Franco Valente

Isernia romana

Isernia romana

Franco Valente

Lo scritto che segue è integralmente tratto dal mio volume Franco Valente, Isernia – Origine e crescita di una città, Campobasso 1982.

isernia313

Una data importante per Isernia è il 263 a.C.. In quell’anno, secondo quanto riferito da Livio, fu dedotta nel territorio una colonia di Latini confederati con Roma.

Un attento esame dell’attuale centro storico ci permette di ricostruire quale sia stato il processo della pianificazione urbanistica di questo primo intervento che ha costituito per 22 secoli la matrice di tutti i successivi mutamenti della città.

Isernia è situata su un promontorio naturale di travertino, con la parte superiore a quota 442,00 e quella inferiore a quota 397,00 e perciò con un dislivello da un capo all’altro di metri 45,00.

La sua forma allungata, evidente conseguenza del sito su cui è posta, si sviluppa per complessivi 900 metri circa, misurati lungo l’asse stradale urbano che l’attraversa longitudinalmente.

Torri e mura isernia (2)

Presenta lungo il suo perimetro vistosi avanzi di mura ciclopiche dei tipi poligonale e quasi quadrata.

Tutte le strade interne si innestano ortogonalmente all’asse principale.

Già da questa sommaria descrizione possiamo fare alcune considerazioni sulle quali poi torneremo nell’ esame degli elementi particolari.

La città è situata in posizione atipica rispetto alla maggioranza delle città romane. L’insediamento è fornito di una possente cinta muraria.

isernia312

Sia la prima che la seconda caratteristica fanno intuire i problemi incontrati dai Romani, e per essi dai coloni latini, nel sistemarsi stabilmente nella regione sannitica, definitivamente sottomessa 27 anni prima, nel 290 dopo le lunghissime guerre con il popolo sannita.

Come già detto alla città romana preesisteva sicuramente una fortificazione sannitica la cui funzione preminente doveva essere quella del controllo militare diretto dell’antico tratturo che dall’ Abruzzo si sviluppava, come tuttora si sviluppa, fino alla Puglia.
Di conseguenza la nuova città doveva rispondere non solo a motivi di ordine militare ma doveva pure servire a stroncare in maniera clamorosa tutte le eventuali aspirazioni di rivincita dei sanniti.

Cosa sia avvenuto dell’esercito sannita dopo la definitiva sconfitta non è riferito neanche dagli storici romani. Certamente però i soldati non furono trattati nel migliore dei modi.

Lo possiamo intuire dalla stessa narrazione di Livio quando egli fa riferimento alla vicenda delle forche Caudine narrando la leggenda di Erennio Ponzio:
Neppure i Sanniti, però, in mezzo ad avvenimenti così lieti per essi, sapevano prendere una decisione. Perciò tutti sono del parere che si debba consultare con lettera il padre del comandante in capo, Erennio Ponzio. Questi, grave di anni, già da tempo si era ritirato non soltanto dalle cariche militari, ma anche da quelle civili: però in quel corpo indebolito dagli anni era in pieno fiore la forza d’animo e l’accortezza. Quando egli apprese che gli eserciti romani erano stati chiusi in mezzo a due gole di monti, presso le forche caudine, richiesto del suo parere sul da farsi, al messo del figlio manifestò questo pensiero: i Sanniti dovevano mandare via di là i nemici al più presto possibile, liberi e senza offesa.

E poiché questo parere non fu preso in considerazione e di nuovo tornò il messo di prima e richiedeva il suo parere, il vecchio fu d’avviso che i Sanniti dovessero uccidere tutti i romani fino all’ultimo. E quando queste due risposte tra loro così discordanti, come quelle di un oracolo ambiguo, vennero palesate (nel consiglio di guerra), pur pensando sulle prime il figliuolo stesso che ormai anche l’intelligenza del padre si era indebolita nella fiacchezza fisica tuttavia fu vinto dalla insistenza di tutti, perché facesse venire nel consiglio di guerra il vecchio padre in persona.

