per l’altra porta, ed osservare la formosità delle parti posteriori. Noi dunque, volendo vedere tutta la dea, girammo dietro il tempietto; ed apertaci la porta da una donna che ne serbava le chiavi, rimanemmo subito abbagliarti a quella bellezza. Per modo che l’ateniese che testé aveva rimirato in silenzio, come ebbe fissati gli occhi  su quelle parti della dea, subito, più di Caricle impazzendo, gridò: «Oh! Che bellezza di schiena! Come quei fianchi pieni t’empirebbero le mani ad abbracciarli!

Come ben si rilevano e tondeggiano le mele, non molto scarse ed attaccate all’ossa, né troppo grosse e carnose! E quelle fossette nell’una e l’altra anca sono una grazia che non si può dire;  e quella coscia e quella gamba così ben tirata sino al piede, sono di eccellenti proporzioni.

Così è fatto Ganimede che mescendo a Giove in cielo gli rende più dolce il nettare: ché quella Ebe, oh non vorrei io che mi porgesse da bere». Mentre come un invasato Callicratide così gridava, Caricle per il grande stupore rimase immobile, e gli si imbambolarono gli occhi per la passione”.

(Traduzione di Luigi Settembrini)

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Post Scriptum
Non mi aspettavo un così gran numero di lettori di questo articolo. Ultimamente anche più di 300 in un giorno. Molti i commenti privati. Ho chiesto l’autorizzzaione a pubblicare quello che più di ogni altro mi ha fatto piacere, anche perché scritto d’istinto da una venafrana che vive lontano da Venafro.
Così Francesca Granozio ha visto l’Afrodite di Venafro:
E’ innanzitutto splendida. Ma splendida non rende l’idea. E’ di uno splendore disarmante, candido, abbagliante.Quello che tocca le corde più profonde del piacere estetico è un certo stupore con il quale la dea si porge all’occhio dell’osservatore… sembra un gioco di specchi in cui stupito da cotanto splendore è l’osservatore, ma stupita è anche la dea osservata.
Si coglie tale stupore nelle movenze non troppo convinte, dettate da un’ingenuità non ancora indurita e smaliziata dall’esperienza.
Sono gesti di fanciulla, non di divinità.L’insieme appare molto meno agiografico del ricordo che io ho delle altre Veneri che ho visto.. mai dea fu più umana…
Due ulteriori puntualizzazioni: la caviglia a me non sembra tozza, né decadente.
A me dà più l’idea di una caviglia carnosa di giovinetta tornita, prospettiva peraltro in assonanza con la freschezza e giovinezza che io leggo in questa statua…
Mi ricorda più le caviglie di quei bimbi rubicondi e ben nutriti delle pubblicità che quell’irrigidirsi delle forme e quella goffaggine priva di genio dei decadentismi in ambito architettonico e scultoreo.
Discorso analogo vale per il panneggio, più pesante di quelli di Afroditi altre dalla nostra… ma come tu fai acutamente notare, la Venere si disvela dalle acque, ne esce quindi bagnata, come documenta la chioma sapientemente acconciata e squisitamente imbibita.
Lo stesso quindi vale per il tessuto con cui si cinge i fianchi: potrebbe non essere frutto di scalpello grossolano ma  tessuto rappresentato più compatto e appesantito semplicemente perché doveva apparire bagnato  e in questo caso lo scopo sarebbe stato brillantemente raggiunto.
Se poi l’opera faceva parte di un complesso scultoreo di più ampio respiro quale è infatti una fontana di villa patrizia, immagina quanto poteva apparire spettacolare tale effetto di capelli e panneggio pregni d’acqua amplificato dall’effettiva presenza di acqua, con zampilli che probabilmente lambivano davvero le vesti e le carni della dea-fanciulla.
Francesca Granozio

