Franco Valente

S. Maria a Ponte Latrone sul Volturno

S. Maria a Ponte Latrone sul Volturno

Franco Valente

(Almanacco del Molise 1985)

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La rocca di Roccaravindola é collocata nella parte alta del monte, in una posizione dominante l’intera valle del Volturno.
E’ punto di osservazione di eccezionale importanza in quanto controlla il territorio non solo sul versante venafrano, ma anche in direzione della parte alta del Volturno, che proprio nella montagna di Roccaravindola sembra far centro per compiere una amplissima curva.
Attualmente pochi ruderi sono rimasti a testimoniare la sua storica presenza: purtroppo una insana mania distruttrice qualche decennio fa indusse gli amministratori del Comune a decretare la distruzione delle mura che gli abitanti attuali ancora ricordano fornite di copertura.
Non esistono rilievi architettonici né fotografici del monumento prima della sua definitiva cancellazione e quasi inesistenti sono le notizie storiche, per cui, anche in questo caso, dovremo accontentare di tentare una lettura ricavando le notizie da quei pochi elementi di fabbrica sopravvissuti.
Appare abbastanza chiaro che la funzione preminente della costruzione fosse quella di punto isolato di avvistamento, tuttavia alcuni particolari consigliano l’ipotesi che la rocca facesse parte di un articolato sistema difensivo della valle.
Topograficamente essa si pone nel punto intermedio tra S. Maria Oliveto e Montaquila, però molto più vasto è il campo di controllo.
Roccaravindola si trova inoltre all’incrocio di due assi di comunicazione che nell’alto Medioevo avevano una rilevanza notevole: il primo relativo al collegamento tra Adriatico e Tirreno, in quanto il territorio del Volturno è situato nella parte della penisola italiana che presenta il massimo restringimento tra i due mari.
Il secondo per il collegamento longitudinale tra meridione e settentrione lungo la dorsale appenninica.
Cosi la rocca viene a costituire il vero e proprio ombelico del centro meridione italiano che solo per particolari circostanze storiche non ha svolto pin quelle funzioni strategiche che naturalmente le possono essere attribuite.
Non conosciamo documenti utili per fissare cronologicamente l’epoca di sua prima costruzione. Nel Chronicon Vulturnense non si fa menzione di Roccaravindola, tuttavia appare indubbio che, essendo posta nell’ambito del territorio di S. Vincenzo, abbia ricevuto le medesime colonizzazioni dei centri vicini, anche se la conformazione urbana oggi riconoscibile possa far pensare ad un’epoca più recente.
D’altra parte la sopravvivenza di una feritoia, salvatasi miracolosamente alla demolizione, lascia intendere che un collegamento, anche temporale, deve essere ricercato con il Ponte Latrone, che, situato sul Volturno, appare dominato e controllato visivamente proprio da tale feritoia.

La particolare imponenza dei ruderi di questo ponte avevano indotto il Ciarlanti nel XVII secolo a ritenere che si trattasse di un’opera voluta e realizzata da Federico II addirittura su proprio progetto .
Fe’ poi Federigo far il Castello a Capova sopra il ponte, il quale designa di sua propria mano se il Collenuccio aggiunge, che fé anche farvi il ponte, in tal tempo, é fama in quelle parti che fosse per suo ordine stato fatto parimente il ponte sopra lo medesimo fiume Volturno, hora detto ponte Latrone tra i fini delle Terre dl Monteroduno, e Capriata, e che fosse in ambidue opera d’uno stesso maestro e se bene questo è hora disfatto, tutta volta vi si veggon’in piede le stupende vestigie dall’una parte e l’altra, & in mezzo del fiume; che chiaro segno danno della gran potenza del Conditore.
In realtà il toponimo, nonché i criteri costruttivi tradiscono una origine molto più antica.

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In primo luogo il toponimo, male interpretato dagli eruditi locali, solo recentemente é stato ricondotto giustamente alla matrice originaria. Infatti come osserva A. Mattei  il termine Olotrone viene usato da Plutarco quando descrive il fiume Volturno nei pressi di Casilinum, odierna Capua.
Dunque Latrone deve intendersi come una sopravvivenza dell’originario appellativo osco-sannita con il quale si denominava il fiume e che, seppure romanizzato ufficialmente prima in Voloturnus, poi in Volturnus, si è conservato nell’uso popolare.
Oggi della costruzione romana rimangono solo due piloni, ambedue molto rovinati sebbene in epoca medioevale rimaneggiati. Il primo, a sud, immediatamente vicino alla cappella in forma di tricora, ha una base di circa 15 metri nella lunghezza e 6,70 metri nella larghezza. Il secondo, in direzione nord, a una distanza di circa 50 metri ha la medesima larghezza ed una lunghezza di poco inferiore.
L’impianto, di chiara fattura romana, è realizzato con una fodera esterna di blocchi lapidei, sia di calcare compatto che di travertino, in opera quadrata di discrete dimensioni.
All’interno il pilone è costituito da una muratura in ciottoli di fiume gettati con malta idraulica. Il basamento è caratterizzato da una cornice squadrata sui due lati maggiori.

