Franco Valente

“Er fattarello de Venafro”, un sonetto del 1837 di Giuseppe Gioacchino Belli

Er fattarello de Venafro“, un sonetto del 1837 di Giuseppe Gioacchino Belli

Franco Valente


Gioacchino Belli (foto Anna Zelli)

Mi ha scritto R. B. per sapere se gli storici locali si siano mai occupati delle vicende delittuose compiute da una banda di rapinatori che impressionò Giuseppe Gioacchino Belli per il fatto che essi si nascondessero nel convento di S. Nicandro sotto i panni di frati cappuccini.

Il grande poeta romano nel maggio del 1837 compose un sonetto dal titolo “Er fattarello de Venafro” con il quale prendeva a pretesto un rapimento effettuato a Venafro per esprimere le sue critiche ai frati cappuccini di Roma dicendo che, dopo aver saputo del fatto, preferiva stare chiuso a catenaccio in casa e comunque evitare di passare per piazza Barberini dove era un loro convento.

Le note al sonetto n. 1948 furono compilate dal figlio di Belli e grazie ad esse sappiamo qualcosa dell’avvenimento.

L’omicidio del canonico Alessandro del Prete e del suo cocchiere ebbe grande risonanza e provocò la reazione della polizia borbonica che catturò l’intera banda che, si scoprì, viveva sotto le vesti di frati cappuccini, nel convento di S. Nicandro. Ne seguì un processo.

Qualche anno fa Nicolino Camposarcuno mise mano agli atti di quel processo (che si conservano nell’Archivio di Stato) facendone una trascrizione ed avviando una lettura critica. Purtroppo la sua immatura e repentina scomparsa non ha consentito il completamento della ricerca che doveva essere data alle stampe.

Approfitterò della circostanza che Nicolino Camposarcuno era mio cugino per tentare di ordinare le sue carte e dare, non appena mi sarà possibile, la giusta conclusione al suo lavoro rimasto inedito.

Intanto, mentre rimane da chiarire se si trattava di sequestratori che si travestivano da frati o di frati che facevano i sequestratori, vale la pena rileggere il sonetto n.1948 “Er fattarello de Venafro” di Giuseppe Gioacchino Belli, accompagnato dalle note esplicative del figlio Ciro.

Er fattarello de Venafro (1)

Quanno dunque sia vero sto rifresco
che li poveri frati cappuccini
fanno mó da serafichi assassini
pe le macchie in onor de san Francesco,

d’oggi’impoi pe ssarvà ppelle e cquadrini
dal loro amor-der-prossimo fratesco
me serro a ccatenaccio; e ssippuro (2) esco
nun passo ppiú da Piazza Bbarberini(3).

E nun zerve de dimmelo (4) nemmeno
c’ar convento de Roma, o bbene o mmale,
ciàbbita (5) un Cardinal (6) che li tiè (7) a ffreno.

Pe ddavve (8) quarch’idea de li rispetti
ch’hanno pe Ssu’ Eminenza er Cardinale
ve posso aricordà li bbucaletti (9).

31 maggio 1837

(1) Presso Venafro, nel Regno di Napoli, un convento di cappuccini, travestendosi, assaliva e derubava sulla pubblica strada. Recentemente uccisero nella macchia di Torcino il canonico don Alessandro Del Prete insieme col cocchiere di lui, dopo avergli imposto una taglia di 30.000 ducati pel riscatto. La forza s’impadroní degli assassini. Erano frati sacerdoti, col Padre Vicario del convento fra essi.

(2) Seppure.

(3) Dove in Roma è il convento dei cappuccini.

(4) Dirmelo.

(5) Ci abita.

(6) Il cardinale Ludovico Micara, cappuccino, creatura di Leone XIII.

(7) Tiene.

(8) Darvi.

(9) Creato cardinale dal Papa, questi gli conservò la dignità di generale dell’Ordine, che poco prima egli stesso aveagli conferita, conculcando le prerogative del Capitolo. Pel governo tirannico del Cardinal generale i frati lo presero un giorno a colpi di boccali in refettorio. Ora non è più generale, ma dimora in convento.

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3 Commenti

  1. Giovanni 11 agosto 2009 at 11:40

    Caro Franco,
    non sapevo dei versi del Belli. Ma la lettura dell’articolo e del sonetto mi è tornata stranamente familiare. Poi, facendo mente locale, mi sono ricordato di uno scritto del Croce che, con molta probabilità fa riferimento alle stesse circostanze. In Montenerodomo. Storia di un comune e di due famiglie, (poi ristampato in appendice della Storia del regno di Napoli (Adelphi,2005 2^ ed.), Benedetto Croce si compiace di soffermarsi sul suo casato (p. 414 e segg.). In particolare, sulla figura del nonno omonimo, giudice al Tribunale Civile e poi procuratore generale a Campobasso, dove sposò Maria Luisa Frangipane, dei duchi di Mirabello, ricordata dal filosofo in tanti aneddoti sparsi qua e là, non solo nel volumetto in parola. Ebbene, e vengo al nocciolo del discorso, Croce illustra due lettere indirizzate dal nonno al giurista Nicola Nicolini nel maggio 1837. Nella seconda, che è del 29 maggio 1837, “narrato al Nicolini di una strana associazione a delinquere da lui scoperta tra monaci e nei conventi di alcune provincie, Benedetto Croce senior “gli sottoponeva in proposito una questione di competenza” (p. 416 in nota). Ora, la concordanza di data e territorio, m’induce a credere che si tratti proprio del “fattarello” di Venafro. Del resto per accertartene, il rimando biografico del filosofo è preciso: la lettera si legge in F. Nicolini. Niccola Nicolini e gli studi giuridici nella prima metà del secolo decimonomo, Napoli, Giannini, 1907.
    Cari saluti
    Giovanni

  2. Giovanni 11 agosto 2009 at 17:52

    Sì, caro Franco, penso che la mia indicazione sia giusta.
    Trovo in internet l’incipit, purtroppo solo quello, di uno scritto di area crociana comparso sull’Archivio storico per le province napoletane‎ – Pagina 319 di R. Deputazione napoletana di storia patria, Società napoletana di storia patria – 1955 (1953):

    “Nel maggio 1837 una banda di briganti aveva catturato nel Molise un canonico di
    Venafro, certo Del Prete, insieme col suo cocchiere, e aveva richiesto…”.

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