Franco Valente

La chiesa ed il convento di S. Francesco a Venafro

La chiesa ed il convento di S. Francesco a Venafro

Franco Valente

Sembra che la Chiesa di S. Francesco, fin dal momento della sua prima edificazione nel XIV secolo, sia stata condannata a lunghi periodi di inagibilità, per i motivi più diversi. L’ultima dura da una ventina di anni. I lavori di restauro sono quasi terminati e presumibilmente entro il mese di settembre di questo anno la Soprintendenza riconsegnerà al Vescovo di Venafro uno dei monumenti che è tra i più amati dai Venafrani di una certa età, ma che i giovani dell’ultima generazione assolutamente non conoscono. Una decisa accelerazione al completamento dei lavori è stato dato dall’arch. Ruggero Pentrella,  Direttore Regionale del Ministero per i Beni Culturali benevolmente sollecitato dal Vescovo S. E. Salvatore Visco.
La circostanza della prossima restituzione al culto è utile per tracciare la sua storia che, per molti versi, è avvolta nella stessa leggenda che vorrebbe S. Francesco fondatore di quasi tutte le chiese italiane dedicate al suo nome.
Quando i Venafrani che hanno buona memoria vi rientreranno la troveranno un po’ cambiata. L’intervento di restauro è difficile da capire. Sul modo con cui il Ministero Per i Beni Culturali è intervenuto su questa chiesa sicuramente avremo modo di ritornare anche perché il problema non riguarda solo S. Francesco, ma gli edifici di culto in generale.
Io personalmente sono molto critico nei confronti di coloro che non sono in grado di capire che dietro (o dentro) un’architettura religiosa, qualunque sia la religione, non si nascondono solo valori estetici ma anche e soprattutto significati simbolici che non possono essere mortificati da una pretesa astrattamente formale.

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S. Francesco dei Minori Conventuali di Venafro

Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons

An. 1226. A 4 ottobre morì S. Francesco di Assisi nella sua padria. Si vuole che questo Santo avesse fondato il monastero de’ Conventuali in Venafro, ma non se ne hà certa pruova. Così Cosmo De Utris chiude l’anno 1226 nei suoi Annali di Venafro .
Cosmo De Utris con il suo “si vuole”, mostra di non credere troppo a questa voce popolare che addirittura indusse alcuni storici molisani, come Berengario Amorosa di Riccia, ad inventare un improbabile passaggio di S. Francesco per Venafro al solo fine di dimostrare che il santo sarebbe passato anche per Riccia in occasione di un noto pellegrinaggio da Gaeta a S.Michele sul Gargano.
Gennaro Morra ha dimostrato che Amorosa aveva semplicemente falsificato i fatti copiando integralmente un passo di Luca Wadding in cui questi descrive il passaggio del santo a Montella e ambientandolo in Venafro.
Wadding  (1588-1657) il maggiore degli storici dei Minori Francescani (Annales Minorum) riferisce, a proposito di questo viaggio, senza citare la fonte, che su questo percorso vi erano due luoghi uno dei quali era Mignano vicino al territorio di Venafro: “ in qua et alia sunt duo loca in hoc itinere sancto Viro concessa, unum Miniani, alias Mignani, oppidi in Campania felici, campis Venafranis adiacentis..
Tanto e non più di tanto non è sufficiente ad attribuire al santo di Assisi (1182-1226) la fondazione della chiesa venafrana.
L’unica fonte che in qualche modo attesta che la chiesa esisteva già nel 1330 è una epigrafe che si trova su una delle campane. Fusa la prima volta nel 1330, fu poi restaurata da Giuseppe di Costanzo di Tora nel 1685 e restaurata di nuovo (nel senso che fu di nuovo fusa) nel 1732 da suo figlio Giovanni: “ET VERBUM CARO FACTUM EST. ET HABITAVIT IN NOBIS. S.P. FR.CE. O.P.H. HEC CAMPANA FACTA FUIT A: 1330 . RESTAURATA A JOSEPHO DE COSTANZO DE TORA A. 1685 ET ITERUM RESTAU¬RATA A JOANE SUO FILIO 1732”.
Più recenti le altre due campane, l’una fatta a Napoli, l’altra in Agnone:
La prima venne fusa nella fonderia di Salvatore Nobilione negli anni Venti, come si ricava dal marchio e dalle epigrafi: S.RE NOBILIONE FU LUIGI VIA ZAPPARI N. 28 NAPOLI. A. D.
1928 – SAC. VINCENZO CASCARDI CURO’ –  MADRINA ANTONIETTA GUARINI.
La seconda della Pontificia Fonderia Marinelli, reca le epigrafi: 1907 RIFUSA 1972 – FILIPPO PALOMBO PARROCO – INVITA I FEDELI IN CONCERTO COL CAMPANONE PIU’ ANTICO DEL MOLISE A CANTARE LE LODI DEL SIGNORE.