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Una Venere a Venafro
di Fabrizia d’Urbano
da Almanacco del Molise 1988
Intorno alla fine del III e agli inizi del II sec. a.C. motivi di carattere economico e politico portarono allo scontro prima e all’incontro poi Roma e la Grecia, da cui scaturirono in seguito frequenti rapporti soprattutto culturali. Roma fu consapevole, fin dall’inizio, della differenza esistente tra questo popolo e quelli precedentemente incontrati e sottomessi ed ebbe profondo rispetto, sempre, per la notevole tradizione culturale e politica che i greci avevano alle spalle. Non certo inferiore poteva considerarsi la loro tradizione artistica, che aveva raggiunto da tempo l’apice dello splendore e, sebbene incompetenti in campo artistico, gli stessi militari romani ne riconobbero il valore, ritenendo utile portare testimonianze di essa a Roma come bottino.

Inizialmente ci fu una certa avversione nei confronti dello sfarzo greco, in ambiente repubblicano, manifestato da personalità politiche di spicco.
Ebbe così inizio il trasferimento dalla Grecia a Roma di monumenti statuari, copie di originali classici ed ellenistici che successivamente costituirono il modello per ulteriori copie romane. Agli inizi dell’impero e per tutto il periodo successivo la diffusione di copie di famose statue greche fu ampia, poiché in gran numero, erano richieste ad ornamento di lussuose ville romane. Molti artisti greci si trasferirono a Roma per svolgere la loro attività presso facoltosi cittadini, i quali ben presto utilizzarono a scopo personale l’arte di costoro.

La diffusione di certi tipi, piuttosto che altri, fu conseguente alle preferenze e alle tendenze di gusto, e ancora oggi è possibile averne una certa dimensione dal gran numero di monumenti integri e frammentari ritrovati. Spicca tra questi la rappresentazione del nudo femminile di cui Venere incarna l’ideale. Il maggior numero di riproduzioni appartiene ai secoli II e I a.C. in cui è molto viva la tradizione scopadea e prassitelica: non è concepibile infatti tralasciare un riferimento alla Afrodite Cnidia di Prassitele.

A questa statua di cui tutti gli scrittori antichi parlarono come della più bella e di cui una descrizione competente tramanda Luciano di Samosata sono ispirate tutte le rappresentazioni successive, nelle quali si manifesta ora la divinità ora l’umanità della dea che però in nessuna di esse si mostrino in equilibrio perfetto come era invece avvenuto nella Cnidia.Questa costituisce il più elevato esempio di una tradizione innovatrice e senza precedenti. E’ possibile ammirarla attraverso copie diverse: Venere che si appresta al bagno o ne esce in completa nudità con lo sguardo perso oltre l’osservatore, ignorandone la presenza.

Il motivo fu ripreso con varianti relative all’evoluzione spirituale fino all’Ellenismo.
E’ evidente dunque che gli artisti successivi si trovarono di fronte a interpretazioni diverse di questo prodotto iniziale. Tra gli esemplari esistenti in numero grandissimo di copie romane ispirate all’ideale prassitelico si colloca anche l’Afrodite scoperta a Venafro nell’anno 1958. Il ritrovamento avvenne in circostanze casuali, durante scavi di fondazione in Via Colonia Giulia, in prossimità dell’anfiteatro.

La statua di dimensioni naturali, è alta cm. 193 compreso il plinto è una di quelle testimonianze dell’ampia diffusione del tipo di Venere usato come ornamento anche in questa circostanza di una villa romana. Cronologicamente è databile in età Antonina, cioè intorno al II sec. d.C..

L’importanza di questo monumento si riconosce prima di tutto nel fatto che lo stato di conservazione era tale da consegnarla a noi integra quasi del tutto. Essa infatti presentava al momento del ritrovamento, lesioni al volto, evidenti sul mento, su parte delle labbra superiori, sul naso e sulla fronte, mentre la mano destra era priva di tutte le dita ad eccezione del pollice, e le punte di quelle erano visibili sul braccio sinistro.

