Franco Valente

Cento anguille o cento seppie a S. Benedetto per una chiesa di S. Martino in Pensilis

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Cento anguille o cento seppie a S.Benedetto per una chiesa di S.Martino in Pensilis

Franco Valente

Dopo qualche anno di lavoro certosino Giuseppe Zio ha finalmente completato la trascrizione dell’opera manoscritta di Luigi Sassi su S. Martino in Pensilis e, ad oltre 70 anni dalla sua stesura, il volume è stato presentato postumo ad un pubblico folto ed attento, con grande successo, nell’antico convento di Gesù e Maria.

Per me è stata anche l’occasione per avere coscienza del particolare attaccamento della comunità di S. Martino alla propria tradizione culturale e mi è sembrato cosa buona cercare di dare un ulteriore piccolo contributo alla conoscenza delle vicende storiche di questo paese in aggiunta al grande lavoro di Luigi Sassi che ora è patrimonio di tutti.

Il suggerimento è venuto da una citazione di Herbert Bloch che nel 1986 ha pubblicato una fondamentale opera sui possedimenti medioevali di Montecassino: Montecassino in the Middle Age. Tra questi anche la scomparsa chiesa di S. Nicola di S. Martino in Pensilis.

Il contesto storico.

Nel 1071 ormai Roberto il Guiscardo aveva avuto ragione dei Bizantini che, cacciati da Bari, di fatto avevano lasciato l’Italia. Il fratello Ruggero contemporaneamente aveva liberato la Sicilia dagli Arabi che la occupavano da due secoli.

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Roberto il Guiscardo nel “Registrum Petri Diaconi” di Montecassino

Il 17 luglio 1085 Roberto moriva e gli succedeva il figlio Ruggero (1085-1111).
La presenza normanna, al di là delle invenzioni letterarie, nei primi anni fu devastante per le popolazioni locali che si videro private di quei pochi diritti che faticosamente si erano conquistati durante la dominazione longobarda. Specialmente con la cancellazione dell’allodio, che definiva i beni immobili di una particolare famiglia e che erano ereditabili, e la definitiva formazione del feudo che in realtà era una forma di concessione in qualche modo mediata.

Nel Meridione italiano sul piano pratico il passaggio, sia pur doloroso, fu facilitato dalla estrema polverizzazione dell’organizzazione del potere reale che già aveva dato luogo a forme di sottomissione volontaria da parte di gruppi di contadini che non erano in grado di assicurarsi una difesa minima dei loro beni e che si affidavano ad un signore o un abate con un atto che giuridicamente fu definito come commendatio e che consisteva nel cedere al signore le proprie terre che venivano riassegnate per un uso che poteva essere anche ereditato.

Una serie di documenti controversi non ci consentono di chiudere definitivamente la questione della unicità del conte Rodolfo. Nella ricostruzione fatta da Gennaro Morra e da Raffaele Tullio, condividendo anche la convinzione di Evelina Jamison, Rodolfo avrebbe avuto come erede suo figlio Guimondo che dall’unione con Emma d’Evoli avrebbe avuto un secondo Rodolfo che sarebbe l’autore della donazione del castello di Balneo a Montecassino nel 1092.

In questo periodo la contea di Boiano si accresce fino al punto da inglobare interamente le sei diocesi di Boiano, Isernia, Venafro, Trivento, Guardialfiera e Limosano e parte delle diocesi di Larino e Termoli (A. DE FRANCESCO, Origine e sviluppo del feudalesimo nel Molise, in Archivio Storico delle Provincie napoletane, Anno XXXVI, fasc. IV, pp. 81-85).

Il 24 maggio 1086 Desiderio di Montecassino veniva eletto papa con il nome di Vittore III pur continuando ad essere abate di Montecassino.

Vittore III
Desiderio, abate di Montecassino

Alla sua morte avvenuta il 16 settembre 1087 a Montecassino, il monastero cassinese si affidava ad Oderisio che lo mantenne come abate fino al 2 dicembre 1105.

L’abate Oderisio assunse, tra l’altro, l’iniziativa di raccogliere la biografia del suo predecessore Desiderio e ne affidò la compilazione Leone Marsicano che, nato intorno al 1046 e di nobile stirpe, si era fatto monaco a Montecassino dove visse fino al 1117.

In realtà Leone non si limitò solo a raccontare le vicende di Desiderio, ma estese gli interessi alla storia intera del monastero mettendo insieme notizie dalle origini fino al 1075 (Chronica monasterii Casinensis). Papa Pasquale II lo fece vescovo di Ostia e perciò fu pure detto Leone Ostiense.