Sappiamo che in quell’epoca era regnante Roberto d’Angiò di cui sono note le simpatie per il movimento francescano. Ma sappiamo pure che la chiesa Venafrana si trovava in una situazione molto particolare per le controversie che la opponevano a quella della vicina diocesi di Isernia.
Era vescovo di Venafro Giovanni de Tocco che è noto soprattutto per aver affidato a Barbato da Sulmona nel 1340 la realizzazione della preziosa (ora trafugata) testa di S. Nicandro.
A Giovanni de Tocco, eletto vescovo mentre si trovava ad Avignone come consigliere apostolico, si attribuisce una connivenza nel tentativo di sopprimere la cattedra isernina aggregandola a quella venafrana.
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Sulle origini antiche del campanile, comunque, non pare si possa dubitare. Al suo interno, al piano sottostante la cella campanaria, rimangono a vista gli elementi dell’originaria torre campanaria trecentesca ed in particolare una delle aperture con arco a tutto sesto e cornice spezzata. Rimangono pure le tracce di una cornice rettilinea sostenuta da mensolette geometricamente molto semplici, quasi dentelli.
Certamente l’edificio non restò indenne al passaggio del terremoto del 1349 (che, secondo le cronache, distrusse dalle fondamenta anche la Cattedrale) e da quello successivo del 1456 che, secondo molti, sarebbe stato ancora più violento, ma che probabilmente non fece particolari danni a S. Francesco.
Da qualche anno prima di questo straordinario evento sismico i monaci francescani avevano consentito alla confraternita di S. Antonio, fondata nel 1448, di avere all’interno della chiesa un proprio altare. Vi rimase fino al 1643, quando la confraternita del santo patavino si trasferì all’interno della chiesa dell’Annunziata, che da poco era stata ampliata. Nell’Annunziata i confratelli avevano ottenuto la concessione di una cappella, che “ridussero in grandissima polizia di stucco intorato con non piccola spesa”.

Come per la maggior parte degli edifici del centro antico di Venafro, anche S. Francesco si sovrappone alle murature appartenenti ad edificio di epoca romana. E’  ampiamente dimostrato che la Venafro romana si estendesse dal colle ove oggi è il Castello, fino all’altro colle dove oggi è la Cattedrale e che tutto lo spazio intermedio fosse interamente urbanizzato con edifici privati e pubblici.
Con la caduta dell’Impero romano anche Venafro non fu risparmiata dalla crisi e solo attraverso una lenta opera di ricostruzione riconquistò il prestigio e la forma di una città nel vero senso della parola.
Quando i Francescani, favoriti dal governo di Roberto d’Angiò nel primo trentennio del XIV secolo, decisero di stabilire una chiesa anche a Venafro, la cinta muraria medioevale correva lungo l’attuale via Garibaldi, allineata con la Torre di Portanuova e la Porta del Giudice Guglielmo.
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Particolare della stampa del Pacichelli

Sia la nota stampa che Giambattista Pacichelli disegnò alla fine del XVII secolo che i disegni ad inchiostro di poco successivi di Giovanni Antonio Monachetti mostrano con chirezza quale fosse l’andamento e la consistenza della cinta muraria angioina.
Secondo la consuetudine dei movimenti monastici mendicanti (rimasta in piedi  per qualche secolo) essi posero il loro convento con l’annessa chiesa subito fuori di una delle porte della città, a diretto contatto con le strada che collegava il nucleo abitato alla Cattedrale.

