Franco Valente

Alla scoperta del liberty a Campobasso nell’Almanacco di quest’anno!

Alla scoperta del liberty a Campobasso nell’Almanacco di quest’anno!

Franco Valente

TucciSAVOIA

Tutto pronto per l’Almanacco del Molise 2010.

A giorni comincia la stampa!

Come al solito un appuntamento da non perdere

Gli anni Venti e Trenta nel Molise

Tra gli altri saggi…….

Le botteghe di Giuseppe e di Salvatore Tucci nella Campobasso degli anni Venti

Franco Valente
Rilievi grafici e disegni originali di Maria  Teresa Navarra

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Agli inizi del secolo, nel 1902, a Torino si era tenuta la prima Esposizione di Arte Decorativa Moderna. Gli artisti che vi esponevano dichiararono che era nato “il Socialismo della Bellezza”.

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L’esposizione di Torino ebbe un riflesso immediato in Italia. Prima nei grandi centri e poi in periferia, soprattutto grazie all’entusiasmo di un gran numero di artigiani del ferro, del legno e del vetro che intuirono che nel liberty avrebbero potuto far esplodere tutta la loro capacità inventiva facendo assurgere al livello dell’arte un’attività che era relegata nella sfera di coloro che lavoravano solo per soddisfare le esigenze essenziali della comunità.

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Nonostante si tratti di un movimento di artigianato di alto valore artistico che interessò un po’ tutto il Molise in un’epoca abbastanza vicina alla nostra, siamo assolutamente lontani dal conoscerne la reale dimensione, le modalità di diffusione dello stile e, soprattutto, i nomi di coloro che furono gli artefici di questo sostanziale cambiamento nel gusto che ormai dilagava in Italia.

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A Campobasso la scena negli anni Venti e Trenta fu dominata dalla famiglia Tucci.

E’ sicuramente un’impresa complessa riuscire a districarsi nel complicato e variegato mondo dell’artigianato, specialmente quando il livello sale da quello puramente manuale e tecnico a quello dell’arte e si voglia tentare di capire quale sia stato l’apporto individuale nella realizzazione di opere che sono quasi sempre senza firma o al massimo recano l’anno di esecuzione più per documentare l’anno di costruzione dell’edificio che quello di creazione dell’elemento decorativo.

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La strada è lunga e tortuosa per cui in questa sede ci accontentiamo di una esposizione un po’ confusa delle opere che ancora oggi, mentre esse si avvicinano al loro primo secolo di vita, caratterizzano la forma esterna e l’arredo interno di numerosi edifici della Campobasso di inizio secolo, nella speranza che questo primo tentativo si traduca in un’opera organica alla quale da tempo stiamo lavorando cercando di recuperare da una parte documenti epigrafici e grafici e dall’altra testimonianze dirette dei discendenti che ormai fanno attività del tutto estranee al mondo delle botteghe dei loro genitori.

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Per questo, finché l’opera di analisi non sarà stata completata, ci limitiamo ad osservare le forme che appaiono agli occhi di un qualsiasi occasionale visitatore della città o di un quotidiano fruitore che non abbia più la possibilità di attingere a quella tradizione orale che rendeva del tutto inutili pubblicazioni come questa che stiamo tentando di fare.

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L’occasione per cominciare a parlare diffusamente dei Tucci fu data da una piccola esposizione di capolavori in ferro battuto che si tenne su iniziativa dell’Associazione “La Pergamena” nel novembre del 1980. In quell’occasione si fece una rapida rassegna estemporanea anche di qualche frammento dell’opera di Giuseppe Tucci (Franco Valente – Rivisitando Giuseppe Tucci – 1980) e ci si assunse l’impegno ad allargare lo studio. Un primo fondamentale lavoro è stato fatto nel 1999 nell’ambito di una ricerca per una tesi di laurea in architettura ( Maria Teresa Navarra – Il Liberty a Campobasso, il ferro battuto, la Villa Comunale – 2000). In quella occasione sono stati eseguiti da M.T. Navarra rilievi grafici e fotografici di particolare importanza che sicuramente ora rappresentano un punto fermo per la continuazione dello studio.

