Franco Valente

Battista della Valle venafrano e la cultura militare del primo cinquecento

Battista della Valle venafrano e la cultura militare del primo cinquecento

(Prima di tre parti)

Franco Valente

Mi hanno chiesto notizie di Battista della Valle, autore  del “Vallo”, un manuale per i capitani di ventura che, dedicato ad Enrico Pandone di Venafro, ebbe un notevole successo ai primi del Cinquecento. Ho ripreso quanto scrissi nel volume che pubblicai insieme a Gennaro Morra sul Castello di Venafro (G. Morra e F. Valente, Il Castello di Venafro, Edizioni ENNE, Campobasso 1993)

Si era da poco chiuso il XV secolo e l’Europa si avviava a sostenere quei sostanziali cambiamenti che poi complessivamente rappresentarono il contesto in cui si mossero piccoli e grandi personaggi che, tutti insieme, costituirono l’espressione culturale del Rinascimento italiano.
Se le nuove scoperte (geografiche, tecniche, architettoniche o artistiche in generale) ebbero immediati riflessi nelle grandi capitali e presso le corti più affermate, certamente anche le aree apparentemente estranee ai flussi culturali più avanzati ne risentirono profondamente.
Anzi, un’analisi più approfondita, rivolta alla individuazione dei luoghi di origine dei nomi illustri di tal secolo, porta a dire che alla Rinascenza contribuirono in maniera determinante proprio quelle personalità che avevano passato la propria infanzia in piccoli centri e che per una serie di circostanze, a volte casuali, altre volte ineluttabili, erano entrati nel circuito della cultura (politica, letteraria o artistica che si voglia) internazionale.

Nel nostro caso vogliamo tentare una rapida occhiata a questa realtà cercando di capire cosa aveva potuto determinare in un piccolo centro del Regno di Napoli, agli inizi del 500, la presenza di alcuni personaggi le cui vite in qualche modo si intrecciano, pur se i loro interessi si svilupparono in campi ed in aree geografiche diverse tra loro.

Il centro è Venafro; i personaggi sono un conte, un giureconsulto, un capitano di ventura.

Il primo, Enrico Pandone, conte di Venafro, ebbe personalità controversa, inquieta e, sotto certi versi, originale nella monotona quotidianità locale.
Non volle accontentarsi di gestire l’eredità che gli aveva lasciato suo padre Carlo e frequentò, fin dalla età più giovane, ambienti e compagnie che certamente gli permisero una maturazione culturale di cui si ritroverà traccia nelle cose che realizzò nella sua città.

Fece parte dell’Ordine dei Cavalieri di Malta ed ebbe contatti non episodici con l’aristocrazia partenopea dell’epoca, tanto che il suo matrimonio con Caterina Acquaviva d’Aragona fu celebrato nel 1514, con fastoso apparato scenico, nel palazzo napoletano degli Acquaviva duchi di Atri.
Egli compiva allora 20 anni, essendo nato nel 1494, ed aveva ricevuto la contea di Venafro dalla madre Ippolita d’Aragona che l’aveva mantenuta nel periodo in cui, dopo la morte del marito Carlo, Enrico era ancora minore.

Come gli altri collaterali della sua famiglia, si barcamenò per conservare quei possessi e quei privilegi che permettavano ai Pandone di controllare una consistente area geografica della penisola italiana corrispondente ad un territorio che comprendeva interamente l’alta valle del Volturno nonchè la contea di Boiano e tutta la fascia settentrionale ed occidentale del Matese.
Comprese che l’organizzazione castellana, alla quale si era applicato il padre con grande dispendio di denaro per una ristrutturazione funzionale della residenza venafrana, non era più adatta ai tempi e promosse di conseguenza una riconversione della sua proprietà non solo sotto il profilo economico ma anche sotto quello architettonico attribuendo al suo castello soprattutto una funzione di rappresentanza (o perlomeno queste furono le sue intenzioni).

Prima di essere travolto dagli avvenimenti che culminarono nel 1528 con la sua esecuzione capitale per alto tradimento verso la casa regnante, avendo voluto seguire la fallimentare avventura di Lautrec, Enrico era divenuto uno dei più rinomati allevatori di cavalli del Regno.

Le stanze del castello di Venafro accolsero, in grandezza naturale, le immagini dei destrieri più importanti del suo allevamento, come quelli che aveva donato o venduto a Carlo V, al Duca di Calabria, ai Pignatelli, ai Caracciolo, alla famiglia Pitti di Firenze.

