Franco Valente

S. Maria di Canneto di Roccavivara (seconda parte)

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S. Maria di Canneto:

Prolegomeni e paralipomeni della sciatteria del Ministero per i Beni Culturali nel Molise

(Seconda parte)

(prima parte http://www.francovalente.it/?p=3833 )

Franco Valente

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Prima di tentare di capire il significato degli elementi scultorei, a basso o alto rilievo, dell’ambone di Canneto, appare utile capire se in conseguenza dei suoi spostamenti sia accaduto qualcosa che ne abbia modificata l’originaria forma.

Ci sarà tempo per parlare degli aspetti simbolici perché, prima di ogni cosa, è necessario ridare un senso ad una ricostruzione che, credo, possa essere considerata un mistero solo se si ignorano le regole liturgiche.

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L’ambone che oggi, ben illuminato da un sofisticato sistema di luci, si sovrappone al colonnato della navata di sinistra, in origine era in altro luogo della chiesa.

Sicuramente fino al 1931 “sorgeva imponente dentro il presbiterio, a ridosso della prima arcata della navata sinistra a fianco dell’altare maggiore”, dice il Galluppi nel suo saggio (S. Maria di Canneto sul Trigno nell’archeologia, nella storia e nell’arte – Opera postuma – Casalbordino 1941).

Le parole successive, al di là dell’aulicità del linguaggio, evidenziano i limiti di un restauro che amorevolmente don Duilio Lemme aveva fatto con la superficiale connivenza del Soprintendente all’arte medievale, il prof. Alberto Riccoboni: “Egli di lontano aveva fornito preziosi suggerimenti e comunicato vibranti incoraggiamenti all’arciprete di Roccavivara Don Duilio Lemme, per eccitarlo a compiere i restauri della chiesa di Canneto e per effettuare lo smontamento e la ricomposizione del suo ambone”.

Ancora più significative le parole successive che fanno intuire che il Riccoboni, sebbene sicuramente gli giungessero voci di operazioni discutibili, da perfetto anticipatore dei moderni metodi delle Soprintendenze attuali, poco si preoccupò di controllare cosa stesse accadendo: “Il Riccoboni accompagnava con il pensiero e con l’affetto i lavori che erano stati intrapresi e si venivano svolgendo nel vetusto monumento del Trigno per la sua conservazione e per il suo splendore. Ma da uomo assennato e prudente, volle rendersi conto di persona e di presenza di quanto fino allora era stato compiuto a Canneto”.

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Certamente la circostanza che il Riccoboni seguisse lavori di restauro di uno dei monumenti più importanti della storia longobarda e normanna del nostro meridione “con il pensiero e con l’affetto”, lasciando l’onere delle decisioni sui metodi di smontaggio e di rimontaggio e sulle modalità esecutive di un restauro a un buon curato di campagna, fanno intuire la superficialità del controllo e la sottovalutazione di quanto stava per accadere.

La questione è ancora più divertente perché Don Duilio non si accontentò di ricevere la visita dell’illustre professore. Pretese anche un attestato di benemerenza sul lavoro svolto, sicché, come racconta il Galluppi, “vergò le seguenti parole, che esprimono il suo giudizio intorno al valore artistico dell’ambone”:
Impulso ed anima dati da Don Duilio Lemme infaticabile e vigile. Compiacimento per la perizia, il rispetto, la cura amorosa nella esecuzione delle opere delicate e difficili, qual’è lo smontaggio del pulpito, mirabile opera del 1223, scomposto e ricomposto in posto più adatto, così che acquista in pregio ed effetto. Il lavoro venne eseguito con grande accuratezza e capacità”.

Dopo questa sperticata lode, probabilmente don Duilio Lemme si fece prendere la mano. Le problematiche sulla correttezza dell’intervento divennero un accidente secondario (del quale avremo modo di parlare a tempo opportuno) e di fronte al disinteresse del Ministero i lavori proseguirono in maniera discutibile.

Della cosa si interessò nel 1979 il compianto Gaetano Miarelli-Mariani nel suo insuperato “Monumenti nel tempo – Per una storia del restauro in Abruzzo e nel Molise” dove riportò anche una successiva attestazione del medesimo Soprintendente Riccoboni che così si esprimeva qualche tempo dopo la prima visita ed il primo attestato laudativo: “Falsa, recente cantoria, illogico impiego di numerosi bei pezzi di architettura, quali capitelli e cornici. Deplorevolmente anacronistica è la profusione di scritte e di invocazioni incise su pietre antiche, anche romane. Sul fianco sinistro si apre un portale mal composto con antichi frammenti ornamentali. Di fronte a questa edicola raffazzonata…”.

Sarebbe interessante cercare di capire cosa sia effettivamente successo nel corso dei lavori e l’argomento potrebbe essere oggetto di una ricerca negli archivi della Soprintendenza dell’Aquila dove, per qualche decennio, a causa del recente terremoto ma soprattutto per la tradizionale ottusità ministeriale nell’ostacolare le ricerche di archivio, credo che sarà difficile mettere mano.

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Invece il pulpito sta nella Chiesa di Canneto e qualche considerazione su di esso possiamo farla aggiungendoci alla folta schiera di coloro che lo hanno già studiato e che citerò volta per volta.

