Franco Valente

La Torre di Magliano a dominio della piccola valle del Tona

(prima parte)
Franco Valente

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“Ancora si vedono alcuni insigni vestigi posti sopra un colle di buon’aria, e una Torre , che si ritrova in buon essere, e questa si appella il Castello, e Torre di Magliano, che confina con il territorio di Montelongo, distante dal fiume Tona circa duecento passi, e da S. Croce un miglio e mezzo”.

Così mons. Giovanni Andrea Tria descriveva la Torre di Magliano nel suo volume sulla storia di Larino e della diocesi dato alle stampe a Roma nel 1744.

Il Tria è l’unico storico che nel passato abbia cercato di sapere qualcosa di più di una fortificazione che, in oltre mille anni di storia sepolta, ha dato il nome non solo ad una illustre casata della Frentania, ma anche ad un vasto territorio che ne fa da contorno.

Oggi di questo antico nucleo non rimane quasi nulla sicché anche la Torre di Magliano contribuisce ad accrescere il numero dei casali e dei nuclei abitati di cui sembra essersi persa ogni traccia.

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Addirittura lo stesso Tria, che era erudito vescovo di Larino, fa fatica a ritrovare documenti sicuri almeno per riassumere la sua storia.

Neppure si sa molto del significato del suo nome che potrebbe essere legato alla posizione della sua primitiva costruzione se è vero che il termine mallie (da cui magliano) voglia significare nella cultura preromana, secondo G. Colella (1941), luogo di altura: mal o mel.

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Buona parte degli studiosi ritengono che anche per altri luoghi italiani che usano il termine Magliano (Magliano Alfieri, Magliano Alpi, Magliano de’ Marsi, Magliano di Tenna, Magliano in Toscana, Magliano Romano, Magliano Sabina, Magliano Vetere, etc.) l’origine del nome sarebbe da ricercarsi genericamente in un prediale Mal(l)ianus in dipendenza di qualche antico proprietario Mal(l)ius di quel territorio, proprio perché molti prediali si riconoscono per la presenza del suffisso anus.

Ma se difficile è risalire all’origine del nome, certamente sono più concrete le notizie di epoca normanna. Il feudo di Mallianum è inserito nel Catalogo dei Baroni per essere tra quelli attribuiti a Raul de Devia insieme a quello, anch’esso scomparso, di Ripitellum: “Raul de Devia tenet in demanio Ripitellum et in servitio tenet Mallianum que sunt feudum duorum militum et cum augmento obtulerunt milites quatuor”. La circostanza che i feudi siano assegnati a un signore del Gargano e non al titolare della contigua contea di Rotello è una ulteriore conferma  che la territorialità delle contee rispondeva a criteri che E. Cuozzo e J.M. Martin definiscono a macchia di leopardo.

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Sappiamo, infatti, che il barone Raul proveniva da Devia che è un antico abitato situato sul monte Devio, tra i laghi di Lesina e di Varano nel territorio di S. Nicandro Garganico, e che teneva in demanio il feudo di Ripitellum e in servitio quello di Mallianum che, complessivamente, avevano una rendita di almeno quaranta once d’oro. Dal Commentario al Catalogo curato da E. Cuozzo sappiamo che un antenato di Raul era Robertus comes qui sum de genere Normannorum et filius Constanti, Et qui sum senior et dominatorem de civitate Devia (PETRUCCI, Cod. Trem.)

La citazione del Catalogo di Baroni, sebbene estremamente sintetica, contiene sufficienti elementi per valutare la consistenza economica del feudo e, conseguentemente, anche la consistenza umana del nucleo abitato.

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Il Catalogo dei Baroni, infatti, non è altro che il registro fatto redigere dal re normanno tra il 1150 ed il 1168 per una leva generale necessaria per formare una grande armata reale sostenuta da tutti gli uomini liberi prescindendo dal loro stato sociale e dal loro rapporto feudale.

La formazione dell’esercito era operazione piuttosto complessa: Da non pochi scrittori si parla tuttavia di popolo in quell’epoca che s’imponeva da sé solo ne’ diversi bisogni pubblici le contribuzioni; ma si consideri, che popolo allora diceasi la unione de’ pochi potenti che sotto il nome di primati o feudatarii traevano nelle loro mani tutte le sovrane facoltà, e così dominavano sulla moltitudine che schiava era (L. BIANCHINI, Storia delle finanze del Regno delle due Sicilie, Napoli 1834).