Oggi la situazione urbanistica di Venafro rende difficilmente riconoscibile quale fosse il rapporto tra il nucleo urbano racchiuso entro le mura angioine e gli edifici estereni. Le trasformazioni avvenute dal XVI secolo in poi hanno modificato anche l’assetto stradale, però l’andamento curvo della via Amico da Venafro che mette in collegamento la piazza di Porta Nuova allo slargo di S. Francesco evidenzia che le case oggi esistenti si siano sovrapposte ad un tracciato stradale che non rispetta l’ortogonalità dell’antico impianto romano rigorosamente rispettato nelle altre parti della città.
Non vi sono dubbi che il posizionamento della chiesa sia stato fortemente condizionato proprio da quel tracciato stradale, esterno alla murazione medioevale, che preesisteva al XIV secolo.

D’altra parte nel XVII secolo una taverna (che era sistemata nell’area dell’anonimo, sebbene ingombrante, attuale Palazzo della Farmacia in piazza Vittorio Emanuele II) ancora veniva chiamata Taverna di S. Francesco proprio perché si trovava sulla strada che portava alla nostra chiesa, come si legge su un bel disegno a penna, con una vista a volo di uccello di Venafro, eseguito da Giovanni Antonio Monachetti alla fine del XVII secolo.

S. Francesco è stato più volte trasformato nel tempo sia per risolvere problemi derivati da calamità naturali, sia per essere adattato a rinnovate esigenze di culto; tuttavia ha sempre conservato gli allineamenti complessivi dell’impianto in posizione parallela o ortogonale a quello delle insule romane.
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Blocchi romani riutilizzati per il muro esterno del presbiterio

Non è del tutto chiaro se l’attuale facciata della chiesa corrispondesse a quella originale del XIV secolo. Se ciò fosse confermato S. Francesco avrebbe avuto sempre la facciata rivolta verso il centro abitato, in maniera che, uscendo dalla porta urbana, fosse quasi naturale dirigersi verso il suo interno.
La questione, però, è piuttosto complessa e, in attesa di lavori di restauro che possano permettere qualche saggio sulle murature degli edifici contigui, dobbiamo accontentarci di fare solo ipotesi sulla base dei rilievi dello stato di fatto attuale.
La posizione del complesso di S. Francesco rispetto al nucleo della città è tipico degli ordini monastici poveri; infatti esso si pone nelle immediate vicinanze del nucleo stesso, ma fuori della cinta urbana medioevale. Solo successivamente, con l’ampliamento cinque-secientesco della città, il convento si trovò ad essere racchiuso nella cinta muraria.

Il Masciotta riferisce che la chiesa di S. Francesco venne restaurata nel 1732 e a tale data deve riferirsi la realizzazione di un portale a lato della facciata della chiesa e che costituiva l’ingresso alla parte claustrale del convento.
Su come fosse la chiesa alla fine del XVIII secolo abbiamo una sintetica ma efficace descrizione di Marco Antonio Macchia: Oltre delle descritte sei parrocchie vi sono cinque Conventi de Religiosi. Il primo, e più antico Convento è quello de PP. Conventuali di S. Francesco fondato come vuole dal detto Patriarca S. Francesco, e questo è posto nel Borgo della Città. Tiene una famosa chiesa ricca di marmi, ed è la più bella di quante ve ne siano nella Città. Lavorata tutta di stucco all’uso moderno, e bellissimo Convento   .

Il violento terremoto del 1805 la distrusse quasi completamente. Così ricorda ancora il Masciotta: Pel terremoto del 1805 rovinò, e nell’anno successivo cadde del tutto nel mattino dell’11 giugno, allorché per l’imminenza dell’arrivo dell’arme francese al comando di Massena ne uscirono le truppe russe alleate dei Borboni (che vi erano acquartierate) per imbarcarsi e rimpatriare.
Nel 1854 Ferdinando II, vivamente interessato dalle Autorità ecclesiastiche, ne ordinò la ricostruzione; senonché gli eventi del 1860 non permisero il compimento dei lavori. I lavori però furono ripresi nel 1885 ad opera di una Commissione presieduta dal sig. Giuseppe Guarini e portati a termine in sette anni. E’ sede, dal 1892, della parrocchia di S. Giovanni in Platea
.

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S. Francesco. La parte interna della facciata con l’epigrafe che ricorda il terremoto del 1805 e la successiva ricostruzione della chiesa.

