Franco Valente

Battista della Valle venafrano e la cultura militare del primo cinquecento (seconda parte)

Battista della Valle venafrano e la cultura militare del primo cinquecento

(Seconda di tre parti)

Franco Valente

Giambattista della Valle si guadagnò una discreta fama anche (o forse soprattutto) per aver compilato un piccolo manuale, “Il Vallo“, nel quale trasferì tutte le conoscenze dell’arte militare che aveva appreso vivendo negli eserciti fin dai suoi “teneri et giovenil anni“, come egli stesso tiene a far sapere dopo aver precisato di non essere uomo di lettere, ma un vero soldato.
Il manuale ebbe notevole successo per tutto il XVI secolo con un gran numero di ristampe di cui se ne conoscono almeno dieci.

L’edizione più antica sembra essere stata quella data a Napoli nel 1521, mentre altre le vediamo stampate tutte a Venezia per i tipi di vari editori.
Nel 1524, una prima edizione è dello Zoppino e viene riproposta dallo stesso nel 1529. Il Ciarlanti riferisce di conoscerne una stampata nel 1535 per Piero Ravano e compagni.
Sempre a Venezia una ristampa venne curata nel 1539 da Vettor Romano della Serena ed una successiva, nel 1550, dagli eredi di Pietro Ravano. Ludovico Valla dice di possederne una stampata a Venezia nel 1543.

Era già morto da otto anni quando una ennesima edizione fu allestitata da Giovanni Guarino nel 1558. Infine il Masciotta afferma di conoscerne un’altra veneta del 1568, per i tipi di Francesco Leno, probabilmente l’ultima, anche se si sa dal Villena di una edizione in lingua francese.
La sua opera fu citata da Francesco de’ Marchi, tra i più noti architetti militari del primo cinquecento (10) e fu considerata soprattutto per le sua estrema praticità.

Il trattato si compone di quattro parti principali, all’interno delle quali Giambattista illustra nei minimi particolari non solo le caratteristiche tecniche di tutto ciò che fa parte della attività militare, ma anche le sollecitazioni politico-morali che un buon Capitano deve promuovere perchè i suoi militi si attivino nell’assalto o nella difesa.

Dalla descrizione traspare con evidenza il momento di incertezza che pervade i teorici dell’arte militare  del primo cinquecento che cominciavano a rendersi conto della importanza della rivoluzione che le armi da fuoco avevano determinato negli schemi bellici.
Egli evidenzia che non sempre è possibile avere a disposizione materiale di ottima qualità e perciò indica, specialmente nella predisposizione delle bombarde, anche materiali alternativi, magari di uso quotidiano.
Le finalità sono chiarite dallo stesso autore nelle premesse quando afferma che il suo libro è “pertinente per retenere e fortificare una città con bastioni, con nuovi artifici di fuoco aggiunti come nella tavola appare e di diverse forti, e di espugnare una città con ponti, scale argani, trombe, trenciere, artegliarie, cave, dare avisamenti senza messo allo amico, fare ordinanze, battaglioni et ponti, di diffida, con le figure accommodatissime poste a luochi suoi. Opera molto utile con la esperientia dell’arte militare“.
Le dimensioni del volume sono minime, si direbbe oggi un tascabile, e quindi ottenne in quel tempo una diffusione altissima anche per la la facilità di consultazione.

Appare chiaro che siamo proprio agli albori della industria bellica quando gran parte degli ordigni dovevano essere confezionati adattando tecnologie ed oggetti nati per altri scopi.
Nelle edizioni successive alla prima, e comunque in quella da noi consultata per gentile concessione degli eredi Siravo di Venafro, stampata a Venezia nel 1558, il Della Valle anticipa la trattazione con l’aggiunta di tre capitoli interamente dedicati alla descrizione delle modalità esecutive degli “arteficii di fuoco“, dove spiega come debbano essere fatte le “trombe di fuoco di mirabile fattione“, le “balle di bronzo … le quali schioppando fan grandissimo danno” ed i “fiaschi overo pignattelle di fuoco artificato da trazzere“.

Le prime erano una sorta di fiaccole esplosive costituite da un cilindro di legno tornito, ripieno di un impasto di polvere di bombarda, “pezza greca” e polvere di argento vivo impastato preferibilmente con olio di ginepro o, in alternativa, con acquavite o anche con olio comune misto a vernice liquida.
Le seconde erano delle vere e proprie bombe a mano realizzate mediante fusione a cera persa di una sfera cava “al modo che se fa per buttar campane“, con una lega bronzea costituita da tre parti di rame ed una di stagno.  Le “balle” venivano riempite per metà di polvere di “schioppetto”  e per l’altra metà di un impasto di polvere di bombarda mista a “pezza greca” pestata sottilmente nel mortaio. L’autore avverte della necessità di essere presto nel lanciarla, appena appiccato il fuoco, “perchè la non facesse nocimento à chi l’ha da trar“.