L’area di S. Nicola nei pressi del castello di S. Martino

La rivendicazione amichevole della chiesa di S. Nicola a S. Martino in Pensilis.

L’abate cassinese Oderisio aveva inviato al sinodo di Melfi nel settembre del 1089 diversi monaci di Montecassino e tra essi anche Leone Marsicano. Questi monaci avevano anche la missione specifica di approfittare dell’occasione per rivendicare dal vescovo Guglielmo di Larino il possesso della chiesa di S. Nicola che si trovava  in castello S. Martini iuxta portas eiusdem castelli .

Il resoconto dell’incontro fu fatto dalle stesso Leone (qui hoc memoratorium seu convenientiam inter nos factam ex iussione prefati Oderisii abbatis a nobis rogatus descripsit) e fu successivamente trascritto da Pietro Diacono nel suo Registrum al foglio 234, numero 557.


Registrum di Pietro Diacono (Archivio di Montecassino). Foglio 234, n°557

Erano presenti, tra gli altri, anche Bisanctus, arcivescovo di Trani, e Landulfo, vescovo di Civitate.

In maniera amichevole, il Vescovo Willelmus (Guglielmo) accettò la rivendicazione dell’Abate Oderisius su S. Nicola, ma si convenne che la chiesa sarebbe rimasta nel suo possesso nel corso della sua vita come beneficio.

Tuttavia i monaci di Montecassino, per conto dell’abate Oderisio, posero la condizione che la concessione fosse gravata dell’impegno, che il vescovo Guglielmo accettò, di inviare ogni anno a Montecassino, nel giorno di San Benedetto cento buone anguille o cento buone seppie (causa recognitionis et nomine census aut centum bonas anguillas aut centum sepias bonas)

Il vescovo Guglielmo contestualmente restituiva ai monaci una carta sottoscritta dalla quale risultava che la chiesa gli era stata consegnata da Roberto I di Loretello.

Appare evidente che il patto serviva a regolarizzare un rapporto di locazione o di concessione che, probabilmente, non essendo satata precedentemente sottoscritta, avrebbe potuto determinare una pretesa di possesso definitivo da parte del vescovo di Larino per usucapione.

E’ ampiamente nota una vicenda antica, dell’anno 960, che era stata risolta con una sentenza del giudice Arechisi di Capua contro Rodegrino d’Aquino che  pretendeva di essere proprietario di terreni nel territorio capuano. Quelle terre, invece, risultarono, grazie a tre testimonianze di contadini, tenuti nel posessso di Montecassino da oltre 30 anni:«Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti» “
(Io so che quelle terre, secondo quei confini che qui sono descritti, li ha posseduti per trent’anni S. Benedetto, ossia l’abbazia di Montecassino).

L’accordo, benché fissasse un canone annuale minimo, in realtà impediva che si concretizzasse il possesso di fatto della chiesa da parre del vescovo Guglielmo.

L’accordo porta la data del 1089. Il documento successivo è quello ormai conosciuto del 1113 relativo nuovamente alla chiesa di S. Nicola di S. Martino in Pensilis.
E per questo si veda
http://www.francovalente.it/?p=179 .

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2 Commenti

  1. Giuseppe Zio 28 aprile 2009 at 23:11

    Caro Franco, l’unica cosa che non mi convince è l’area su cui hai circoscritto l’esistenza la convento, essendo il colle “S. Nicola” l’attuale muraglione, che è posto circa duecento metri e oltre più giù dall’area che tu identifichi. O c’è qualcosa che ti convince di cio?

  2. Franco Valente 29 aprile 2009 at 00:11

    Carissimo Peppino,
    Nel documento si dice chiaramente “in castello S. Martini iuxta portas eiusdem castelli”.
    “Iuxta” significherebbe “vicinissimo” ovvero “quasi attaccato” alla porta dello stesso castello. Da “iungo”.
    A dire la verità io addirittura sarei dell’avviso che S. Nicola possa essere la prima intitolazione della chiesa di S. Pietro, come avevo ipotizzato nel precedente scritto su S. Martino.
    Il sospetto deriva dall’altra indicazione dalla stessa frase che non è da sottovalutare: “in castello S. Martini…” che starebbe a significare che la chiesa era dentro le mura del paese.
    Lo confermerebbe il testo del documento successivo del 1113/1115 dove si legge: “Concessi etiam ecclesiam S. Nicolai, quae est in castro S. Martini…”
    Perché si precisa sempre “in castro” o “in castello”?
    Comunque sono solo ipotesi da verificare con maggiore attenzione.

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