Franco Valente

L’acquedotto romano di Isernia

L’acquedotto romano di Isernia

Franco Valente

da Franco Valente, Isernia, origine e crescita di una città, Campobasso 1982

Una delle opere di ingegneria romana più straordinaria che ancora si conserva in Isernia è certamente l’antico acquedotto romano che è in funzione senza interruzione da oltre duemila anni, costituendo così l’elemento di maggiore continuità nella struttura urbana dalle origini ai nostri giorni.
Nessun documento epigrafico antico ci è pervenuto per poter documentare con esattezza l’epoca della sua costruzione che comunque è di molto anteriore al periodo imperiale ed è da mettere in relazione con la deduzione della colonia latina nel III secolo a.C..
Il suo “specus”, ovvero il suo condotto, si sviluppa nella prima parte per una lunghezza di circa 3.300 metri congiungendo il “caput aquae”, presso la montagna di S. Martino, al serbatoio principale, situato nelle immediate vicinanze della porta decumana superiore della città.

La seconda parte, per una lunghezza di circa 1.100 metri, è invece interamente compresa nel centro urbano e segue l’allineamento del decumano maggiore della città fino alla porta inferiore verso Venafro.
La captazione delle acque avviene attraverso una serie di canali di drenaggio costruiti artificialmente per convogliare le varie vene acquifere ad un unico pozzo che costituisce il vero inizio del condotto.
Esso si evidenzia oggi per un casotto circolare realizzatovi alla fine del secolo scorso.
Per i primi 1.600 metri e fino al cosiddetto “ponte dell’acqua” (Ponte S. Leonardo) il canale procede quasi al livello del terreno, con una pendenza lieve.

Da questo punto e fino al serbatoio presso il “pozzo”, per superare il dosso naturale di travertino, penetra con andamento quasi rettilineo seguendo l’allineamento dell’attuale corso Garibaldi, raggiungendo in alcuni punti la quota di 30 metri sotto il livello stradale.
Questo tratto è interamente scavato nel travertino e presenta uno specus a sezione regolare costante di 60 cm. di larghezza e 120 cm. di altezza.
La sua forma è molto semplice con la parte  superiore arcuata, mentre la base dello specus è perfettamente liscia e risulta restaurata con basi di pietra nei punti in cui il travertino si presentava meno compatto.
Le pareti, perfettamente verticali, seguono un andamento che complessivamente è rettilineo, ma che comunque presenta spesso curve e controcurve, forse determinate dalla necessita di superare banchi
di travertino particolarmente compatto.

Meno probabile è l’ipotesi che tali curve servissero a ridurre la velocità dell’acqua che, data la pendenza del condotto, è notevole in alcuni punti.
La irregolarità della velocità dell’acqua era una condizione tipica degli acquedotti romani con conseguenze spesso problematiche per la loro gestione, quando la pressione dell’acqua diveniva troppo elevata.
I criteri per risolvere questi problemi erano spesso quasi primitivi e comunque in evidente contraddizione con la loro grandiosità e complessità, ed è strano, comunque, che per l’acquedotto di Isernia si sia preferito un tracciato sotterraneo molto difficile da realizzare, invece di un percorso a mezzacosta lungo il fiume Sordo.
Tuttavia una serie di canali larghi circa 40 cm. ed altrettanto profondi, completamente ricavati in blocchi di travertino, sono affiorati negli anni Ottanta in occasione della costruzione del palazzo della Provincia sul fianco verso il fiume Sordo. Purtroppo non si provvide alla loro conservazione e al loro rilievo sicché non è più possibile sapere se si tratti di canali supplementari dell’acquedotto o addirittura di un originario condotto che dal Ponte di S. Leonardo si collegava direttamente al “castellum aquae” (di cui si parlerà più avanti). Un condotto che potrebbe essere stato poi sostituito da quello in galleria per una accidente che potrebbe essere occorso, come un cedimento franoso o un crollo della parete naturale.

L’esecuzione dell’acquedotto che conosciamo avvenne mediante la realizzazione di una serie di pozzi (“spiramen”) allineati tra loro ad una distanza media, uno dall’altro, di circa 70 metri.
Questi pozzi, di forma pressoché circolare e con un diametro di poco superiore al metro, servirono anche a definire le quote che lo “specus” avrebbe dovuto rispettare.
I mezzi di misurazione più in uso erano la “groma”, ovvero lo squadro, che serviva per definire con esattezza la direzione da seguire, e la “libra aquaria”, che era un livello ad acqua usato per stabilire le
pendenze del terreno. Più in particolare per gli acquedotti si utilizzava il “chorobates” che era un livello munito di filo a piombo.
Una volta stabilita e raggiunta una determinata quota, si passava al collegamento sotterraneo dei vari punti ed il materiale scavato veniva portato fuori attraverso i pozzi stessi.
Nella gestione dell’acquedotto i pozzi venivano usati non solo per le frequenti operazioni di ispezione e di pulizia, ma servivano pure come valvole di sfiato in caso di aumentata portata di acqua.