Dei danni del terremoto e dei successivi lavori di riparazione della chiesa si ha il ricordo in una epigrafe posta sul lato interno della facciata, sottostante lo stemma della città di Venafro, che dice:
D.O.M.
TEMPLUM
DEIPARAE SINELABE CONCEPTAE DICATUM
HUIUSQUE CIVITATIS PATRONAE
TERRAEMOTU MDCCCV PRORSUS LABEFACTUM
QUOD MAJORUM NEC PRECES NEQUE CONAMINA
PER ADVERSAS TEMPORUM VICISSITUDINES
REFICERE POTUERUNT
TANDEM OMNIUM CIVIUM PIETATE
AB AN: MDCCCLXXXVII USQUE AD AN: MDCCCXCIII
MIRABILI AFFLANTE VIRGINIS GRATIA
SENSIM INSTAURATUM
VENAFRI POPULUS SOLEMNITER
INAUGURAT
DIE QUINTO IDUS APRILIS MDCCCXCIII

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L’interno di S. Francesco dopo il moderno restauro

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S. Francesco. Particolare dell’altare del Varriale, distrutto e diversamente ricomposto

Come fosse il suo interno non possiamo saperlo, ma sicuramente vi fu almeno un altare di pregio in marmo realizzato a Napoli.
Vittorio Casale  ne ha ricostruito le vicende sulla base di un contratto per la prestazione da eseguirsi per mano del maestro marmoraro Vincenzo Varriale  che si impegna ad eseguire un non meglio specificato «lavoro di marmo». Oggi la chiesa – sembra essere il destino di Venafro – è letteralmente sconvolta da uno scavo che ha completamente «aperto» il pavimento sicché la ricognizione del lavoro citato è persino perigliosa. L’altar maggiore e gli altari laterali sono al loro posto, ma si rivelano «frutto» di un vecchio, devastante intervento: sono montaggi che impiegano come paliotti i pezzi di una settecentesca balaustra curvilinea. Assai arduo provarsi a ricostruire idealmente la sua pianta o l’effetto originario, ma certo con i pilastrini fregiati da teste di «monacelle», come venivano chiamate dai contemporanei con i fogliami e i vasi di frutta disposti alternativamente nelle aperture, le parti superstiti realizzano un progetto decorativo tutt’altro che banale. È da riconoscere in questi frammenti il «lavoro di marmo» di Francesco Varriale? L’ipotesi è resa plausibile soltanto dal fatto che si trovino in quella chiesa (nel caso che non vi siano stati trasferiti); non c’è infatti materiale di confronto essendo il maestro finora totalmente sconosciuto; o meglio c’è ma si tratta di un pezzo ugualmente anonimo: una balaustrata quasi identica dell’altar maggiore nella chiesa di San Salvatore a Cava dei Tirreni.

La facciata attuale, nonché l’interno della chiesa, sono dunque della fine del XIX secolo anche se nel portale si riconoscono elementi appartenenti all’antico accesso trecentesco.
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Il portale trecentesco riutilizzato nella facciata barocca

Nella parte interna della facciata si legge pure:
D.O.M.
TEMPLI HUIUS JAMDIU, AB INITIO SCILICET SECULI
XIII, CUM CONVENTU ADIACENTE COEPIT, NEC
USQUEQUAQUE AFFABRE CONSUMATI DECURSU
CULTIORIS AEVI, OPERA FRATRUM MINOR.
CONVENTUAL. ET PIO CIVIUM SUBSIDIO, AD
ELEGANTIOREM STRUCTURAM AB INCHOATO
NON MODO RESTITUTI, SED EXORNATI
MAGNIFICENTIUS: CUM ID UNUM RESTARET,
UT PRO OPERIS DIGNITATE, OMNI CULTU
PERFECTI, RITE PER PONTIFICEM, UT SACRI
JURIS EST, DEDICARETUR, ROGATU EORUMDEM
FRATRUM, PRAESTO FUIT FR. ANTONIUS LUCCIJS
EIUSDEM SERAPHICAE FAMILIAE, EPISCOPUS
BOVINIENSIS, QUI UT CASTISSIMA EORUM
DESIDERIA RATA FACERET, FIDEMQUE SUAM
EXOLVERET, QUAM SOLEMNISSIMIS COERIMONIIS
SACRAM FUNCTIONEM OBIVIT VILCALENDAS
NOVEMBRES, ANNO HUMANAE SALUTIS CHRISTI
MERITO REPARATAE MDCCXXXII JUSSITQ. ENCAENIA
QUOTANNIS FIERI SECUNDA DOMINICA NOVEMBRIS

