Franco Valente

Celestino V, Bonifacio VIII e i “fraticelli dell’opinione” torturati nel Molise

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Celestino V, Bonifacio VIII e i fraticelli dell’opinione torturati nel Molise

Franco Valente


Non ancora sono iniziate le celebrazioni per l’ottavo centenario (1209/2009) della nascita di Celestino V (Pietro Angelerio)  e già le polemiche sulla vita e le opere di questo controverso personaggio molisano sono ben impostate.
Un’occasione per discuterne è il convegno organizzato su iniziativa di Domenico Caiazza per il giorno 23 maggio a Vairano Patenora e Raviscanina, mentre, degli aspetti sociali e politici del santo, il Molise sembra disinteressarsi completamente. Da quello che si legge in giro solo la Chiesa si prepara a dare degno ricordo a colui che è stato designato dalla gerarchia cattolica come protettore della Regione.

Avrò modo di tornare sull’argomento.

Ma il Molise dovrebbe celebrare anche un altro centenario. Il settimo dalla sentenza definitiva dopo le persecuzioni ai “fraticelli dell’opinione” torturati fino al 1309 per essere stati predicatori della povertà assoluta nel territorio tra Frosolone e Civitanova .

Sull’Almanacco del Molise del 1978 comparve un bel saggio del compianto don Filippo La Gamba nel quale si riassumevano le vicende dei fraticelli celestini nella diocesi di Trivento del XIII-XIV  secolo. Vi si riporta anche un inquietante episodio che interessò la nostra regione.

I Fraticelli, che si ispirarono alla visione profetica di Gioacchino da Fiore (le tre fasi della storia del mondo: carnale, sacerdotale e monacale), furono autorizzati da Celestino papa a costituirsi in congregazione sotto la guida di Pietro da Macerata che assunse il nome già di per sé significativo di “fra Liberato”.

Dopo la rinuncia di Celestino, Bonifacio VIII pensò di scioglierli, ma alcuni di essi si organizzarono nel Centro-Italia e non pochi nel Molise.

Alle loro iniziative vanno fatti risalire i vari conventi di cui ancora si ha il ricordo nella intitolazione a S. Onofrio, come quelli di Agnone, Chiauci e Frosolone.

All’inquisitore francescano Matteo da Chieti veniva affidato nel 1297 da Bonifacio il compito di stanare e punire questi soggetti che vivevano “tanquam in cubilibus strutiorum in vestimentis ovinis receptantes” (… vestiti di pelle ovina in luoghi simili alle stallucce per gli struzzi).

Tentarono una riconciliazione con Benedetto XI, successore di Bonifacio, ma questi moriva nel 1304 e Carlo Lo Zoppo pensò bene di incaricare un inquisitore domenicano, Tommaso d’Aversa, ancora più fanatico del precedente.

I fraticelli residenti nel Molise furono presi e, dopo pesanti torture comminate per non aver voluto confessare di essere eretici, processati a Frosolone.

Tommaso d’Aversa era un personaggio particolare. Nel 1292 era stato interdetto per sette anni dalla predicazione e dall’insegnamento per aver negato l’esistenza delle stimmate in S. Francesco, ma Carlo Lo Zoppo lo aveva riabilitato.

Ciarlanti, a proposito di questi fraticelli, riferisce che Andrea d’Isernia, particolarmente legato a Pietro Celestino, pare che li abbia protetti attivamente concedendo loro un territorio dalle parti di Civitanova del Sannio. Il processo si tenne nel castello di Frosolone dove Tommaso d’Aversa, fortemente condizionato dalla personalità di fra Liberato, non trovò motivi per condannarli convincendoli a seguirlo in Francia per chiedere al papa la ratifica dell’assoluzione.

Però fra Liberato si ammalò gravemente per la strada e si ricoverò dalle parti di Viterbo dove morì qualche anno più tardi. Interrotto il viaggio, i fraticelli tornarono nel territorio tra Frosolone e Civitanova, nel convento da loro fondato di S. Onofrio.

Tommaso d’Aversa, con una falsa lettera (che fece credere essere stata scritta dall’infermo fra Liberato) convinse i fraticelli a rimanere tutti uniti ad attendere il suo arrivo per una cerimonia pubblica durante la quale sarebbe stata riconosciuta la loro fedeltà alla religione cattolica.

Si raccolsero 42 fraticelli, ma quando arrivò Tommaso l’inquisitore, la condanna fu pesantissima e tutti furono imprigionati insieme ad una ventina di abitanti di Frosolone accusati di averli protetti. Portati prima a Castel Capuano a Napoli e poi trasferiti a Trivento, furono rinchiusi in una cisterna.

A nulla servì la protesta e l’impegno di Andrea d’Isernia.

A Trivento l’inquisitore, dopo 5 giorni di preparativi, avrebbe voluto torturarli davanti al popolo, ma il vescovo Giacomo (1290-1315) si mostrò chiaramente contrario, sicché Tommaso d’Aversa decise di spostarli a Roccamandolfi dove il signore del luogo non si sarebbe opposto al trattamento punitivo.

I poveracci furono sottoposti alle torture più atroci. Sospesi alle travi con le mani legate dietro le spalle e pesi attaccati ai piedi, venivano immersi nell’acqua gelida mentre le gambe venivano raschiate con punte affilate. Le torture proseguirono da Pentecoste a Natale, per cinque mesi.

Per intervento reale i supplizi furono interrotti ma i malcapitati  furono costretti a passare, nudi e legati, per le strade di Napoli per essere flagellati, segnati sul corpo con una croce ed espulsi dal regno.

Mentre ciò accadeva, Tommaso d’Aversa veniva colpito da una grave infermità che in qualche modo egli considerò una sorta di punizione per le sue azioni repressive.

Preso da rimorso chiese che i pochi sopravvissuti (pauculi illi fratres qui superfuerant) venissero reintegrati nei possessi di S. Onofrio e venisse loro restituito il denaro sottratto.

Ma ormai il danno era stato fatto e delle violenze ai “fraticelli dell’opinione”, come furono definiti, ora il Molise non conserva neppure il ricordo.

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