Franco Valente

L’acquasantiera di Castel del Giudice è di Giacomo Caldora?

L’acquasantiera di Castel del Giudice è di Giacomo Caldora?

Franco Valente

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Nel 1267 Castel del Giudice per un brevissimo periodo appartenne a Corrado di Antiochia, ma gli angioini lo affidarono prima a Paolo de Giga, poi a Stefano di Belcair ed infine a Gualtiero da Ponte. Dalla famiglia di costui poi passò ai d’Evoli che tennero il feudo fino che fu ceduto a Giovanni Caldora, capostipite di una famiglia di capitani di ventura celebri per le loro alterne e a volte contraddittorie gesta epiche.

Il più famoso fu certamente Giacomo, figlio di Giovanni, nato da Rita Cantelmo nel 1368 proprio a Castel del Giudice.

Battista Masciotta sostiene, e sicuramente non sbaglia,  che egli fu il maggior uomo d’arme del secolo XV, malgrado nelle istorie, nella rinomanza, e nella tradizione, avessero e conservino più alto grido quegli stessi emuli suoi ch’egli batté in giornate campali. Motivi della minor fama molteplici: il non aver avuto uno storiografo come gli altri a lor tempo, il non essere stato raffigurato da nessun artista, la scarsa conoscenza che si ha della storia di Napoli nelle odierne scuole d’Italia, e precipuo quello ch’egli non corse la penisola, ed uscì anzi raramente dai confini del Reame.

Angelo di Costanzo lo descrive come uomo magnanimo e, sebbene possedesse gran parte dell’Abruzzo, del Contado di Molise, della Capitanata e della Terra di Bari, non volle mai rivendicare il titolo di Principe o di Duca. Ebbe vasta cultura e gli piaceva avere contatti soprattutto con uomini d’armi che fossero parimenti valorosi, e nobili.

Alla sua scuola impararono l’arte militare il figlio Antonio, Lionello Crocciamura, Paolo di Sangro, Nicolò e Carlo di Campobasso, Matteo di Capua, Francesco di Montagano, Raimondo d’Annecchino, Luigi Torto, Ricciardo d’Ortona, Raimondo Caldora e tanti altri che fecero la storia del mezzogiorno nel XV secolo. Morì settantenne con le armi in pugno in una battaglia campale a Colle, presso Benevento, e il suo corpo fu tumulato nell’Abbazia di S. Spirito a Sulmona nel mausoleo di famiglia che la madre Rita aveva fatto costruire nel 1402.

CastGiudice (5)

Ebbene, anche se del grande Caldora sembra non sia rimasta traccia in nessuna parte del regno, sono convinto che un piccolo segno della presenza di Giacomo nel suo paese di origine forse è possibile individuarlo all’interno della ricostruita chiesa di S. Nicola che si trova proprio davanti alla facciata di quelle case moderne che hanno completamente cancellato l’antico palazzo-castello di Castel del Giudice.

E’ una minuscola acquasantiera, ora collocata a lato della porta interna della sagrestia, che non contiene epigrafi o stemmi e della quale non esiste un qualsiasi riferimento archivistico. L’unico segno che abbia interesse è la piccola decorazione su tre registri che si sviluppa in senso orizzontale.

CaldoraVALENTE1

Quella superiore è rovinata fino al punto di non far capire se contenesse elementi a rilievo.

Quella intermedia è una sorta di catenella formata da una aggregazione di placchette  vagamente decussate.

La fascia più bassa, invece, è degna di particolare attenzione perché è costituita da una sequenza di gigli stilizzati con l’asse posto a 45 gradi con la punta alternativamente rivolta verso l’alto e verso il basso.

Potrebbe trattarsi di una decorazione priva di qualsiasi significato se non si trovasse in quel luogo e di fronte al palazzo-castello dei Caldora.

Per tentare di trovare una connessione tra la piccola acquasantiera e Giacomo Caldora si deve cercare di capire cosa possa significare la stilizzazione del giglio sul piano puramente ideologico.

E’ noto che gli angioini assunsero proprio il giglio nel loro blasone ereditandolo dalle dinastie normanne o addirittura, secondo alcuni, proprio dai Franchi di Pipino il Breve.