Si racconta che il vecchio, non infastidito, trasportato al campo su una carretta e chiamato in consiglio, con fermezza parlò sì da non mutare minimamente il suo pensiero: solo aggiunse le ragioni su cui fondava i suoi due consigli: col primo di essi e che egli considerava il migliore, era certo di assicurare per mezzo di un grande beneficio la pace e l’amicizia con un popolo potentissimo; col secondo consiglio egli era certo di ritardare la guerra per molte generazioni, durante le quali perduti a Caudio i due eserciti, la potenza romana non avrebbe potuto ricuperare le proprie forze: un terzo consiglio per lui non c’era. Poiché il figlio e gli altri capi dello stato maggiore cercavano di sapere, con delle interrogazioni, cosa mai sarebbe accaduto, se si prendeva una via di mezzo e si mandavano via i romani sani e salvi e si imponessero loro, oramai vinti per legge di guerra, delle condizioni, il vecchio Erennio rispose: In verità codesto partito è quello che né vi procura amici, né vi porta via i nemici. Salvateli pure coloro che avrete esasperati col disonore: la gente romana è tale, che, vinta, non sa starsene tranquilla. Resterà sempre accesa nei loro petti quella fiamma, che la presente sventura vi avrà impressa col marchio del disonore, nè li lascerà tranquilli, prima che abbiano preso su di voi molteplici vendette.

Ed in effetti la vendetta dovette essere certamente feroce.

La deduzione di una colonia latina può essere significativa. Infatti, mentre le colonie costituite da soli Romani assolvevano soprattutto una funzione militare essendo costituite mediamente da circa 300 coloni, le colonie dei Latini invece alla funzione militare accomunavano la radicale trasformazione del territorio conquistato mediante la deduzione di un numero di coloni variabile da un minimo di 1.500 unità fino ad un massimo di 6.000.

Quindi anche se vogliamo mantenere intorno alle 2.000 unità il numero delle famiglie di coloni venuti ad Isernia, dobbiamo calcolare la presenza di almeno 6-8.000 nuovi abitanti da aggiungere ai sanniti preesistenti. Non sappiamo quanti di essi poi si siano insediati nell’arca urbana e quanti invece abbiamo realizzato la propria abitazione organizzandosi in vici sparsi o in case sul fondo.

Ora mentre più difficile è calcolare la popolazione sistematica in campagna, più facile potrebbe essere ricavare il numero delle famiglie residenti nell’ambito della cinta urbana.

Rimane comunque difficoltoso riconoscere lo sviluppo urbanistico interno in quanto è molto improbabile che la città del III secolo a.C. sia rimasta uguale a se stessa per tutta l’epoca romana e che non abbia subito le trasformazioni tipiche del periodo imperiale.

Sulla base dei rilievi aerofotogrammetrici, di quelli catastali, dall’esame delle planimetrie degli attuali fabbricati e dallo studio delle diverse murature è possibile stabilire una successione di interventi che hanno lasciato la propria traccia anche a distanza di millenni essendo essi rimasti come matrice di tutte le sovrapposizioni successive.

Possiamo cosi ipotizzare schematicamente lo sviluppo dell’insediamento.  Anteriormente al 290 a.C. in Isernia viveva un nucleo sannitico per il controllo del tratturo.

Dopo la sconfitta sannitica si insediava sul posto un “castrum” romano con capacità preminentemente militari e di ricognizioni topografiche.  Nel 263 a.C. viene dedotta una colonia di circa 2.000 coloni che provvede a delimitare il perimetro della città, a disegnare il tessuto urbano, a realizzare l’acquedotto ed il tempio nel Foro.
In periodo augusteo la città, avendo perduto la sua funzione militare, assume il carattere delle città imperiali senza tuttavia uscire dall’originario perimetro murario. In quest’epoca è possibile ipotizzare la realizzazione di un anfiteatro, di un teatro e sicuramente, come attestato dalle epigrafi, di un macellum, di un complesso costituito da un macellum, porticus e chalcidicum, di edifici pubblici (moenia publica).

