Franco Valente

S. Biagio scardassato ed i cardatori di lana

cardaccio

S. Biagio scardassato ed i cardatori di lana

Franco Valente

Il 3 febbraio la Chiesa ricorda S. Biagio di Sebaste.

Quando il prefetto Massimo nella settecentesca Opera di S. Nicandro fa l’elenco delle pene inutilmente inflitte ai martiri cristiani, evoca anche “Biagio scardassato”.
Il riferimento è a S. Biagio di Sebaste il cui martirio sarebbe avvenuto al tempo di Diocleziano o comunque ai primi del IV secolo.
Secondo una tradizione amplificata dalla Legenda aurea di Jacopo da Varagine, tra le torture inflitte a Biagio, che si ritiene essere stato anche vescovo, vi fu quella eseguita mediante quel particolare pettine di ferro che è strumento dei cardatori di lana.

La “scardassatura” è un processo che si fa con due pettini di ferro (i cardacci) e serve a sfilacciare la lana in maniera da eliminare i nodi. I cardacci più antichi erano costituiti da due tavolette piene di chiodi che venivano sfregate una contro l’altra in maniera che i denti stirassero i fiocchi di lana fino a renderli lavorabili.

Così, come accade per la quasi totalità dei martiri più antichi, lo strumento di tortura non solo è divenuto l’attributo più consueto per la sua identificazione, ma anche il motivo per i cardatori di lana per elevarlo a proprio protettore.

La circostanza che nel Molise questo santo sia sempre rappresentato accompagnato da un angelo che regge il pettine di ferro in qualche modo fa ritenere che nella tradizione popolare il suo patronato per gli scardalana sia stato particolarmente importante. Forse anche di più di quello che lo vede protettore dalle malattie della gola in ricordo della miracolosa guarigione di un bambino che rischiava di morire per una spina di pesce male ingoiata.

Più comunemente, in ambito liturgico, S. Biagio viene associato alla Candelora per il fatto che la sua festa avviene nello stesso periodo e si accosta ad essa un’altra tradizione leggendaria che vuole che Biagio, essendo riuscito a salvare un porcellino da un lupo, abbia chiesto alla donna che ne era proprietaria di ringraziare Dio accendendo continuamente candele in suo onore.

Ovviamente il culto per S. Biagio si è esaltato anche grazie a numerosi artisti che lo hanno rappresentato in opere pittoriche o statuarie in alcuni casi di grande pregio. Nel Molise ve ne è una buona quantità che, insieme al notevole numero di chiese ad esso dedicate, fa capire che il culto per S. Biagio sia stato particolarmente diffuso. Anzi vi è un paese del basso Molise, San Biase, che porta il suo nome e lo celebra come suo protettore.

La venerazione per lui nel bacino mediterraneo insieme a quella per S. Nicola è testimonianza di attribuzione alle due figure di una sorta di reciproca integrazione che in molti casi rappresenta un motivo per la definizione di spazi urbani aventi le chiese ad essi dedicate come poli di riferimento. A piccola scala valgano gli esempi di Monteroduni e della vicina Macchia d’Isernia, ma il concetto si può estendere ad una scala estremamente più vasta se si pensa che S. Nicola è protettore di Bari e S. Biagio di Dubrovnik che è dall’altra parte dell’Adriatico.


S. Biagio di Giacinto Diano 1771 – Venafro

Sono tante le rappresentazioni di S. Biagio diffuse nel Molise e fra esse certamente tra le più importanti vi è quella eseguita da Giacinto Diano nella chiesa dell’Annunziata.
In questa chiesa Biagio è associato S. Carlo Borromeo, S. Pietro apostolo e S. Lucia, che sono raffigurati ai piedi della Madonna del Carmine.
Dei tre quadri del Diano nell’Annunziata questo è l’unico che porta la firma dell’autore e l’anno 1771 in cui fu commissionato ed eseguito.