Angiò d'
Stemma della famiglia d’Angiò

Comunque, qualunque sia l’origine, cosa certa è che lo stemma dei d’Angiò è costituito da tre gigli d’oro in campo di azzurro.

E’ ampiamente conosciuta la complessa epopea di Giacomo Caldora e di suo figlio Antonio la cui carriera militare fu sostanzialmente esercitata alle dipendenze degli Angioini.

Caldora
Stemma della famiglia Caldora

Perciò, prescindendo dal suo stemma di famiglia costituito da uno scudo inquartato, il primo ed il quarto di oro, il secondo ed il terzo di azzurro, il giglio angioino costituiva per lui un riferimento politico di particolare importanza.

Sulla questione dell’importanza ideologica del giglio significativa è la questione del blasone di Paolo di Sangro sul portale del castello di Civitacampomarano che egli aveva ottenuto da Alfonso d’Aragona all’indomani della battaglia di Sessano dove aveva tradito il suo capitano Antonio Caldora per passare durante lo scontro nel campo avversario (per la vicenda vedi: http://www.francovalente.it/?p=627 ).

Civitacampomarano di Sangro

Nello stemma di Civitacampomarano un drago alato mantiene i gigli angioini capovolti a futura memoria del definitivo assoggettamento ad Alfonso d’Aragona che ormai aveva il controllo completo del regno.

Dunque l’utilizzazione del giglio capovolto nella decorazione non significava solo l’applicazione di motivi ornamentali, ma anche il riconoscimento di un’appartenenza ideologica alla fazione ad essa contraria, cioè a quella aragonese.

Per questo motivo i gigli nell’acquasantiera di Castel del Giudice sono un vero e proprio marchio di riconoscimento perché in essi Giacomo Caldora sintetizza la sua adesione alla famiglia angioina. E questa è una traccia che porta a concludere che il committente di questo piccolo particolare della chiesa di S. Nicola sia stato proprio il grande capitano molisano.

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5 Commenti

  1. Fiorenzo Laurelli 30 gennaio 2010 at 21:34

    Caro Franco,
    debbo complimentarmi anche per questo interessante articolo su Castel Del Giudice ed i Caldora.
    Non ho modo alcuno per pronunciarmi sull’origine dell’acqausantiera, ed assumere il fregio quale riproduzione dei gigli della Casa di Francia non mi sembra affatto un’ipotesi peregrina.
    Per il poco che posso aggiungere, ricordo che Giacomo Caldora fosse stato il genero di un d’Evoli conte di Trivento – sembreebbe un Nicola -, sposandone la figlia Medea ai principi del sec. XV, ed avendone più avanti il titolo comitale [cfr. Masciotta].
    Il legame tra questi casati anche su Castel del Giudice è un’ulteriore riprova dei destini che li hanno accomunati in più territori feudali nel corso dei secoli.
    Grazie ancora per il tuo acume e per la tua pazienza nel battere anche gli angoli più sperduti [ma non più oscuri!] dei nostri Territori.
    F.L.

  2. franco valente 30 gennaio 2010 at 23:33

    Carissimo Fiorenzo,
    spero che il tuo lavoro sui d’Evoli veda presto la luce.
    Avremo la possibilità di intrecciare storie appassionanti di personaggi che ora sono sconosciuti ai più. Anche (… e soprattutto …) nella nostra regione.

  3. Lucio Cuomo 12 maggio 2011 at 11:02

    Il tuo commento…a me sembra un’ipotesi molto interessante ed acuta. Grazie, Franco per aver proposto questa interpretazione. A proposito hai notizie sicure relative ai possessi feudali dei capitani di Giacomo Caldora? Io sono interessato agli Annecchini.

  4. Franco Valente 13 maggio 2011 at 06:17

    Gentilissimo Lucio,
    ovviamente si tratta pur sempre e solamente di una “interpretazione”….
    Degli Annecchino (o Annecchini) nel Molise non ho trovato traccia. Per quello che mi risulta nella nostra regione non sono stati mai feudatari.

  5. Mina Cappussi 5 febbraio 2017 at 12:37

    Una interpretazione interessante, come sempre. Noi, intanto, andiamo a verificare di persona a Castel del Giudice. Grazie, Franco Valente, perchè divulghi le cose belle del Molise e spingi le persone a visitare i luoghi che ben descrivi con passione e un pizzico di sano marketing territoriale!

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