Ma vediamo più in particolare come si può giustificare lo schema di cui abbiamo parlato precedentemente partendo dall’analisi delle murature di tipo ciclopico ancora affioranti.

Lungo il perimetro della città antica appaiono, con forme diverse, tratti di muratura fatta a grandi massi. In quattro punti le parti rimaste sono di una consistenza tale da permettere delle ipotesi plausibili sulla loro funzione.

Un primo nucleo murario è situato nella parte bassa, verso Venafro allo spigolo sud-occidentale ed è formato da blocchi di travertino sistemati secondo il tipo che da Lugli viene definito “opera quasi quadrata”. Il materiale usato è travertino sicuramente estratto in loco.

Esaminando l’allineamento della parete meridionale si può notare che esso non coincide con la linea della muratura medioevale sovrapposta, ma tende a pen.etrare all’interno dell’attuale nucleo murario.

Torri e mura isernia (41)
S. Maria delle Monache

Un tratto realizzato anch’esso in muratura ciclopica lo vediamo infatti riaffiorare all’interno del cortile del monastero di S. Maria delle Monache. Se poi controlliamo la distanza del primo tratto dall’asse del decumano maggiore, oggi via Marcelli, vediamo che è uguale alla distanza del secondo pezzo rispetto al medesimo asse misurato all’altezza del monastero predetto.

DSCF7543
S. Maria delle Monache

Quest’ultimo pezzo è venuto recentemente alla luce durante i lavori di restauro del complesso e certamente contribuirà, a scavo completato, a far meglio comprendere quale funzione avessero gli altri tratti di muratura ciclopica, anch’essa “quasi quadrata“, già conosciuti.

Il fatto che essi fuoriescano rispetto all’allineamento prima descritto e rispetto a quello che ritroviamo più avanti, fanno intuire l’esistenza di un impianto difensivo importante sicuramente per il controllo di una porta laterale. Il complesso risulta restaurato probabilmente in epoca romana più recente, ma sicuramente anteriore alla edificazione del monastero di S. Maria.

Il muro poi continuava mantenendosi di nuovo a distanza costante dall’asse del decumano maggiore almeno fino all’altezza dell’attuale palazzo Cimorelli, dove si perdono le sue tracce.

Muratura ciclopica ricompare, su una linea molto più esterna rispetto a quella precedente, allo spigolo sud-orientale della città, al di sotto del cosiddetto “Codacchio”. A differenza dello spigolo opposto che abbiamo descritto all’inizio e che si presentava con un angolo quasi retto, questo è invece formato da un angolo smussato.  Ma, a parte tale particolarità, ciò che differenzia questo tratto di muro dagli altri è che l’opera è di tipo “poligonale” e non “quasi quadrata”.

fraterna3
Mura poligonali alla Fraterna

Seguendo poi l’allineamento sul lato orientale della città, il muro va a ricollegarsi all’ultimo tratto ben conservato e che è posto nel locale del cosiddetto “Grottino” dove piega di nuovo per seguire la linea nord-occidentale della città fino a raggiungere di nuovo la porta verso Venafro.

L’opera all’interno del “Grottino” ritorna ad essere di nuovo di tipo “quasi quadrato”.

In tutto il tratto nord-occidentale gli altri pezzi che affiorano risultano essere rimaneggiamenti successivi a quelli descritti anche se fatti utilizzando spesso i blocchi preesistenti.

Da questa descrizione possiamo concludere immediatamente che tutta la cinta muraria megalitica presenta un carattere di unitarietà tipologica nei punti più esterni con la esclusione del solo spigolo sudorientale. Per questo è ipotizzabile una contemporaneità di esecuzione per tutta la sua estensione con esclusione delle parti in opera poligonale.

Potrebbe in questo caso, rendersi plausibile l’ipotesi che il tratto poligonale, essendo realizzato da maestranze diverse, sia anteriore a quello della colonia latina e posteriore alle guerre sannitiche. Si tratterebbe cioè della prima fortificazione militare, necessaria a proteggere il “castrum” dal quale successivamente si sarebbe sviluppata la città.

