Franco Valente

La lezione di Archita di Taranto al sannita Ponzio sulla vecchiaia

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La lezione di Archita di Taranto al sannita Ponzio sulla vecchiaia

Franco Valente

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Archita di Taranto ( da www.ousia.it)

 

Ad Archita di Taranto, vissuto tra la fine del V secolo e la metà del IV, si attribuisce la fama di essere stato l’ultimo statista pitagorico alla guida della sua città che fece prosperare economicamente e militarmente.

Applicò i principi matematici alla meccanica militare e impiantò una scuola pitagorica che suscitò impressione anche in Platone quando soggiornò a Taranto probabilmente intorno al 389 o al 366, o forse nel 349.

La questione della data è controversa ed è stata oggetto di una breve, ma stimolante, serie di considerazioni di Pugliese-Carratelli sulla fondatezza della notizia e sulla importanza della citazione (G. PUGLIESE CARRATELLI, Ponzio Erennio, Archita e le relazioni di Taranto con i Sanniti nel secolo IV a. C., in Samnites Gens fortissima Italiae, Pescara 1991, pp. 20-22).

Cicerone

Cicerone trattando di Catone (M. T. CICERONE, Cato maior de senectute, XII 39-41) attribuisce al grande scrittore ed oratore una conversazione avvenuta nel 209 durante la quale Nearco di Taranto avrebbe raccontato dell’incontro tra Archita, Platone e Ponzio durante il quale si sarebbe discusso dei pregi della vecchiaia.

Vincenzo Cuoco ne trasse spunto per il suo Platone in Italia, ma pare che la lezione sia ancora attuale per i nostri governanti.

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Così Cicerone:
Segue la terza critica alla vecchiaia, cioè dicono che essa sia priva di piaceri.

O magnifico dono dell’età, se davvero ci toglie ciò che nella giovinezza c’è di peggiore! Ascoltate infatti, ottimi giovani, quell’antico discorso di Archita di Taranto, uomo grande e famosissimo, che mi fu riferito quando da giovane ero a Taranto con Quinto Massimo.

Egli diceva che nessuna peste è stata data agli uomini, da parte della natura, più funesta del piacere dei sensi e le passioni, avide di tale piacere, vengono spinte a goderne in modo cieco ed avventato.

Da qui nascono i tradimenti della patria, da qui i colpi di stato, da qui le intese segrete con i nemici, perciò non vi è nessun delitto, nessun misfatto a compiere il quale non induca la bramosia del piacere; e poi stupri e adulteri e ogni scandalo di tal fatta, da nessun’altra lusinga sono alimentati se non (da quella) del piacere; e poiché all’uomo o la natura o qualche dio nulla ha dato più nobile della mente, a questo favore e a questo dono divino niente è così nemico come il piacere.

E infatti, quando domina la libidine, non vi è posto per la moderazione, e insomma nel regno del piacere non può esistere virtù. E affinché ciò meglio si capisse, consigliava di immaginare un uomo eccitato dal maggior piacere del corpo che si potesse provare: pensava che per nessuno sarebbe stato in dubbio che, fintantoché godesse così tanto a lungo, non potesse meditare su nulla, né a nulla giungere col ragionamento o col pensiero. Pertanto nulla è così detestabile quanto il piacere, se è vero che esso, quando è troppo intenso e duraturo, spegne ogni lume dello spirito.

Queste parole disse Archita a Caio Ponzio Sannita, padre di colui dal quale i consoli Spurio Postumio e Tito Veturio furono sconfitti nella battaglia di Caudio, e Nearco di Taranto, nostro ospite, che era rimasto fedele al popolo Romano, diceva di averle apprese dai suoi avi, essendo poi stato presente a quel discorso Platone di Atene, che, come mi risulta, era venuto a Taranto quando erano consoli Lucio Camillo e Appio Claudio. (Traduzione di Luigi Chiosi, 2003)

Cicerone nel tentativo di ricostruire la data dell’incontro lo fissa al 349, un anno che in realtà corrisponde alla data di morte di Platone.

La data più probabile è quella suggerita da Ettore Pais che propone il 388/387 perché in quel periodo è documentata la presenza di Platone a Taranto e in Sicilia, anche se altre fonti dicono che il filosofo greco sarebbe tornato a Taranto qualche anno dopo, intorno al 366.