Nell’altra epigrafe sottoposta allo stemma del vescovo Agnello Renzullo si legge:
D.O.M.
OMNIA FERT DEUS OMNIPOTENS
QUUM FIAT DIXIT EX NIHILO EMERSIT MUNDUS
FIAT DIXIT ET HUMANUM GENUS NOXIS REDEMIT
VETUSTA HAEC ECCLESIA
COLLAPSA CONTEMPTA PER NONAGINTYA ANNOS
ACERIS ET ANIMALIUM RECEPTACULUM
OBLITA RESTITIT
DONEC FIAT DIXIT DEUS ET REFECTA NITET
ANTISTITE AGNELLO RENZULLO INSPIRANTE
PROBORUMQUE VIRORUM EXEMPLO
ELEMOSYNAS QUAERENTIUM
CIVIUM CONNOTA PIETAS
JNTEGRAM DEIPARAE AEDEM
RESTITUIT
ANNO SALUTIS MDCCCXCIII

Così ancora il Masciotta: Il Convento, ampio e luminoso, egregiamente decorato, fu soppresso nel 1809, e ceduto al Demanio del Comune, che lo adibì a Quartiere della Gendarmeria a Cavallo, e dopo il 1860 a Caserma dei RR. CC. nonché alle scuole femminili, riservandone alcuni capaci ambienti a scopo di aprirvi un piccolo teatro.

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La lapide della tomba di Giovanni de Amicis

Ludovico Valla riferisce che il venafrano Giovanni De Amicis, divenuto famoso nel Cinquecento per i suoi “Consigli”, fu sepelito nella chiesa di S. Francesco nella propria cappella fatta a volta, dove colla sua figura di basso rilievo si leggeva questa iscrizione:
IURIS CONSULTI FANUM EST / IOANNIS
AMICI QUOD FUERAM / PATRIAE CULTOR
AMICI HONOR / HIC STUDII LABOR EST
NOSTRI / ET VINDEMIA LEGUM TECTA /
VENAFRANI QUEM PEPERERE SOLI .
Il Valla continua dicendo che i Padri di quel convento, ritenendo opportuno modificare la chiesa, tolsero dal luogo la cappella e quindi la sepoltura. Poiché per molti anni nessuno si interessò della cosa l’epigrafe rimase sulla pubblica via finché finalmente fu sistemata nella segrestia della chiesa dove ancora oggi si può osservare.
Essa è formata da una sola pietra sulla quale è scolpita l’epigrafe riferita dal Valla, inserita in un finto cartiglio limitato sui lati da due scudi gemelli a rilievo con lo stemma dei de Amicis simile a quello che si rirova sulla loro casa in via Plebiscito con l’aggiunta di due gigli nei quarti superiori che denotano una pregressa fedeltà alla casa angioina.

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S. Francesco. Il baldacchino

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Particolare del baldacchino

S. Bonaventura da Padova nello studiolo
Nulla si conosce dell’autore. Per tradizione l’immagine viene attribuita a S. Bonaventura, nato a Padova nel 1332, cardinale agostiniano ed amico di Francesco Petrarca di cui fece l’elogio funebre. Ci aiuta in questo riconoscimento una stampa di Collaert del XVII secolo che probabilmente circolò in Italia per illustrare la vita del santo. In essa uno dei medaglioni fa vedere S. Bonaventura in un atteggiamento molto simile a quello della tela di Venafro. In particolare nella parte che simboleggia l’ispirazione divina che si concretizza in un raggio di luce che arriva dall’alto.

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Il Santo è raffigurato all’interno di uno studiolo fornito di una libreria davanti alla quale è sistemato un tavolo con un crocifisso.
Nella tela di Venafro il santo è seduto su una sedia con braccioli ed è colto nell’atto di alzare la penna d’oca dal manoscritto appoggiato su un tavolo rivestito di un panno di raso con una bordura di oro. Il cappello rosso a larghe falde tipico dell’abbigliamento cardinalizio è appeso alla spalliera. Sul tavolo il calamaio ed un campanello.
In alto, all’interno dello studiolo, una nuvola squarciata dalla luce evidenzia il valore divino della ispirazione mentre una pesante tenda di velluto verde segna il limite dello spazio fisico. Il santo cardinale è vestito di una cocolla nera foderata di raso rosso.
La cocolla era in origine un cappuccio con una mantellina molto corta in uso presso gli eremiti d’Egitto come quella dei contadini e dei soldati e veniva portata di giorno e di notte. Nel tempo più che un uso pratico ha assolto una funzione simbolica.
Di grande effetto per la bontà dell’esecuzione è la bordura della cotta bianca da cerimonia che il cardinale indossa sulla pesante tunica, costituita da una raffinata fascia a merletto.
I caratteri generali dell’arredo e l’abbigliamento fanno collocare questa pittura nella prima metà del XVII secolo.