TucciBUSTO
Giuseppe Tucci

(continua sull’Almanacco del Molise 2010)

… e se volete saperne di più, non perdete l’Almanacco del Molise di quest’anno!

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11 Commenti

  1. luigi 18 novembre 2009 at 17:21

    Molto bello quello che scrivi. A torino esiste un intero quartiere in puro stile liberty. Almeno quello che è stato salvato dalgli scempi compiuti negli anni 50 e 60. Hai ragione sul fatto che è stato perso il gusto del tempo.
    P.S. L’almanacco ovviamente è in vendita solo in Molise?
    saluti

  2. Franco Valente 19 novembre 2009 at 07:57

    Caro attentissimo Luigi,
    l’almanacco va a ruba in pochissimi giorni perché viene edito in buona parte su iniziativa di qualche ente pubblico. Da due anni dalla Regione. Spero di metterti da parte una copia….

  3. luigi 19 novembre 2009 at 23:42

    Grazie del pensiero Franco.

  4. Giuseppe 20 novembre 2009 at 18:19

    Un esempio di cosa significa avere occhi per vedere e cuore per amare. Grande Franco!

  5. luigi 4 dicembre 2009 at 17:01

    Archivio Storico Fiat

    Via Chiabrera, 24/a, 10126 – Torino
    tel 011/0066240 – fax 011/6633645
    E-mail archivio@fiatgroup.com

    L’Archivio Storico Fiat ha sede in un edificio liberty che fu il primo ampliamento (1907) delle officine di Corso Dante dove nacque l’azienda.
    Conserva oltre 5 mila metri lineari di documenti, dal 1900 agli anni Ottanta, relativi ai diversi aspetti della storia industriale del Gruppo Fiat (amministrazione, finanza, personale, produzione, comunicazione, ufficio studi, tecnologie, progettazione…) e dei suoi prodotti (automobili, veicoli commerciali, trattori e macchine movimento terra, treni, aeroplani, motori marini…). A questo si aggiunge un patrimonio iconografico di quasi un milione di fotografie, lastre fotografiche, negativi; migliaia di manifesti e bozzetti pubblicitari; più di 200 ore di film e video riversati in digitale. Una biblioteca di tremila volumi sulla storia della Fiat, dei mezzi di trasporto, delle imprese e del lavoro, completa la dotazione del centro.

  6. luigi 4 dicembre 2009 at 17:05

    Con la Rivoluzione Industriale si sente il bisogno di far conoscere al grande pubblico (si fa per dire, perchè le classi meno abbienti rimanevano quasi sempre escluse) nuovi prodotti, nuove tecnologie, per conquistare mercato e per assumere, cosa molto importante in un’era caratterizzata da forti nazionalismi, rilevanza a livello internazionale.

    Così nacquero le Esposizioni Universali, vero sfoggio di potenza commerciale e di prestigio tecnico e artistico: si pensi agli echi che ebbe, e che ha tuttora, l’Esposizione di Parigi del 1889, con la sua fantasmagorica e controversa Tour Eiffel.

    Questi eventi, che abbracciano gli anni che vanno dal 1850 fino alla I guerra mondiale, iniziati come vetrina di mirabolanti tecnologie e di nuovi prodotti, con la nascita dei vari movimenti modernisti in Europa, soprattutto in Inghilterra con il movimento delle “Arts and Crafts” di Morris, e nei paesi francofoni, assunsero ben presto, almeno in parte, la funzione di vetrina di nuove idee, di nuovi modi di concepire il rapporto tra arte, artigianato e industria.

