Franco Valente

La tredicesima fatica: riprendiamoci il nostro Ercole sannitico

La tredicesima fatica: riprendiamoci il nostro Ercole sannitico

Franco Valente

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Da un po’ di tempo si fa un gran parlare della restituzione degli scacchi di Venafro. Prima o poi ci verranno restituiti.

Qualche anno fa facemmo un gran parlare della Venere e ci fu restituita.

Qualche anno dopo chiedemmo le statue di Tiberio e Cesare e ci furono restituite.

In realtà è una restituzione di cose opportunamente sottratte ad una città che al momento della loro scoperta non poteva garantire la loro conservazione.

Ora, essendosi determinate le condizioni per garantire la conservazione e l’esposizione, la legge impone che lo Stato restituisca ai luoghi di provenienza i materiali scoperti. Si tratta semplicemente di spostare oggetti di indubbio valore soprattutto per la storia locale da un edificio all’altro senza compromettere la titolarietà della proprietà che, fortunatamente in questi casi, è dello Stato.

Così deve avvenire, ritengo, anche per l’Ercole di Venafro che da tempo immemorabile è custodito nel museo archeologico di Chieti e che opportunamente dovrebbe tornare a Venafro.

Ma di cosa si tratta?

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La prima delle dodici fatiche di Ercole è l’uccisione del leone Nemeo, un animale invulnerabile mandato da Era proprio contro il semidio greco. Quando il mostro fu inviato, si sistemò a Nemea, nell’Argolide, in una grotta con due uscite.

Aveva la pelle così forte che nessuna punta poteva trapassarla. Ercole si era messo alla sua ricerca seguendo le tracce nella grande quantità di uomini che uccideva. Quando lo trovò, cercò di colpirlo con le frecce ma esse rimbalzavano sul suo corpo.

Neanche la spada servì a qualcosa.  Dopo essere stato privato della sua corazza Ercole ricorse alla forza delle sue braccia prendendolo per il collo fino a soffocarlo. Dopo averlo ucciso per scuoiarlo fu costretto ad usare i denti dell’animale.

Ottenuta la pelle, da quel momento in poi la usò come propria armatura.

Per questo motivo nella tradizione greca e romana viene sempre rappresentato in atteggiamento di assalto con una clava nella mano destra e con la “leonté” (la pelle del leone) appoggiata sull’avambraccio di sinistra.

Ercole in assalto è tra le immagini più ricorrenti nella produzione di bronzetti votivi di epoca sannitica, ma quello di Venafro è certamente il più importante.

Non sappiamo in quale epoca precisa sia stato trovato e tantomeno il luogo di provenienza.

Al Museo di Chieti, dove è custodito da sempre, è genericamente indicato il territorio di Venafro come luogo di provenienza.

Sulla base di una tradizione riferita per via orale sarebbe stato trovato a monte dell’abitato, nell’area compresa tra la Cattedrale ed il teatro romano.

Ma la cosa interessa relativamente.

L’aspetto più interessante è l’epigrafe che, sebbene sia ben leggibile sul basamento su cui si appoggia, è di difficile interpretazione:

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(da Cianfarani – Culture adriatiche Antiche d’Abruzzo e di Molise)

Si tratta di una scritta in lingua osca su tre righe:
nùviiùi ùpsiiùì
pr miìnatùì ùht
herekùi brateì

La scrittura è piuttosto rozza e lascia intendere che sia stata eseguita dopo la sua fusione.

Nella prima parola del terzo rigo, peraltro,  manca la lettera “l” perché andava scritta correttamente “hereklùi” che il termine osco che corrisponde l nostro Ercole.

Dell’ultima parola “brateì” si sa che significa grosso modo “per grazia ricevuta” sulla base di analoga iscrizione di Vastogirardi studiata da M. Lejeune.

Nulla si è in grado di dire sui due primi due righi che sicuramente si riferiscono al donatore e al motivo della dedica.

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(da A. Di Niro, Il culto di Ercole tra i Sanniti Pentri e Frentani)

Ercole è rappresentato in posizione ferma e, comunque, non nel momento dell’assalto. La clava che in qualche modo si appoggiava o era appesa alla mano destra è scomparsa, ma la postura del braccio evidenzia uno stato di quiete, quasi di preparazione ad una cerimonia.

Tanto si desume anche dall’altra mano, sul cui avambraccio è appoggiata la leonté, che molto probabilmente reggeva un oggetto liturgico che poteva essere una patera o un frutto.

Il corpo è assolutamente nudo e staticamente appoggia sulla gamba destra mentre l’altra è leggermente piegata. Molto elaborata è l’acconciatura dei capelli che, ben pettinati, sono tenuti da una fascia che ne valorizza le ondulazioni.

Il corpo è ben modellato secondo una tipologia che appartiene alle rappresentazioni di atleti con le spalle vigorose ed i glutei muscolosi.

Uguale vigore si vede nelle gambe e nei pettorali.

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1 Commento

  1. Marialetizia 4 ottobre 2010 at 22:53

    Oh no! Sono stata al Museo di Chieti la scorsa settiamana per vedere il Guerriero di Capestrano e non sapevo che c’era questa statua! Se lo sapevo la riprendevo io! Saluti,Marialetizia.

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