Franco Valente

L’altare dell’Annunciazione nella Cattedrale di Larino

larino apr 2009 (71)

L’altare dell’Annunciazione nella Cattedrale di Larino

Franco Valente

larino apr 2009 (71)

Nella Chiesa Cattedrale di Larino, sulla controfacciata interna, in fondo alla navata di sinistra, quella che una volta si definiva in “cornu Evangelii, vi è la parte decorativa sopravvissuta di un altare dedicato all’Annunciazione.

E’ un altare la cui storia appare abbastanza complessa perché la sua origine è legata all’esistenza di una confraternita laica che, come accade frequentemente nel Meridione italiano, era dedicata all’Annunziata.

E’ abbastanza inconsueto che una confraternita, la cui nascita in genere è legata a problematiche di mutua assistenza, anziché avere una propria autonoma sede, abbia un proprio altare nella Chiesa Cattedrale. Ma non è di questo che vogliamo occuparci.

Dell’altare non vi è più traccia perché, in effetti, sia l’affresco che oggi malamente appare, sia le decorazioni in pietra cinquecentesche, pare siano state per lungo tempo nascosti agli occhi per la sovrapposizione di un altare dedicato a S. Filomena. Altare poi definitivamente scomparso nel corso dei restauri moderni che hanno eliminato tutte le sovrapposizioni barocche.

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Anzi proprio durante l’opera di restauro (e subito dopo), in coincidenza con una discutibile mania di “pulizia liturgica”, anche la mensa è stata eliminata, sicché l’altare dell’Annunciazione appare oggi come una edicola monca che, comunque, ancora permette di capire la sua storia se abbiamo la pazienza di leggere alcuni suoi particolari.

L’altare oggi si compone di due parti autonome: un affresco più antico (forse della fine del XV secolo) e un ricco arco con paraste e timpano con rappresentazioni in bassorilievo sicuramente del 1532, come ricorda l’epigrafe dedicatoria che recita: + ANNUNTIATE VIRGINI CONFRATRES OPVS EREXERVNT 1532.

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L’affresco è molto rovinato. Secondo il solito l’arcangelo Gabriele è sulla sinistra, inginocchiato. Le grandi ali non accennano ad alcun movimento e con la mano sinistra regge un giglio.

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Sulla destra Maria, anch’essa in ginocchio, si rivolge all’angelo con le mani giunte. Le due figure sono separate da un pilastrino quadrato, con un accenno ad una grottesca, che regge due archi.

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Particolarità della rappresentazione è il decentramento del punto di fuga prospettico. Nel complesso la rappresentazione sembra essere osservata da un punto di vista che non è ortogonale al quadro.

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Sappiamo che tutto l’impianto della Cattedrale di Larino presenta un’anomalia che è pure la sua caratteristica che in qualche modo accresce il mistero della sua evoluzione architettonica. Non essendo la facciata ortogonale all’asse mediano della Chiesa molto si è dibattuto per capirne la ragione.

A determinare la posizione obliqua della facciata probabilmente furono condizionamenti di natura urbanistica perché nulla ci viene incontro per ritrovarvi una motivazione simbolica o una giustificazione spaziale.

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Tuttavia, come spesso accade, le anomalie architettoniche costituiscono anche suggerimenti per soluzioni particolari.

Ponendosi, infatti, sulla linea dei primi due pilastri interni e sull’asse centrale della navata principale, si ha l’impressione che il punto di fuga prospettico dall’Annunciazione sia stato fissato in rapporto a quel particolare punto della chiesa per cui, nel dirigersi verso l’uscita della chiesa, si ha la possibilità di osservare la scena come se si trovasse collocata in un ambiente reale.

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Di quest’altare abbiamo una sintetica descrizione di mons. Tria: Il primo, che sta nel corno del Vangelo tiene il titolo della Santissima Annunziata. Egli è tutto di marmo a modo di Urna con suoi gradini, e predella con commesso di verde antico, e di altri mischi, e ne’ fianchi  si vedono le arme gentilizie del medesimo Vescovo. Anche egli è bene ornato, ed è privilegiato in tutti li giorni, che si celebrano le Messe pro Defunctis in vigore di Breve di Gregorio XIII, quale è il seguente: GREGORIUS EPISCOPUS SERVUS SERVORUM DEI. Ad perpetuam rei memoriam. Omnium saluti perpetua charitate intenti inter tam multa pietatis officia …. etc….

Nessun accenno all’autore dell’affresco e alla data di esecuzione delle decorazioni. Ma all’epigrafe con la data ricomparsa nel secolo scorso si aggiunge la possibilità di sapere qualcosa di più esaminando i tre stemmi negli scudi a testa di cavallo collocati nell’arco dell’altare.

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Il primo a sinistra, nella base della parasta decorata con grottesche, è lo stemma della famiglia Sedati d‘azzurro a tre gelsomini bianchi d’Antuerpia di cinque petali stelati e fogliati  di verde legati da un nastro del medesimo sradicati al naturale, come mi è stato precisamente descritto dall’ambasciatore Mario Magliano.

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Sulla base di destra è lo stemma della città di Larino che così è descritto da mons. Tria: Le arme della Città consistono in un Ala, che rappresenta la situazione di Larino nuovo, onde pensano que’ naturali appellarsi questa Città Alarino…..