L’argomento della discussione cui fa riferimento Cicerone attraverso Catone e Nearco a noi interessa relativamente perché sappiamo che gli studi e le ricerche più importanti furono condotti da Archita sull’applicazione della geometria dello spazio alla soluzione dei problemi di geometria piana, avviando quelle ricerche che si sarebbero concluse con la teoria delle coniche .

Pertanto, se è vera la circostanza dell’incontro, è improbabile che in quella occasione si sia trattato solo ed esclusivamente dell’argomento dei pregi della vecchiaia in presenza di personaggi che sono stati fondamentali, anche o soprattutto, per l’applicazione di principi filosofici nella definizione di rapporti geometrici.

Questa circostanza non è stata apprezzata dal Salmon , il quale non sembra convinto dei buoni livelli della cultura sannitica, dubitando della attendibilità della affermazione di Nearco circa le elevate doti intellettuali di Gaio Ponzio , tanto che attribuisce al fatto, pur considerandolo verosimile, un significato episodico e privo di riflessi sulla realtà complessiva del Sannio. Non abbiamo alcun riferimento concreto sulle cose fatte da Gaio Ponzio nell’epoca in cui visse, ma è comunque ampiamente documentata la presenza di elementi della cultura tarantina in opere artistiche ritrovate nell’area sannitica, in particolare in Pietrabbondante, ma addirittura, come abbiamo visto, anche nelle tecniche di combattimento a cavallo.

Sia Gaio che Erennio vissero nel IV secolo a.C. e di loro e delle loro capacità strategiche oltre che intellettuali parla più volte Livio. Ma neppure questo ci interessa.

Appare invece importante considerare che certamente non possa ritenersi priva di conseguenze pratiche la sua partecipazione agli insegnamenti della scuola tarantina dove i principi pitagorici certamente furono recepiti e riportati nell’ambito territoriale sannitico. Come pure non è verosimile che la sua presenza in Taranto sia frutto solamente di una scelta personale e non invece atto inquadrabile in un preciso interesse filosofico e politico capace di attirare l’attenzione dell’intera classe politica sannitica.

Il Salmon sostiene, a proposito delle elevate doti della famiglia di Erennio, che è del tutto arbitrario dedurre da questo che i suoi più rozzi conterranei sanniti avessero fatto altrettanto in quanto quelle poche testimonianze archeologiche provenienti dal cuore del Sannio rivelano con la massima chiarezza come i contatti fra esso e il mondo greco fossero tutt’altro che comuni.

La possibilità di confrontare la discreta quantità di monumenti sacri scoperti nell’area sannitica ci permette oggi di controbattere a tale pregiudiziale, peraltro affermata dal Salmon solo in via di principio.
Intanto appare opportuno preliminarmente ribadire una serie di dubbi circa le datazioni più o meno ufficiali che vengono date alla vasta produzione urbanistica ed architettonica della cultura sannitica. Come pure appare sempre più discutibile la dichiarata certezza sull’individuazione e la conseguente localizzazione di centri sannitici elencati dagli storici romani e di cui sembra essersi persa ogni traccia. In questa sede però non sembra necessario soffermarsi sul particolare aspetto della questione quanto piuttosto andare alla ricerca di quel filo conduttore che comunque collega tutta la produzione sacra del Sannio e che per noi pare avere un’unica origine nella tradizione pitagorica, sia che se ne vogliano ritrovare i collegamenti attraverso il passaggio diretto rappresentato dai contatti di Gaio o Erennio Ponzio con Archita di Taranto, sia che si vogliano ipotizzare altri indiretti collegamenti.

Certamente la ricerca appare comunque ardua per le difficoltà di accesso ai monumenti che sembrano ricevere oggi una sola protezione: quella a difesa dagli studiosi, mentre avanza il degrado naturale, spesso accompagnato da discutibili restauri che ci riportano alla mente le irreversibili e antistoriche trasformazioni effettuate dai ricostruttori di un’improbabile classicità.

Per questo motivo, oltre che riferirci agli autori della produzione classica ed ellenistica della Grecia centrale e microasiatica, sembra opportuno in questa sede un richiamo più preciso ai rapporti diretti tra il mondo sannitico e quello della Magna Grecia.

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