Dalla posizione e dalla composizione si ricava che il numero dei piloni era molto più alto; infatti la campata che collegava i due preesistenti piloni era sufficiente a far superare l’intero corso del fiume, anche se si volesse ipotizzare una diversa posizione del letto.
E presumibile che almeno altri 4 piloni fossero situati nel luogo ove ora il fiume scorre con il massimo di portata.
La presenza di fori allineati di diametro di circa 40 centimetri sulla faccia rivolta verso l’acqua fa ritenere che il ponte avesse in origine le campate con travate in legno conficcate in essi.
Non sappiamo con certezza se la linea dei fori costituisse il limite superiore dell’impianto romano, ma il fatto che fino a tale livello si ritrovi il paramento in blocchi in opera quadrata rende plausibile l’ipotesi. Di conseguenza deve ritenersi che la sovrapposizione, di epoca basso-medioevale, del nuovo paramento in opera incerta abbia avuto l’obiettivo di trasformare le campate in legno in arcate in muratura.
Unica debole traccia é costituita dalla sopravvivenza di una imposta di arco, sullo spigolo occidentale del primo pilone, chiaramente sovrapposta all’antico impianto.

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L’intricato frascame che circonda i due piloni rende per ora difficoltoso un esame complessivo dell’opera, come pure la mancanza di auspicabili saggi archeologici impedisce una definitiva conclusione sull’argomento.
Per ora ci si deve limitare a considerare il suo orientamento complessivo che essendo sulla direttrice nord-sud sembra essere funzionale ad un’asse di percorrenza tra l’alta valle del Volturno e le terre di Capriati.
La presenza di una chiesa a lato la cui datazione è riferibile all’VIII secolo (o comunque ad un periodo compreso tra l’VIII ed il IX secolo) ci conferma che all’epoca della riorganizzazione territoriale dell’alto Volturno ad opera dei monaci di S. Vincenzo il ponte fosse ancora in uso o perlomeno che allora sia stato ripristinato.

D’altra parte gli interessi dei monaci di S. Vincenzo alle terre immediatamente a ridosso della sponda meridionale del Volturno sono evidenti dalla elencazione dei beni che secondo il Monaco Sabbatino, estensore dell’inventario nel IX secolo, appartengono all’abbazia alla vigilia della invasione saracena .
Tra l’altro vi leggiamo Capriata vera erat di viva in duas parte.; medietas monasterii Almifici Vincencii et medietas episcopii Sancti Petri cum duabus ecclesiis Sancti Johannis ed Sancte Marie,
inibi iuxta se commorantibus, umana episcopii aliam vera nostri monasterii (…) Et ecclesia Sancti Gregorii in Matese cum omnibus territoriis medietas fuit Sancti Monasterii et medietas episcopii Sancti Petri. Cella quoque Sancte Agathe in Torcino posita, cum aliis ecclesiis sibi subiectis; omnia fuerunt Sancti Monasterii beati Vincencii.

Inoltre degna di considerazione, sempre per il nostro studio, una citazione del Chonicon Vulturnense  relativa ad una sentenza del giudice Capuano Ausenzio con la quale si confermavano all’abate di S. Vinoenzo alcuni territori contesi al monastero da parte di Maione di Capua. La sentenza é del settembre 936 e tra l’altro vi si legge:
… alia terra ibi propinqua, et nominatur ad Ducenta, abente finis: da una parte silice, qui exit ad pontem marmareum, et fossatum sicut revolvit ipsum fossatum, qui decernit inter hec terra, et terra Sancti Terenciani et terra suprascripti sui monasterii et terra suprascripti Audoaldi castaldei de secunda parte fine fossatu, qui venit de subter da suprascripto ponte mormareu, habente exinde in longitudine passus mille centum octoginta sex de tercia parte fine terra iam fati sui monasterii
et terra Sancti Benedicti de quarta parte limite et acquaru qui vocatur Murtina, qui adiacet fine suprascripta terra, habente passus inde quingentos, Tercia pecia ibique coniuncta cum terra, que nominatur Campu: da una parte fine limite suprascripto et Mortina.

Va notato al proposito che l’area circostante ponte Latrone viene ancora oggi chiamata Acquaro e che immediatamente contiguo vi è un villaggio che porta il nome di Campo la Fontana.
Potrebbe dunque essere il nostro ponte quello che genericamente nella sentenza viene chiamato marmoreum, termine consuetamente attribuito ad opere con consistente presenza di pietre lavorate di epoca romana.
Ma veniamo alla piccola chiesa sistemata immediatamente al lato dell’antico percorso.