    L’Italia non rimase indifferente e seppure con un certo ritardo si arrivè anche da noi a proporre manifestazioni simili. A Torino si tenne la Esposizione Generale Italiana nel 1884, l’esposizione del 1898 (di cui rimane, al Valentino, la fontana dei 12 Mesi, disegnata da Carlo Ceppi) e si culminò con la fondamentale Prima Esposizione Internazionale di Arte Decorativa Moderna del 1902.

    In questa esposizione, come nelle analoghe d’oltralpe, si pensava alle arti decorative come un unicum che abbracciava sia l’oggetto di uso quotidiano che l’arredamento urbano, sia il portone che il palazzo. La progettazione non riguardava più un solo ambito, ma essa investiva tutto l’oggetto del produrre: in una stanza da pranzo il progettista-artigiano curava i tavoli e i soffitti come le tazze e i candelabri, in un palazzo l’artista-architetto curava il disegno dell’edificio e le ringhiere interne delle scale, fino alle maniglie delle porte.

    Si capisce come in tal modo il confine tra utile e bello tende a diventare, nella mente degli artisti più progressisti del tempo, sempre più labile. Non ci sono più cose utili da una parte, oggetti di uso comune che non necessitano di cura, e dall’altra oggetti curati, poco più che suppellettili. Anche l’oggetto di uso quotidiano deve essere investito dall’alito della creazione artistica, questo per portare il bello a strati sempre più vasti di popolazione. E questo naturalmente poteva essere fatto solo se la nascente industria avesse prodotto per le masse (leggi per la media e piccola borghesia) prodotti disegnati con cura, realizzati non solo per servire ma anche per compiacere l’occhio.

    Questo concetto fondamentale fa capire perchè le esposizioni Universali, nate come vetrina per le industrie, si sono trasformate in vetrine per l’arte, o quanto meno per l’artigianato artistico.

    Citiamo dall’articolo 2 del Regolamento Generale dell’EsposizioneArt. 2.
    L’Esposizione comprenderà le manifestazioni artistiche ed i prodotti che riguardino sia l’estetica della via, come quelli della casa e della stanza.
    Vi saranno ammessi soltanto i prodotti originali che dimostrino una decisa tendenza al rinnovamento estetico della forma.
    Non potranno ammettersi le semplici imitazioni di stili del passato, ne la produzione industriale non ispirata ai sensi artistici.
    […]

    L’Esposizione risultò fondamentale, non solo per la sua rilevanza nazionale, ma per gli influssi che ebbe in particolar modo sul Liberty torinese e per la risonanza a livello europeo della manifestazione.

    Il lavoro sul Liberty è stato realizzato da Walter Gamba e Giuseppe Mauro
    Con la Rivoluzione Industriale si sente il bisogno di far conoscere al grande pubblico (si fa per dire, perchè le classi meno abbienti rimanevano quasi sempre escluse) nuovi prodotti, nuove tecnologie, per conquistare mercato e per assumere, cosa molto importante in un’era caratterizzata da forti nazionalismi, rilevanza a livello internazionale.

    Così nacquero le Esposizioni Universali, vero sfoggio di potenza commerciale e di prestigio tecnico e artistico: si pensi agli echi che ebbe, e che ha tuttora, l’Esposizione di Parigi del 1889, con la sua fantasmagorica e controversa Tour Eiffel.

    Questi eventi, che abbracciano gli anni che vanno dal 1850 fino alla I guerra mondiale, iniziati come vetrina di mirabolanti tecnologie e di nuovi prodotti, con la nascita dei vari movimenti modernisti in Europa, soprattutto in Inghilterra con il movimento delle “Arts and Crafts” di Morris, e nei paesi francofoni, assunsero ben presto, almeno in parte, la funzione di vetrina di nuove idee, di nuovi modi di concepire il rapporto tra arte, artigianato e industria.