Introdusse a Venafro forme e concezioni architettoniche che si legavano certamente alla presenza dei Sangallo a Montecassino nel primo quarto del XVI secolo, come risulta dagli elementi costruttivi del loggiato della sua residenza urbana o dei giardini all’italiana ai piedi della montagna accosto al fossato del castello, oppure, ancora, dei giardini e della peschiera della corte alle sorgenti del S. Bartolomeo, subito fuori della cinta urbana.

Ultimamente Morra ha ricostruito l’epopea dei Pandone, ridisegnando il quadro complesso ed articolato delle dispute che caratterizzarono il territorio volturnense ed il periodo storico a cavallo dei due secoli XV e XVI, e la figura di Enrico emerge proprio per il suo desiderio di uscire dai confini costrittivi della contea che aveva ereditato.

Anche i tentativi di spaziare nel mondo di un’arte e di un’architettura che in fin dei conti appariva ancora d’avanguardia in un momento in cui non ancora erano superate le radicate concezioni del sistema medioevale, sono una implicità conferma della sua forte personalità che prescinde da quelli che poi furono gli avvenimenti che lo portarono ad un drammatica e prematura scomparsa.

I suoi contemporanei si guardarono bene dall’apprezzarne le doti e la stessa tradizione tese a sottolineare della sua esistenza soprattutto la vicenda del tradimento, creando anche aneddoti, molto probabilmente privi di fondamento, come quello che Ludovico Valla, nel secolo successivo racconterà nelle Memorie Historiche di Venafro, a proposito dei rapporti del conte venafrano con Antonio Giordano, Maggior Sindaco di Siena al tempo di Pandolfo Petrucci, tra la fine del quattrocento ed i primi decenni del secolo successivo.

Lo storico venafrano narra alcune vicende dei due personaggi, aggiungendo alle notizie storiche altre raccolte di prima mano dai suoi compaesani più anziani, “di cui sin dalla mia fanciullezza ho inteso sempre raccontare cosa da me stimata novella; ma forse vera, e per esser narrata da persone non molto lontane dal suo tempo , e per non essere aliena da quelle notizie, che poi col tempo ho potuto raccogliere dalle historie“.

Il Valla racconta che Antonio Giordano, figlio di un sarto, per le sue capacità divenne Consigliere di Pandolfo Petrucci, che allora “signoreggiava” Siena.

E tra i detti memorabili del medesimo va quella notabil risposta, ch’egli fece ad Alessandro VI quando domandato come egli governasse i Sanesi; rispose: colle bugie Santo Padre“.
La fama di Antonio giunse anche a Venafro ed il vecchio padre volle verificarla di persona recandosi a Siena senza far sapere nulla al figlio. A Siena rimase nella bottega di un altro sarto “la quale era nella pubblica piazza“. Un giorno passò Antonio “con molto corteggio, che andava al Senato” ed il vecchio non riuscì a trattenere le lacrime per la commozione.

Vedendo la scena, il sarto senese gli chiese il motivo del pianto e, saputolo, si recò in gran segreto da Antonio per raccontare tutto.

Il giorno dopo Antonio volle che il padre venisse portato in Senato con gli abiti da lavoro e “dandogli honorata precedenza, voltandosi ai circostanti disse: non vi maravigliate signori, questi è mio padre, et è questa mia gloria, cha da uomo tanto da poco, ne sia uscito io, che son da molto“.

Il Valla prosegue raccontando che Antonio Giordano, passando dalla Toscana a Napoli, facesse venire una quantità di capre “bianche e piccole, delle quali si dilettava e ne prendeva spasso“. Enrico Pandone, vedendo quelle capre, abituato ad ottenere tutto e subito, chiese di comprarle, ottenendo un netto rifiuto.

Un giorno, però, quelle capre, mentre pascevano nei pressi di un oliveto alla starza della Corte, saltarono un muro ed invasero la proprietà del conte. Questi, avvertito immediatamente, le fece catturare ed ordinò di ammazzarle tutte “indifferentemente“.

Secondo una tradizione tutta da dimostrare, Antonio Giordano avrebbe partecipato come Commissario non solo alla decisione di condannare a morte Enrico, ma anche alla confisca dei beni. In questa ultima vicenda sarebbe intervenuta la giovane vedova del conte venafrano, Caterina, la quale si sarebbe recata presso Antonio perchè si adoperasse in tutti i modi per evitare che la confisca venisse a gravare esclusivamente sui figli che erano innocenti delle colpe del padre.