Infine i terzi, i fiaschi di fuoco, erano delle bombe incendiarie realizzate utilizzando “una pignattella di terra, o vuoi certi fiaschi pur di terra, li quali adoperano li contadini à tenir l’olio dentro“. Al loro interno venivano compresse due parti di polvere di bombarda, una parte di pezza greca, una parte di pegola di nave, il tutto impastato con trementina fusa ed olio di ginepro.  Secondo il Della Valle questi arnesi erano utili in “una stretta di fanti, perchè rompendose, quel fuoco si sparge et arde tenebrosamente dove tocca“.

Abbastanza strana la circostanza che il libro, anche nelle edizioni successive alla condanna di Enrico Pandone per alto tradimento nei confronti della casa imperiale, sia dedicato al conte venafrano, cui rivolge sperticate lodi: “Allo eccellentissimo et molto strenuo cavaliero S. Henrico Pandone conte di Venafra l’humil servidor Battista della Valle Venafrano

A lui si rivolge in prima persone: “… atteso che vostra eccellentissima signoria per esser da lunga et vetustissima nobiltà, et signoria etiam regia disceso, et da natura prudente, iusto et magnanimo et modesto producto, et a ogni cosa  et operatione, da celesti fati inclinato, continuamente sete solito confabulare non di cose lascive, et Veneree incondecenti, et inconvenienti ad una somma, inclita et circonspetta virtù, ma di quello che appartiene a ciaschedun sagace, strenuo, prudente, et magnanimo cavaliero parte del governo, et reggimento di Repubblica a ogni vigoroso, integro et iusto principe condecente e competente, parte dell’arte et scientia, avisamenti, astutie …

Il Vallo si divide in quattro parti. La prima tratta dell’atteggiamento e dell’abbigliamento dei Capitani, le loro virtù, i modi di realizzare i bastioni o fortificare le terre, come realizzare “bombarde” e “polvere di scoppetti“, come realizzare orologi ad acqua.

La seconda parte tratta di tutte le macchina da guerra adatte per difendersi o per assalire, in particolare scale uncinate, argani ed arieti.

La terza parte riguarda l’organizzazione degli eserciti mentre la quarta si può definire quasi un capitolo di etica professionale dove viene affrontato il problema delle offese, delle sfide e dei duelli.
Scorrendo le puntuali ed analitiche descrizioni, fin dal primo capitolo appare chiaro che mette a frutto tutte le esperienze non di uomo di lettere, ma come soldato che ha vissuto negli eserciti fin dai suoi “teneri e giovenil anni“.

Ogni particolare della vita e delle consuetudini militari acquista significato e così cerca di illustrare con paroli semplici ed efficaci la necessità che siano rispettate le regole più elementari perchè un Capitano goda del prestigio e dell’autorevolezza fondamentali affinchè chi comanda sia creduto dai suoi sottoposti.
Egli deve avvolgersi in quattro colori che dovranno caratterizzare il suo abbigliamento: il bianco , che significa purezza ed amore verso i suoi militi, senza eccessiva confidenza; il nero, che rappresenta fermezza, stabilità e capacità di mantenere i segreti; il rosso, che significa “essere rubicondo, sanguineo, crudelissimo, como piacevole, vindicativo; ma soprattutto “non dimenticarse continuamente del turchino, la qual da vigilantia, perseverantia, da penetrato ingegno, da attrattivo iudicio, porge diletto allo conveniente“.

Non ha importanza che il Capitano sia grande o piccolo di statura, che sia forte o magnanimo: “beato è quello Capitano che ha perfetta obedientia da suoi strenui militi“. Egli deve continuamente ispezionare le terre da difendere e non deve farsi scrupoli, nell’approntare la difesa di una città o di un castello, a cacciare non solo le famiglie sospette, ma anche le “persone disutili come sono vecchie, huomini vecchi decrepiti che non ponno, ne valeno poco a fare guardie, ne manco essercitare a’ bastioni“.

A proposito dei bastioni e delle murature di difesa, Battista si avventura in una disquisizione sulla pericolosità, per i difensori, delle strutture murarie rigide e dice di preferire un sistema di difesa a bastioni realizzati con fango e fascine, privi di pietre all’interno, in modo che le palle di cannone possano essere assorbite senza provocare schegge che potrebbero essere addirittura più pericolose dei proiettili: “et più è da sapere che li bastioni son trovati per molti buoni respetti, prima son più espeditivi alla guerra che muro, e se resseccano più presto chel muro e manco spesa, et anchora resisteno più a’ colpi di artellarie, et più securo di faville di pietre che non è così il muro, che quando non si può resistere alle botte, fanno più danno le pietre di esso muro alli militi, che la pietra del candoner …“.