Sopravvissuta quasi per miracolo alle frequenti piene del Volturno, rappresenta uno dei rarissimi esempi di tricora altomedioevale.

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Di dimensioni piccolissime, pur se notevolmente rovinata, conserva gli elementi essenziali di una architettura che risponde a canoni geometrici, nonché a criteri compositivi che sicuramente non sono frutto della casualità ma evidente conseguenza di una precisa azione progettuale.
L’impianto è costituito da tre bracci corti, a forma di abside semicircolare, aggregati ad un quadrato centrale. Il quarto lato, quello dove originariamente era posto l’ingresso verso la strada, è invece in forma di quadrato delle stesse dimensioni di quello centrale.

Non vi e rimasta traccia all’interno di apparecchiature liturgiche e tantomeno si notano avanzi degli affreschi che presumibilmente la decoravano. Rimane tuttavia un singolare sistema di aperture, quasi delle feritoie, posizionate tutte ad uno stesso livello molto basso, circa un metro da terra, e orientate secondo un disegno geometrico a triangoli sovrapposti.
Tali minuscole aperture quadrate, dai lati di circa 20 cm., non sono state ricavate in epoca successiva, ma contemporaneamente alla elevazione dei muri perimetrali.
Difficile capire a cosa servissero. Il fatto che siano ad un livello cosi basso fa pensare ad una loro utilizzazione difensiva, ma la troppo precisa articolazione geometrica che fa convergere esattamente al centro dell’abside mediana 6 direttrici di tali aperture, (alle quali si aggiungono le direttrici del portale e della monofora centrale) inducono a ritenere che si tratti di un sistema di piccole finestre realizzate per permettere ai frequentatori della pubblica via, che allora aveva una quota più bassa di quella attuale, di guardare all’interno della cappella anche quando essa era chiusa, secondo una consuetudine che ritroviamo ancora oggi in numerose chiese campestri.

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Nessun elemento ci viene incontro, se non la sua struttura architettonica, per poter con sicurezza stabilire un’epoca di costruzione della tricora.
Esempi consimili sono rarissimi e tutti compresi tra il VII e IX secolo.
Nell’area vulturnense unica analogia la ritroviamo nella tricora sovrastante la cripta di Epifanio, sicuramente già esistente nel IX secolo, ma tuttavia essa non può essere presa come punto di riferimento sicuro per essere totalmente distrutta la parte alta ed il braccio lungo.

Il ponte, come abbiamo visto, presenta un impianto romano con una sovrapposizione, di epoca successiva, finalizzata ad aumentarne l’altezza.
Considerando che con tale modificazione, che ha comportato di conseguenza un
allungamento planimetrico della prima campata, la chiesetta è venuta a trovarsi troppo a ridosso del ponte medesimo, si può ipotizzare una certa sequenza nelle fasi costruttive delle due opere.
Una prima fase, di epoca, romana, relativa alla costruzione di un ponte a blocchi squadrati e con campate a struttura lignea.
Una seconda fase di riutilizzazione, coincidente con l’ascesa politica dei conti Longobardi di Capua e degli abati di S. Vincenzo. Sono ben noti infatti i buoni rapporti tra i due territori, tant’è che dopo la distruzione saracena dell’881 i monaci superstiti trovarono ospitalità proprio a Capua dove edificarono un Monastero dedicato a S. Vincenzo.

E’ più che logico quindi che la via di congiunzione tra i due territori passasse per ponte Latrone, escludendo un inutile allungamento per Venafro.
Di qui la necessita di una piccola chiesa a servizio dei viandanti la cui edificazione potrebbe perciò essere collocata tra l’VIII e il IX secolo.

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Una terza fase, quella della sopraelevazione del ponte, potrebbe essere messa in relazione alla rinascita capuana avvenuta sotto Federico II ed alla conseguente necessità di potenziare o ricostituire quegli itinerari che la potevano mettere in collegamento con il Nord dell’Italia.
Uno dei collegamenti fondamentali era proprio quello della Valle del Volturno che univa il territorio Capuano alla dorsale appenninica, escludendo le vie costiere non troppo sicure per i commerci.
Dunque plausibile e la ipotesi del Ciarlanti che sia stato proprio Federico II nel XIII secolo a volere il rifacimento del ponte sul Volturno e che egli stesso abbia indicato, secondo il suo solito, anche le linee architettoniche ed i criteri costruttivi da adottare.

La chiesetta di ponte Latrone, però, pur essendo un esempio, per ora quasi isolato, di una particolare forma architettonica, non è tuttavia la sola ad avere caratteri preromanici nell’area circostante, come si può desumere da quel che rimane della chiesa di S. Michele a Roccaravindola.

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