    L’Italia non rimase indifferente e seppure con un certo ritardo si arrivè anche da noi a proporre manifestazioni simili. A Torino si tenne la Esposizione Generale Italiana nel 1884, l’esposizione del 1898 (di cui rimane, al Valentino, la fontana dei 12 Mesi, disegnata da Carlo Ceppi) e si culminò con la fondamentale Prima Esposizione Internazionale di Arte Decorativa Moderna del 1902.

    In questa esposizione, come nelle analoghe d’oltralpe, si pensava alle arti decorative come un unicum che abbracciava sia l’oggetto di uso quotidiano che l’arredamento urbano, sia il portone che il palazzo. La progettazione non riguardava più un solo ambito, ma essa investiva tutto l’oggetto del produrre: in una stanza da pranzo il progettista-artigiano curava i tavoli e i soffitti come le tazze e i candelabri, in un palazzo l’artista-architetto curava il disegno dell’edificio e le ringhiere interne delle scale, fino alle maniglie delle porte.

    Si capisce come in tal modo il confine tra utile e bello tende a diventare, nella mente degli artisti più progressisti del tempo, sempre più labile. Non ci sono più cose utili da una parte, oggetti di uso comune che non necessitano di cura, e dall’altra oggetti curati, poco più che suppellettili. Anche l’oggetto di uso quotidiano deve essere investito dall’alito della creazione artistica, questo per portare il bello a strati sempre più vasti di popolazione. E questo naturalmente poteva essere fatto solo se la nascente industria avesse prodotto per le masse (leggi per la media e piccola borghesia) prodotti disegnati con cura, realizzati non solo per servire ma anche per compiacere l’occhio.

    Questo concetto fondamentale fa capire perchè le esposizioni Universali, nate come vetrina per le industrie, si sono trasformate in vetrine per l’arte, o quanto meno per l’artigianato artistico.

    Citiamo dall’articolo 2 del Regolamento Generale dell’EsposizioneArt. 2.
    L’Esposizione comprenderà le manifestazioni artistiche ed i prodotti che riguardino sia l’estetica della via, come quelli della casa e della stanza.
    Vi saranno ammessi soltanto i prodotti originali che dimostrino una decisa tendenza al rinnovamento estetico della forma.
    Non potranno ammettersi le semplici imitazioni di stili del passato, ne la produzione industriale non ispirata ai sensi artistici.
    […]

    L’Esposizione risultò fondamentale, non solo per la sua rilevanza nazionale, ma per gli influssi che ebbe in particolar modo sul Liberty torinese e per la risonanza a livello europeo della manifestazione.

    Il lavoro sul Liberty è stato realizzato da Walter Gamba e Giuseppe Mauro

  7. luigi 8 dicembre 2009 at 00:46

    ho trovato anche questo link:
    http://www.torinoinsolita.it/home/index.php?sez=&sez_sub=
    molto bello

  8. ROSA ANNA TUCCI 7 gennaio 2010 at 18:37

    Salve, sono una nipote di Giuseppe Tucci e precisamente la figlia di Biagio Tucci. Avrei molto piacere ad avere una copia dell’almanacco. Vivo a Taranto e gradirei sapere come fare per averla. Grazie, soprattutto per il pregevole lavoro e cordiali sAluti.
    Rosa Anna Tucci

  9. Eugenio Favale 10 gennaio 2010 at 23:26

    Sono Eugenio Favale, conoscevo già l’arte di Giuseppe Tucci. Ho sposato una nipote di nonno Giuseppe, Rosanna e con lei vivo a Taranto, mia città natale. Ho scoperto con piacere che nonno Giuseppe ha avuto diverse occasioni di rapportarsi con la città di Taranto, sia per aver lavorato in ferrovia ed anche per i rappori tenuti con l’Arsenale Militare. Complimenti per il lavoro svolto!!

  10. Sara 20 luglio 2011 at 15:19

    Il mio bisnonno…! E’ bello conoscerlo attraverso racconti di parenti e non e vedere che le sue doti siano state riconosciute…è stato anche un grande uomo, oltre che un grande artista.

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