Franco Valente

Un altare di Cosimo Fanzago nella chiesa di Cristo a Venafro?

Un altare di Cosimo Fanzago nella chiesa di Cristo a Venafro?

Franco Valente

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Cosimo Fanzago (1591-1678) è unanimemente ritenuto il più grande architetto che abbia calcato la scena della Napoli seicentesca.

Fu personaggio dalla vita controversa per avere sempre mostrato una grande devozione alla gerarchia cattolica pur essendosi macchiato non solo del delitto di omicidio quando uccise Nicola Botti, suo concorrente nella gestione dei lavori alla Certosa di S. Martino a Napoli intorno al 1630, ma anche di una serie continua di delitti sulla proprietà.

Operò anche fuori della capitale partenopea e, per quello che ci interessa, fu diretto collaboratore dei monaci di Montecassino dove rimase diverso tempo (1626-1628) per la sistemazione del presbiterio e dell’altare maggiore che riuscì a far realizzare raccontando di aver ricevuto l’ispirazione in sogno mentre dormiva nella foresteria del monastero. Vi tornò nel 1638 e nel 1645 per completare i lavori.

Tra il 1626 e il 1638 lavorò anche a Pescocostanzo, le cui chiese allora erano nella giurisdizione di Montecassino. Dunque le sue opere erano ampiamente apprezzate nel nostro territorio e sicuramente durante la costruzione  a Venafro della Chiesa di Cristo nel 1650 una qualche considerazione sulla possibilità di interpellare il grande artista non è da escludere.

Nessun documento esplicito ci aiuta. Però gli elementi stilistici e tipologici di un altare che si trova oggi nella sagrestia di questa bella chiesa barocca, che fu poi sostanzialmente trasformata intorno al 1771, ci portano a ritenere che, se non vi fu un apporto diretto (comunque indimostrabile), certamente un riferimento stilistico all’opera di Fanzago deve necessariamente essere ritrovato.

Nella chiesa di Cristo si conservano pregevoli opere d’arte e tra esse l’altare situato nella sagrestia, che sicuramente costituiva in origine l’altare maggiore della precedente chiesa. Esso è realizzato in marmo policromo intarsiato ed ha la forma di una basilica cristiana.

Così Vittorio Casale nella sua rassegna sugli altari molisani (Cosimo Fanzago ed il marmo commesso fra Abruzzo e Campania nell’età barocca): Si tratta di un importante ciborio (appoggiato ad un altare non pertinente e comunque più tardo) in marmo commesso, di raffinata esecuzione che si può datare tra la fine del XVI e gli inizi del XVII.

Sono d’accordo nell’attribuire l’esecuzione ai primi anni del XVII secolo per una serie di indizi che nei caratteri architettonici rinviano alla grande e prestigiosa produzione artistica di Cosimo Fanzago. Impressionante è infatti l’analogia con un altare napoletano progettato dal Fanzago per la chiesa della SS.ma Trinità delle Monache a Napoli.

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Da una incisione di F. Pesche edita da Bulifon (in G. CANTONE, Napoli barocca e Cosimo Fanzago, Napoli 1984) e pubblicata da Sarnelli nel 1697 (quando Fanzago era morto da quasi venti anni) possiamo ricavare alcune pedisseque ripetizioni che vanno dalla particolare forma del lanternino, con le cornici modanate a voluta, alla cupola semicircolare dalla copertura loricata in marmo che finge la maiolica. Oppure la particolare analogia delle volute tipicamente fanzaghiane che ripartiscono il tamburo e l’andamento concavo della facciata che costituisce un corpo cha avanza formando uno dei bracci di una ipotetica chiesa a pianta centrale in croce greca.

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Tra gli atti stipulati presso il notaio G. Tommaso Marcuto di Venafro al foglio 140 dell’anno 1650 vi è quello sottoscritto tra G. Battista Buono, procuratore della Confraternita del Corpo di Cristo, ed Eleuterio Ferretti, Giovanni Antonio Ferretti, Giacomo Ferretti e Giuseppe Pilla, tutti di Monteroduni.

In tale atto i predetti dichiarano che il nominato mastro Eleuterio aveva convenuto di realizzare l’altare maggiore nella chiesa della confraternita ma, poiché a quella data non ancora era stato portato a termine, si confermava l’obbligo modificando con qualche aggiunta il disegno originario con l’impegno a portarlo a termine entro la successiva Pasqua “alla ragione che casca il prezzo del palmo”. Si conveniva, pertanto, che l’opera sarebbe stata valutata da persona esperta a partire dal corrente mese di dicembre ed il procuratore avrebbe provveduto a pagare il lavoro a stati di avanzamento facendosi carico delle spese occorrenti. Il giudice era Alessandro Palla ed i testimoni il Primicerio D. Nicandro d’Orlando, mastro Carlo Giannino, Filippo Mainardo e D. Giacomo Peluso.

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Al di sopra dell’altare un’interessante tela con l’Ultima Cena, realizzata nel XVII secolo, reca questa epigrafe: ANNO D.MNI M.DC.LXXI D.MNO LEONARDO ANT.O SERSALE EXISTENTE PRIORE ET D.MNO IOSEPH PETESCE ET ASPASIO FANTE AGUZZO, AC LAURENTIO SARACENO PROCURATORIBUS.

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2 Commenti

  1. Marco Antonio Kutschak-Ricci 26 ottobre 2009 at 15:17

    Caro Franco!

    Se ti interessa ti potrei far pervenire i ragguagli della famiglia Ferretti di Monteroduni. Una mia trisavola era una Ferretti per cui ho compilato l’albero genealogico e un elenco delle opere conosciute di questa famiglia di maestri marmorari molisani…

    Un ulteriore saluto da Vienna!

    Marco

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