San Giuseppe da Copertino
La tela è collocata nell’altare della famiglia del Prete di Venafro, tuttavia non necessariamente si riferisce ad un episodio domestico. La rappresentazione è piuttosto singolare e probabilmente ricorda un episodio straordinario accaduto all’interno di una chiesa.
Si tratta della levitazione di un santo francescano davanti all’altare dell’Assunta, alla presenza di alcuni personaggi in abiti settecenteschi che appartengono ad una famiglia benestante.
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La gerarchia ecclesiastica ha visto sempre con circospezione i casi di cosiddetta levitazione, a cominciare da quelle attribuite a S. Teresa d’Avila e al suo confessore S. Giovanni della Croce, ai quali la devozione popolare attribuì la capacità di sollevarsi da terra nella concomitanza di particolari occasioni.
Nel secolo successivo in Italia Giuseppe da Copertino, dei Minori francescani, si guadagnò l’appellativo di frate volante perché dal 1630 in poi sarebbe stato visto volare almeno 200 volte.
Giuseppe era nato nel 1603 a Copertino in Puglia e durante la sua vita gli fu attribuito un numero elevatissino di miracoli. Morì ad Osimo nel 1663. Nel regno di Napoli, che egli infervorò con le sue predicazioni, gli furono riconosciute frequenti levitazioni e per questo subì anche processi inquisitivi.
Un rinnovato interesse per questi fenomeni si ebbe nel secolo successivo perché attribuiti anche S. Alfonso de Liguori e, soprattutto, a S. Giuseppe Giovanni della Croce.

S. Giuseppe, Gesù Bambino e Giovannino
Primo altare a destra della chiesa di S. Francesco. Della firma dell’autore rimane solo qualche debole segno.
Si tratterebbe di uno sconosciuto A. DEMO che eseguì l’opera nella seconda metà del XVIII secolo. Si è concordi nel ritenere che chi eseguì la pittura si sia ispirato all’analoga rappresentazione eseguita da Jacopo Cestaro per la chiesa di Bagnoli Irpino dove era nato. La buona esecuzione della composizione fa ritenere che si tratti comunque di un artista maturato all’interno di una bottega napoletana e forse dello stesso Cestaro.
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L’iconografia è piuttosto insolita per l’assenza della Madonna, sebbene si tratti di un tema che, attingendo alla narrazione apocrifa, fa esplicito riferimento alla tradizione popolare dell’amicizia di Gesù con Giovanni Battista fin dalla tenera età.
Ma Giovanni Battista era cugino di Gesù ed il suo concepimento fu annunciato proprio da Maria quando, ricevuto l’annuncio della sua maternità, si recò a fare visita a sua cugina Elisabetta, moglie ormai anziana di Zaccaria.
La tradizione popolare, quindi, ha legato la storia di Giovanni Battista a quella di Gesù, anche se i vangeli nulla dicono della loro infanzia.
Un gran numero di artisti ha utilizzato il tema dell’amicizia tra Gesù Bambino e Giovannino e tantissime sono le rappresentazioni che vedono i due in genere insieme a Maria.
Nel nostro caso invece i bambini sono con Giuseppe che si riconosce per il bastone fiorito, anch’esso recuperato dalla tradizione apocrifa.
In genere i due bambini sono assolutamente coetanei. Nel nostro caso Giovannino sembra più adulto, ma è comunque rappresentato, quasi in una visione profetica, vestito di una drappo rosso che lo avvolge lasciando intravedere un pezzo di pelle di cammello, anticipazione della sua futura vita eremitica.
Con la mano sinistra regge una esile croce con il cartiglio “Ecce agnus Dei”. A lato di Giovannino si nota il consueto agnello che richiama il momento del battesimo di Cristo.Gesù Bambino, invece è in braccio a Giuseppe mentre un angelo dalle grandi ali appoggia alcuni fiori sulla pietra che fa da sedile a Giuseppe.

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