Ruggiero II, preoccupato per l’affrancamento che autonomamente facevano i suoi baroni nella fornitura dei militari, elaborò regole precise per la formazione dell’esercito stabilendo che il numero di militi cui il feudatario era obbligato nella sostanza era proporzionato alla capacità economica del feudo assegnato in concessione.

La proporzione del tributo era definita ostenditia per chiarire che essa serviva a creare le condizioni per respingere il nemico e fu stabilito che per ogni venti once d’oro di rendita annuale del feudo abitato si dovesse fornire un milite a cavallo accompagnato ognuno da due servientes che per tre mesi dovevano servire gratuitamente.

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18 agosto 2009

Di tale consistenza oggi rimangono debolissime tracce e neppure gli accurati scavi archeologici (che con una disinvoltura sciagurata vengono fatti per essere poi lasciati alla inconsapevole ignoranza dei visitatori, alla naturale insidia del tempo e al colpevole disinteresse dei boiardi del Ministero per i Beni Culturali)  ci aiutano a capire la dinamica delle trasformazioni di questo nodo civico e militare della piccola valle del Tona.

Un anonimo cartello a corredo di un intervento di cosiddetta valorizzazione (che io direi scellerata per l’episodicità contestuale e l’assenza di un necessario e concreto programma di conservazione) descrive bene i caratteri della torre circolare che ancora sopravvive e che avrebbe bisogno di un restauro conservativo prima del suo definitivo crollo. Sicuramente prima di ulteriori scavi archeologici.

Tuttavia nulla viene chiarito sulla storia di questo scomparso nucleo urbano.

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Il colle su cui si appoggia l’abitato e la torre di Magliano nelle carte topografiche viene riportato sotto il toponimo abbastanza consueto di Civitelle, che in genere è indicativo di un territorio di antica origine, spesso associato nella tradizione letteraria ad un preesistente insediamento preromano o romano, che io non escluderei.

La forma circolare della torre e la sezione inclinata a scarpa della sua base, ripropongono il problema della datazione di tali tipi di manufatti. Personalmente ritengo che nell’architettura normanna minore del nostro territorio si possa riconoscere una tipologia scomparsa di fortificazioni, forse prevalentemente in legno, corrispondente alla prima fase del dominio, ed una tipologia a torri circolari con scarpa e senza il redondone, che potrebbe collocarsi temporalmente proprio in età prossima a quello della stesura del Catalogo dei Baroni, ovvero intorno alla metà del XII secolo.

La presenza del redondone (l’anello circolare in pietra posto all’altezza dell’innesto tra la scarpa e il cilindro della torre e che in quella di Magliano non esiste) potrebbe essere una sorta di certificazione di interventi riconducibile ad una fase angioina non anteriore al XIV secolo, anche se gli angioini continuano a fare pure torri senza l’anello di pietra.

Quindi la nostra torre potrebbe essere datata proprio all’epoca di Raul de Devia sebbene nessuna testimonianza archeologica o citazione epigrafica lo possa confermare.

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Lo stemma dei Magliano

(Continua)

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1 Commento

  1. Carmelo S. FATICA 5 dicembre 2015 at 10:10

    Come non condannare l’assoluta mancanza di attenzione per la conservazione di questi monumenti molisani? Si mettono cartelli con scritte banali e foto pittoresche-idiote davanti a questi scavi e brandelli di costruzioni carichi di storia, come se bastassero a salvaguardarli dalla rovina totale. E non si capisce che la rovina conservata ha il suo fascino ed il suo insegnamento. Con la montagna di soldi spesi, da decenni, per pagare i nullafacenti e pericolosi incompetenti dipendenti di carrozzoni ministeriali, si poteva avere una manutenzione totale del patrimonio fisico dell’intera regione, associandolo ai percorsi culturali, che non hanno bisogno della cosiddetta “valorizzazione”. La formazione deve “rendere” un bel niente, deve soltanto “dare”.
    Grazie ancora a Franco Valente, “persona di vetta elevata”.

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