Prima di entrare in città il condotto raggiunge la grande vasca del “Castellum aquae” dove era possibile controllare la qualità dell’acqua, e contemporaneamente ridurre la pressione mediante l’apertura di un condotto supplementare per il troppo pieno.
La particolare forma della vasca con la base ovoidale nonché il fatto che gli imbocchi di entrata e di uscita siano posti nella parte alta fanno intuire che la sua funzione fosse pure quella di trattenere eventuali detriti presenti nell’acqua.
La sua superficie complessiva del “castellum aquae” è di circa 100 metri quadrati, con una base quasi rettangolare con il lato maggiore di m. 24 e quello minore di m. 4,50 con una capacita di circa mezzo milione di litri di acqua.
Dal “Castellum aquae” lo specus proseguiva con una larghezza maggiore rispetto al condotto precedente la vasca. Ciò in maniera che fosse ridotta la pressione nella parte interna alla città.
Dall’esame dei sotterranei di alcune case situate intorno alla piazza di S. Maria del Vicinato (piazza Sanfelice) e in particolare dei sotterranei di palazzo Milano e palazzo Tamburro è possibile ricavare che l’acqua proveniente dal condotto principale si raccogliesse in grandi cisterne con volta a botte e collegate tra loro mediante archetti a tutto sesto alti circa 120 cm. e larghi 60.

Il primo rilievo dell’acquedotto isernino fu condotto nel 1887 dall’ing. Udalrigo Masoni in scala 1:2000 e riproduce nei particolari non solo il tracciato complessivo dalle sorgenti in località S. Martino in tenimento di Miranda fino alle diramazioni interne al nucleo urbano, ma anche il posizionamento di tutti i pozzi di ispezione che nella sostanza erano quelli originari.
Il Masoni trascrive, peraltro, nella sua planimetria anche i nominativi dei proprietari dei terreni che erano attraversati dal condotto che, in sequenza, sono quelli di Nicola Franceschelli e Antonio Lombardozzi nel comune di Miranda.
Poi seguono i titolari dei terreni in agro di Isernia che vengono così elencati: Antonio e Filippo Senerchia nei cui terreni era la prima sorgente isernina da cui parte il canale di collegamento lungo il quale sono segnati altri 10 pozzetti di raccolta delle acque sorgive.
Dal pozzetto contrassegnato con il n. 7 parte il condotto vero e proprio dell’acquedotto antico per attraversare la proprietà di Cosmo Melogli e quelle successive di Gaetano Alfanti, Angelo Fantozzi, Giuseppe Petrunti, Vincenzo Cimorelli, Cosmo Viti, Giuseppe Guerra, Angelantonio Di Falco, Michele Lombardozzi fu Giovanni, Antonio Melogli, Carmine e Giuseppe Costa, Achille Belfiore, Camillo Caroselli, Antonio Crescenzo alias Mazzariello, Clementina Martino, Alessandro Delfini, Francesco Placento, Pietro Paolo Di Crescenzo, Angelo Di Crescenzo, Francesco Tamburri.
Da questo punto superava il Ponte S. Leonardo per raggiungere in successione i pozzi n.1, 2, 3 e 4 tutti distanti tra loro circa 70 metri. Dopo un tratto tutto “in traforo” di m. 410, come annota il Masoni, raggiunge una altro pozzo segnato con il n. 5 nei pressi del Casino Meloglio.
Dalla planimetria il “Casino Meloglio” appare in aperta campagna, ma oggi si trova esattamente di fronte alla stazione ferroviaria della città.

Utilizzando questo pozzo e scendendo di circa 30 metri sotto il livello stradale, abbiamo effettuato la nostra ricognizione per raggiungere il condotto che è ancora perfettamente funzionante fino al successivo ingresso che corrisponde, nella planimetria del Masoni, al cosiddetto “serbatoio” che è il “castellum aquae” cui abbiamo fatto cenno e che popolarmente dagli Isernini viene chiamato “il Pozzo”.

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3 Commenti

  1. stufer 27 novembre 2008 at 20:08

    vai a lavorare….ke skiff di roba porco scarpiiiiiiiiiiiii

  2. Franco Valente 27 novembre 2008 at 22:32

    uva bonarella, kappa, kiodi e mozzarella…. tutti a lavorare ….

  3. Maria C Monteleone 19 settembre 2017 at 16:26

    Signor Valente, i miei complimenti per il tempo dedicato a condividere queste informazioni. Mi occupo di ricerca sulla distribuzioni idrica urbana romana e mi fa piacere leggere di Venafro e Isernia. Le foto a colori dell editto di Venafro sono bellissime. Sto valutando i vari castella aquae che si ritrovano in Italia, quello menzionato per Isernia e’ descritto in delle pubblicazioni, lo ha visitato? Si sa qualcosa della distribuzione urbana, altri castelli e fontane alimentate dal castellum, aquae? candblovesewing@gmail.com se mi vuole rispondere personalmente.

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