Ma Antonio sarebbe stato irremovibile ed avrebbe risposto che neppure le sue caprette erano colpevoli, eppure gli erano state uccise tutte.

Per Gio.Vincenzo Ciarlanti, contemporaneo del Valla, Enrico si era dato ad una vita troppo splendida e spendeva “assai più di quello che comportavano le sue facoltà, contrasse tanti debiti, che alla venuta di Lotrecco vedendosi in necessità, passò a servirlo, con disegno, che quando hauto havessero i Francesi la vittoria, in ricompensa dei suoi servigi, a dar gli havessero i beni de suoi creditori, che quasi tutti erano dalla parte dell’Imperatore“.

Certo è che quando fu catturato, i soldati misero a sacco il suo castello e nel sequestrare le sue proprietà, presero pure “cinquanta cavalli d’ogni sorte eccellentissimi, i quali erano stati cagioni di gran parte dei debiti, essendosi egli dilettato sempre di superar in ciò tutti li Prencipi del Regno“.

Stimatore di Enrico Pandone fu, invece, certamente Giambattista della Valle che ebbe notorietà nei primi del XVI secolo per aver compilato un manuale, ristampato più volte, dedicato al conte venafrano.
Così ne parla Ludovico Valla: “Militò Battista appresso Guido Ubaldo duca d’Urbino, e io ne conservo una patente originale fattale da quel signore e scritta da Giovan Simoneta segretario, data in Pesaro a 28 di decembre 1538 nella quale gli da il titolo di nobile e strenuo capitano intendente delle cose della guerra e particolarmente di riparare e fortificare, e che per la singolar fede verso lui, e le sue cose tanto tempo sperimentate in molte e diverse fortune lo destina alla cura della riparazione e fortificatione di Egubbio, da farsi in quel modo che a lui parerà“.

Poco o nulla si sa della sua vita. Da una notizia non confermata, sarebbe nato a Venafro nel 1470 da Geronima e Giovanni Della Valle.

Dalla ricerca, ancora inedita, di Gennaro Morra sui protocolli notarili cinquecenteschi di Venafro, si ricava che almeno fino al 1534 continuò ad avere rapporti con la propria città; si notano infatti scritture relative a vendite ed acquisti di immobili dentro e fuori del territorio venafrano.

Il primo giugno 1519, per atto del notaio Marciano Marotta, vende un oliveto. Il 22 luglio acquista un terreno ed il 26 dello stesso mese, per conto della madre Geronima, permuta una porzione di casa con un’altra della Confraternita dell’Annunziata.

Il 6 aprile del 1524 acquista una vigna in Venafro e dieci giorni dopo rileva i diritti enfiteutici. Il 30 gennaio 1525 acquista un terreno, l’11 febbraio fa una permuta ed il 13 maggio acquista un altro terreno.

Il 23 giugno 1526, sempre per mano del notaio Marotta, nomina due procuratori per una sua controversia con la Curia Romana perchè impedito ed occupato in sue attività piuttosto impegnative (“arduis suis negociis occupatus et impeditus“).

Infine si ritrova un atto del 3 maggio 1534 con il quale nomina un procuratore per i beni che possedeva a Capua, Teano, Capriati, Mastrati e Torcino. Probabilmente da questa data in poi i suoi impegni lo portano definitivamente fuori della città natale, anche se gia nel 1516 aveva comandato la fortezza di S. Leo, al servizio di Francesco Maria I Montefeltro della Rovere, quando questa era stata attaccata dalle truppe pontificie.

Come pure ricaviamo dal Sanuto che nel 1528 prestava la sua opera a Pavia, dove rimase ferito ad una mano.

Dal 1538, così come risulta dal diploma di cui parla il Valla, si applicò alla ristrutturazione delle mura fortificate di Gubbio, sotto Guido Ubaldo II Montefeltro della Rovere, duca di Urbino, dove evidentemente mise a frutto le esperienze maturate anche in prima persona, a diretto contatto con la cultura militare più affermata in quegli anni, ed in particolare con la scuola di Francesco di Giorgio Martini che rappresentò per lui il modello più illuminato di riferimento.

CONTINUA CON LA SECONDA
http://www.francovalente.it/2009/02/28/battista-della-valle-venafrano-e-la-cultura-militare-del-primo-cinquecento-seconda-parte/
E TERZA PARTE

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