S. Biagio di Paolo Saverio Di Zinno (in N. Felice – R. Lattuada)

Anche Paolo Saverio Di Zinno, che è particolarmente famoso per aver realizzato le macchine dei Misteri di Campobasso, scolpì la sua immagine. Quella che si conserva nella chiesa di S. Biase di Agnone è firmata: Paulus de Zinni Regie Civitatis Campobassi fecit AD 1765. E’ una rappresentazione in qualche modo particolare perché il cardaccio non è nelle mani del bambino che gli è a fianco, ma appoggiato sul libro che regge con la mano sinistra insieme al pastorale. Di Di Zinno si conservano anche due bozzetti in cui S. Biagio sarebbe dovuto essere realizzato accompagnato dall’angioletto che regge il pettine e dal bambino guarito alla gola. (N. Felice – R. Lattuada, Paolo Saverio Di Zinno, Campobasso 1996).

Una bella statua, ma in cartapesta e legno, si trova nella chiesa di S. Maria Ester di Acquaviva-Collecroce.

S. Biagio è rappresentato con una lunga barba in atteggiamento oratorio. E’ vestito dei consueti abiti di vescovo e regge il pastorale con la sinistra. Alla sua sinistra in basso il putto regge, sollevandolo, il cardaccio.
Ma la particolarità di questa statua è anche il cartiglio che si intreccia nella fascia floreale della base dove si legge il nome di Gabriele Falcucci, autore dell’opera nel 1886 in Atessa, che nella scritta volle precisare di essere sordomuto: “S. Biagio – Gabriele Falcucci – Sordomuto – Pittore – Scultore – 1886 – Atessa”.

Di questo eccellente artista, che operò molto in Abruzzo, si conservano altre opere nel Molise come S. Luigi Gonzaga nella chiesa di Pietracatella dove nel 1870 restaurò la seicentesca Madonna di Costantinolpoli. Nella chiesa di Acquaviva-Collecroce si conserva dello stesso autore anche una statua di S. Giuseppe.

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3 Commenti

  1. giuseppe Zio 3 febbraio 2009 at 17:08

    Caro Franco,
    San Biagio è una festa anche molto sentita a S. Martino. In questo giorno si va verso contrad S. Biase, nelle terre dei Tanasso, fra il mio paese e Guglionesi, e i cavalieri che poratno un Crocifisso, fanno tre giri attorno ad una quercia dove è compparso il Santo e poi ritornano in paese dove fanno tre giriattorno alla CHiesa. I cavalieri, vestiti con un mantello da pellegrino, fanno onore al Santoe chiedono protezione per se e epr gli animali a cui fanno mangiare schegge di pietra. Il cavallo, il pellegrinaggio, il tratturo e la pietra, sono una sorta di prologo alla correse, poichè da oggi inizia quel lungo periodo di preparazione alla corsa dei carri del 30 Aprile, altro antico pellegrinaggio che nel tempo si è mutato

  2. Donatella Capo 3 febbraio 2015 at 09:48

    Caro Franco, conoscevo San Biagio solo come protettore della gola ma nulla della sua vita. Come al solito con una tua pagina di FB hai ampliato la mia conoscenza su questo Santo al quale, sofferente appunto alla gola, molte volte mi sono rivolta! E’ sempre bello leggerti ….. e si impara.
    Grazie ancora.
    A giorni di telfonerò perchè ho parlato con la Direttrice del Centro Federiciano di Jesi. Vuole entrare in contatto con te. A presto e sempre affetto e stima Donatella

  3. Antonio Valiante 6 febbraio 2019 at 20:33

    Caro Franco, sei sempre attento e prezioso per la nostra cultura molisana. Su San Biase volevo aggiungere qualcosa riguardante Jelsi. All Santo è dedicata una strada, è – come altrove – festeggiato attraverso il rituale dell’unzione della gola e in passato ha avuto una chiesa a lui dedicata – distrutta nel dopoguerra per far posto al Comune – da cui proviene una statua di autore ignoto allocata attualmente nella Chiesa madre, non molto alta e da qualche anno restaurata con fondi provenienti da emigrati in America. Mentre, sempre in passato, fino agli anni ’50, lo scrive Vincenzo D’amico nella sua opera “Jelsi e il suo territorio”, le massaie preparavano i buccellati; dolce che a quanto ne sappiamo hanno un’antica origine, perché venivano dati alla curia federiciana come forma di pagamento per il possesso delle terre dell’imperatore.

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