Pappacoda

In alto, sulla chiave dell’arco, è il blasone di Ettore Pappacoda costituito da un leone in piedi colla coda rivoltata sopra la testa e giunge la sua punta in bocca…

G.D. Magliano raccogliendo le notizie storiche di Larino e riprendendo dal Mazzella annota che Ettore Pappacoda, figlio del più noto Artuso, capitano di ventura e chiacchierato come uno degli amanti di Giovanna II,  ebbe in assegnazione il feudo di Larino nel 1496. I Pappacoda, come si ricava in maniera esplicita da una capitolazione del 1540 in cui Pardo, figlio postumo di Ettore, rappresentato dal suo tutore Sigismondo Pignatelli, erano utili signori di Larino (In nostra presentia costituti Sigismundo Pignatelli de Neapoli balio e tutore Pardi Pappacode utilis domini civitatis Larini ….)

Mons. Tria nella sua preziosa, benché spesso contraddittoria, storia della città e della diocesi di Larino, descrive questo Ettore come un prepotente interlocutore del vescovo Petrucci, agli inizi del XVI secolo, soprattutto nella pretesa di sottrarre alla chiesa il feudo di Ururi. Una vertenza che vide anche l’intervento diretto di Andrea di Capua che allora era duca di Termoli.

Al vescovo Petrucci successe Giacomo Sedati, originario di Riccia, della cui appartenenza religiosa rimangono ancora perplessità perché, sebbene  il Tria riferisca di non aver trovato nelle case madri alcun documento che attestasse la sua appartenenza, viene definito da una parte proveniente dalla congregazione cassinese dei Benedettini e dall’altra come confratello dei Celestini.

Certamente Giacomo Sedati nel 1532 era, comunque, vescovo di Larino.

Sappiamo che Ettore Pappacoda morì nel 1535 e che il feudo fu ereditato dal figlio Pardo nato qualche mese dopo la sua morte.

Dunque nel 1532 utile signore di Larino era Ettore Pappacoda e vescovo della diocesi era Giacomo Sedati.

Dal Magliano sappiamo che in un’epoca imprecisata quell’altare cambiò titolo per esservi stato sovrapposto quello a S. Filomena. Forse successivamente alle trasformazioni settecentesche volute da mons. Tria.

In assenza di documenti che chiariscano gli estremi della committenza, possiamo fare solo qualche considerazione sulla base di ciò che si vede. A leggere l’epigrafe dedicatoria sembra che la l’edicola sia stata realizzata solo per volontà dei confratelli della congregazione dell’Annunziata: I confratelli dell’Annunziata Vergine eressero nel 1532 (+ ANNUNTIATE VIRGINI CONFRATRES OPVS EREXERVNT 1532). Ma gli stemmi forse dicono qualcosa di più facendo intuire che un contributo sostanziale fu dato anche dall’utile signore Ettore Pappacoda e dall’Università di Larino, ovviamente con l’adesione del vescovo Sedati.

Nulla si sa dell’autore dell’opera che mostra una discreta tecnica nelle parti geometriche e decorative, ma anche una sostanziale sconoscenza della cultura plastica rinascimentale nella esecuzione delle figure che sembrano solo orecchiate da immagini viste altrove.

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La scena dell’annunciazione è ricavata nei due pennacchi del fornice. Le figure sono piuttosto tozze seppure ben rifinite. Le mani sproporzionate e gli atteggiamenti che sotto certi aspetti sembrano goffi sono inseriti in una struttura architettonica che è tipica degli altari di quell’epoca. Sulla sinistra un angelo dalle grandi ali è avvolto da un vaporoso mantello e con la destra indica lo Spirito Santo che appare nella parte opposta sotto forma di colomba mentre regge un giglio con l’altra.

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Dall’altra parte la Madonna inginocchiata con le mani giunte volge lo sguardo verso l’angelo il cui annuncio AVE GRATIA PLENA è scritto con grossolane lettere spezzate dalla presenza di un leggio che regge un libro di preghiere. In piccola stella a rilievo appare nella direzione del becco della colomba che scende con volo piombante ed un’altra è appuntata sul suo mantello all’altezza della spalla sinistra.

Figure tozze, eppure proprio la particolare sproporzione delle mani, il contrasto tra la dolcezza dei visi e la grossolanità dei corpi, la delicatezza della bordura del mantello di Maria su cui si appunta una serie di piccole stelle, i racemi delle scarpette dell’Angelo fanno di questa rappresentazione un espressione artistica che, se la data non fosse certificata dall’epigrafe, sembrerebbe modernissima.

Ricca la decorazione delle due paraste costituita da una serie di cornucopie, vasi floreali, cherubini inseriti in cornici a rilievo terminanti in alto con capitelli a foglie di acanto spinoso.

Uguale cura nell’archivolto costituito da una serie di piccoli lacunari quadrati con fioroni centrali .

Elementi decorativi e caratteri stilistici che ritroviamo in altre due pietre ora sistemate in maniera casuale sulla parete della navata e che probabilmente facevano parte dell’altare dell’annunciazione.

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La prima è un tabernacolo con una vistosa prospettiva che si concentra sulla porticina (forse più tarda) con l’immagine del Cristo risorto che regge una croce.

Sulle due pareti strombate quattro angeli dalle vesti voluminose assistono alla resurrezione in piedi portando le braccia al petto. Nella parte superiore, dentro e fuori dell’archetto di coronamento, sono posti cinque cherubini a quattro ali incrociate distribuiti attorno al una corposa colomba.

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L’altra pietra è quanto rimane di una predella con due angeli vestiti di tuniche pieghettate a lato di due grandi cornucopie floreali che si separano simmetricamente per inquadrare un piedistallo che regge la piccola  figura del Cristo risorto e con il fronte recante la testa di un cherubino a quattro ali.

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1 Commento

  1. mariateresa occhionero 17 marzo 2010 at 19:33

    grazie maestro per questa nuova lezione d’arte….

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