La rappresentazione è quella della dea che pudicamente cerca di coprirsi, nel momento immediatamente successivo alla sua nascita dalle acque marine.
Il tipo si discosta dall’idea prassitelico che invece è la rappresentazione della dea al bagno, come sopra detto.
A sinistra c’è un delfino e dalla parte di questo è rivolto lo sguardo sfuggente della dea, che consapevole di essere osservata cerca di eludere l’osservatore. La mano destra è appoggiata al braccio sinistro nel tentativo di coprire il seno e a sua volta il braccio sinistro è incurvato per seguire la mano che regge il panneggio, cadente all’altezza del bacino, che è tutto un insieme di pieghe che scivolano verso il basso seguendo le curve del corpo, aderendo ad esso. Nella Venere di Venafro si ripete un tipo tardo-ellenistico conservato nel Museo di Siracusa e noto con il nome di Afrodite Landolina. L’impostazione dei due monumenti è la stessa, ma nella Landolina rispetto a quella di Venafro è presente una maggiore artificiosità che trova nell’elaborazione del panneggio il motivo principale; questo è infatti realizzato come una vela svolazzante in contrasto notevole con le gambe levigate. In entrambe è evidente una accentuata corposità che rischia la grossolanità come nelle pesanti caviglie della Venere di Venafro.

Il tentativo pudico di coprirsi coinvolge tutto il corpo, che s’inarca quasi per serrarsi del tutto, mentre la gamba destra cerca di sovrapporsi alla sinistra. In queste manifestazioni non si respira più quell’idealità della carne che Luciano attribuiva alla Afrodite di Prassitele; ormai si ha di fronte una donna che ha perso i suoi attributi divini. Il fatto stesso che invece di incontrare, sfugge lo sguardo dell’osservatore indica una certa remissività.

L’assenza della testa della Landolina non permette un ulteriore confronto con la nostra che invece richiama molto un altro tipo, l’Afrodite Capitolina. Questa, più recente rispetto alla Landolina torna al motivo ideale prassitelico della dea al bagno e nell’atto di svestirsi o coprirsi. In questa compare anche l’arco della schiena per concentrare tutto il corpo in sé stesso, mentre tutte e due le mani cercano di coprire le parti scoperte dando invece l’impressione di indicarle.

Alla bellezza del nudo non corrisponde la testa, che è molto simile a quella della nostra. Essa risulta rozza e priva di dolcezza, il volto è molto allungato e l’elaborazione dei capelli peggiora la resa totale. Essi sono raccolti al vertice ma alcune ciocche sembrano essere sfuggite conferendo un ulteriore allungamento del volto.
Il significato di tale capigliatura può risultare giustificato se lo riferiamo alla Capitolina che potrebbe averli raccolti per maggiore comodità dovendosi accingere al bagno, ma non altrettanto si può dire a proposito della stessa pettinatura nella Venere di Venafro. Più probabilmente è così realizzata per una tendenza del tempo dal momento che essa s’inquadra nel periodo degli Antonini.

La sua importanza è relativa anche ad altri aspetti, come ad esempio il luogo del ritrovamento così vicino all’anfiteatro comunque nell’ambito del nucleo urbano. Da questo scaturisce che Venafro durante il periodo di dominazione romana fu un centro in evoluzione e crescita continua, collocato com’era in una posizione ideale. La città era in rapporti così stretti con Roma da adottarne le tradizioni più lussuose, quale appunto adoperare copie di statue di lunga tradizione ad ornamento della propria abitazione; se ciò è stato possibile evidentemente dovevano esistere condizioni di vita tali da permettere che accadesse.
Per diversi anni la statua della Venere di Venafro è stata conservata nel Museo Archeologico di Chieti, dal quale è stata rimossa negli ultimi tempi, perché restituita alla Sovrintendenza Archeologica del Molise. Essa infatti sarà posta in esposizione nel Museo di Venafro, “quando saranno terminati i lavori di allestimento dello stesso”.

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1 Commento

  1. sebastiano 16 dicembre 2013 at 20:05

    cos’aggiungere al commento della signora Granozio..!!??
    ..se possibile…ancora più interessante ed intrigante..in quanto vista con occhi di donna…

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