La difesa bastionata potrà essere rinforzata con una serie di forche di ferro a tre o quattro o cinque punte aguzze o uncinate, da tenere su aste con manico lungo.
E’ conveniente prepararsi alla difesa approntando ogni genere di proiettile ricavato anche da materiale di uso domestico come olio bollente o, in mancanza, acqua bollente, oppure vasi ripieni di feccia di botte o anche di maleodorante “bruttitia“.

Quando si vedranno in pericolo “vedoe, maritate, cittelle, figliuolette, et bambini di fascia” il nemico si dovrà “salutarlo di bone saette, di scopetti, et archibusi, di bombardelle, di falconetti, di mortari, di sagre, di colubrine, di passavolanti, di cannoni, di aquili, di basilischi, et altre bombarde. Queste siano le prime carezze gli primi honori, et non troppo da lungi“.

Si potranno usare pure pignatelle di argilla seccata al forno e non cotte, piene di una mistura di tre parti di polvere di artiglieria, tre parti di salnitro, una parte di trementina, mezza parte di pegola di nave e mezza parte di zolfo e mezza parte di sale non pestato.
Altro tipo di arma consigliata era la palla di fuoco, costituita da una mistura di polvere di artiglieria, salnitro raffinato, zolfo, “rasapina“, canfora, trementina, vetro triturato, sale comune impastata in olio di lino ed acquavite, impacchettata in una pezza di tela. Le palle di fuoco ardevano anche nell’acqua ed era preferibile lanciarle verso i militi nemici cercando di infilarle nella loro armatura.
Un buon capitano doveva pure sapere come fare una miccia lenta, oppure come accendere il fuoco sfregando rami di lauro o anche come fare “lota sapiente“: “A fare lota sapiente pigliate terra cetrina parti cinque, sterco di asino parte una, polvere di ferro che sta sul ceppo dell’ancudine de’ fabri parte una, cimatura, parte mezza, et fa la detta lota con acqua, et ne farai quanta vorai al tuo bisogno“.

Fondamentale la conoscenza delle composizioni delle polveri per l’artiglieria grossa, oppure quelle per “falconetti, archibusi, scopetti“, ma bisogna pure saper infondere entusiasmo nell’animo del combattente, invocando la santa Trinità e la misericordia di Dio, cosicchè “pensando alla vittoria more contento“.
Compito del capitano è pure quello di organizzare, anche con le parole d’ordine, le guardie notturne per evitare che possano accadere incidenti tra loro per l’impossibilità di riconoscersi.

E per garantire i turni ad orari prestabiliti, in assenza orologi meccanici, Battista della Valle indica un paio di sistemi per costruire orologi ad acqua basati ambedue sul controllo del tempo occorente per svuotare un tinello di legno sul cui fondo viene praticato un piccolo foro.

Due vedette, per comunicare tra loro di notte, dovranno usare un sistema cifrato per l’invio di messaggi luminosi, di cui viene spiegato il meccanismo della decodificazione.

(CONTINUA CON LA TERZA DI TRE PARTI)

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1 Commento

  1. FIORENZO LAURELLI 23 luglio 2010 at 09:59

    Scopro con particolare (ma incolpevole!) ritardo un’altra Tua perla su di un personaggio venafrano a me sconosciuto, ma illustre nella saggistica militare.
    Ho cercato invano la TERZA parte, per cui Ti lascio un commento qui sulla seconda.
    MI sembra il DElla Valle un cultore delle arti militari ben accostabile al più noto Cesare d’Evoli, fratello di Gio. Vincenzo barone di Castropignano, (e di Oliviero barone di Roccasicura). Cesare appartenne al medesimo secolo XVI; non so se ebbe qualche “collegamento” col “Tuo” Battista, ma fu davvero un capitan d’arme che si distinse nelle guerre combattute per la Corona di Spagna (ove infine trovò morte per veleno, sembra per trame di corte e gelosie). “DElle hordinanze et battaglie” [Venezia 1580 e succ.] l’opera più nota, forse la prima mai scritta sull’opportunità di utilizzare tecniche di mimetismo, per occultare le truppe agli occhi del nemico.
    Chiesi alla Biblioteca di Provinciale di campobasso di acquistare una copia del raro saggio, per l’eccezionale valore nella tratattistica militare svolta un nobile delle nostre contrade, ma ebbi come risposta quasi ovvia che “mancavano i fondi”.
    PAX ET BONUM!

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