Come si è detto questo pulpito era situato fino al 1931 in altro luogo della basilica.

Ciò è confermato non solo dalla descrizione del Galluppi che ho richiamato, ma anche dalle rare immagini fotografiche fatte prima dello smontaggio. In particolare quella cui fa riferimento don Vincenzo Ferrara per mettere in dubbio l’autenticità e l’originalità della data 1223.

L’imposta dell’arco trasversale del presbiterio, che vi si vede al disopra della mensola aggettante  del cosiddetto “letturino”, permette di collocarlo precisamente sul fondo appoggiato alla parete di sinistra, subito dopo la porta laterale come riporto nella planimetria che segue.

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Ma era questo il luogo in cui era posto nella presumibile data di esecuzione del pulpito? Ho i miei dubbi.

A complicare le ipotesi sulla origine dell’ambone benedettino si aggiunge uno studio pubblicato nel 1995 da G. Palma sotto il titolo: “Il pulpito di Canneto e la prospettiva come esempio di estetica della Proportio”.

Palma è un attento conoscitore dell’applicazione di moduli proporzionali nell’architettura e le sue analisi sul pulpito di Canneto devono essere considerate con attenzione.

Il suo saggio si regge su una premessa che fino al 1995 (e neppure dopo) non è stata mai condivisa da altri studiosi. Palma in sintesi ritiene che la necessità di rispettare le regole della proporzione avrebbero imposto di mantenere in origine una simmetria generale del prospetto. Perciò il terzo arco, essendo più grande degli altri due, deve essere considerato una modifica effettuata nel 1223 di un precedente arco che nella prima edizione era identico a quelli precedenti.

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L’ipotesi di G. Palma circa l’originario prospetto dell’ambone di Canneto

L’ipotesi viene sostenuta da una serie di disegni ricostruttivi che dovrebbero dimostrarne la bontà.

L’attuale prospetto, dunque, sarebbe il risultato di un ampliamento duecentesco di un precedente pulpito che Palma collocherebbe nella seconda metà del XII secolo sulla base di analogie stilistiche che vede in altri amboni abruzzesi di tale epoca.

Il riferimento, però, non mi trova d’accordo, proprio perché gli esempi che egli porta sono i pulpiti di Corfinio e di S. Angelo a Pianella che, come è noto, appartengono ad una tipologia del tutto diversa.

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I pulpiti di Corfinio e di S. Angelo a Pianella

E’ certamente possibile che nel nostro di Canneto siano stati inseriti elementi provenienti da un’altra architettura databile anche prima del XII secolo, ma ciò non consente di estendere la medesima datazione all’intero manufatto.

Anche sulla questione stilistica torneremo più avanti per contestarne la certezza definitiva, ma ciò che rende improbabile la tesi di Palma è che le dimensioni del pulpito dovevano essere tali da poterlo inserire nell’abside centrale della chiesa.

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Si tratta di una evidente forzatura almeno per due motivi. Il primo è di natura estetica in quanto incastrando l’ambone nel vano absidale non avrebbero avuto senso i pannelli laterali che sarebbero risultati praticamente murati.

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Uno dei due pannelli laterali

Il secondo è di natura ancora più vincolante per essere in contraddizione con le regole liturgiche relative ai luoghi deputati alle lettura delle sacre scritture.

A questi due motivi se ne aggiungerebbe un terzo di natura squisitamente pratica: per quale motivo si sarebbe dovuto allargare il terzo arco andando a modificare, proprio in epoca federiciana, un prospetto concepito in origine a simmetria bilatelare?

Ma è proprio la valutazione liturgica che può consentirci di arrivare ad una conclusione ragionevole.

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Per quanto io ne sappia non si conosce alcun caso in cui il pulpito sia collocato nell’abside di una basilica essendo il suo luogo naturale in quella parte di sinistra per chi guarda che viene definita nella tradizione cattolica “in cornu evangelii”. E’ vero che dal XIII secolo in poi si individua sul lato destro della navata centrale anche una zona “in cornu epistulae”, ma giammai si trova un pulpito nella parte centrale dell’abside.

La definizione liturgica con i due corni perfettamente simmetrici al limite del presbiterio verrà definitivamente chiarita solo con il concilio tridentino, ma fino ad allora i pulpiti singoli venivano collocati verso la metà della navata centrale al fine di consentire una buona diffusione della voce del predicatore.

Questa circostanza, che è una vera e propria regola pratica, è facilmente riscontrabile in tutte le basiliche abruzzesi e, per una tradizione che si fa risalire alla Puglia da cui veniva la famiglia di Nicola Pisano “de Apulia”, si estese anche nelle basiliche medioevali cristiane del Nord in generale.

E’ proprio sulla scorta di questa regola, non scritta ma diffusamente praticata, che possiamo azzardare l’ipotesi che don Duilio Lemme nel rimontaggio del pulpito di Canneto abbia sostanzialmente fatto un’operazione filologicamente corretta, non sappiamo se casualmente o per precisa consapevolezza liturgica.

(continua)

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1 Commento

  1. Federica 23 febbraio 2014 at 15:52

    Articolo molto interessante, per caso sa per visitare questa meravigliosa chiesa come si fa?

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