DSCF3944

Di questo primo insediamento militare abbiamo debolissime, ma probabili tracce nel disegno topografico del quartiere del “Codacchio”. Tracce che si sarebbero conservate anche in epoca imperiale dopo che, essendo divenuta inutile la presenza di un “castrum“, l’area sarebbe stata utilizzata per edifici pubblici e forse per un anfiteatro.

L’accampamento dunque si sarebbe sistemato in una specie di arx già di per sè protetta naturalmente, da cui si è poi sviluppata tutta la città.

La disposizione interna di un “castrum” per i romani ovviamente variava a seconda delle particolari esigenze immediate, subendo condizionamenti anche dalla natura del terreno.

L’operazione della sua impostazione prendeva il nome di “castrametatio” e consisteva nel tracciare, una volta individuato il perimetro del campo, l’asse maggiore, detto decumano maggiore, e quello trasversale passante davanti al Pretorio, detto “via principalis“. Questo schema sembra potersi ritrovare nell’area del “Codacchio” ponendo la “porta pretoria” in corrispondenza di un accesso ancora evidente sul muro di cinta meridionale.

isernia317

Vale la pena di notare che esiste, nell’area urbana che va dalla Cattedrale alla Fraterna, un allineamento che non è perfettamente parallelo al corso Marcelli.

Non è da scartare l’ipotesi che tale divergenza sia stata condizionata proprio dalla necessità di raccordare l’area del foro, che, come vedremo, corrispondeva alla piazza della Cattedrale, alla “via Principalis” del castro.

D’altra parte non può essere diversamente immaginata la situazione dell’insediamento isernino tra il 290 a.C. ed il 263. Tuttalpiù l’area del castrum potrebbe essere estesa fino a comprendere anche l’area opposta supponendo che la “via principalis” corrispondesse all’attuale corso Marcelli.

Come abbiamo detto le funzioni affidate all’esercito non furono solo di carattere militare per il controllo della popolazione sottomessa, ma furono anche di natura topografica in maniera che il numero dei coloni, i criteri di divisione e di assegnazione delle terre, il disegno della città, la dimensione degli isolati, fossero predeterminati e programmati prima dell’arrivo della colonia stessa.

Ne è chiara testimonianza la rigorosa impostazione cardodecumanica dell’impianto urbano, ben riconoscibile ancora oggi nonostante i venti due secoli trascorsi.

L’asse principale si sviluppa lungo il crinale naturale del promontorio limitato dai fiumi Sordo e Carpino e costituisce quello che con termine improprio per l’assetto urbano possiamo chiamare decumano maggiore il cui tracciato congiunge la porta inferiore a quella superiore. Il termine “decumano”, che useremo nel seguito, in effetti dovrebbe essere riferito all’asse principale della centuriazione agraria e più precisamente a quell’asse con orientamento Est-Ovest in contrapposizione al cardo che aveva di conseguenza orientamento Nord-Sud; ma tale impostazione quasi mai fu rispettata.

isernia311

Nel linguaggio archeologico inoltre si è estesa la definizione di decumano maggiore alla strada più importante della città, prescindendo dal suo orientamento in quanto esso non sempre poteva essere mantenuto per ovvi motivi orografici. Di conseguenza viene chiamata con il nome di cardo maggiore la via ortogonale al decumano posta all’altezza del Foro.

L’andamento rettilineo della via si spezza solo in alcuni punti ed in corrispondenza delle variazioni più sensibili del crinale naturale.
Parallelamente all’asse del decumano si sviluppa la linea muraria che mantiene da esso una distanza costante di circa 31 metri.

Solo in coincidenza di slarghi naturali il muro di cinta tende ad allontanarsi dall’asse centrale e raggiunge la distanza da esso di 62 metri.

Similmente puntuale è la ripetizione degli assi trasversali che costituivano i cardi della struttura urbana. Essi si susseguono con un interasse costante di 35 metri con la sola variante nei punti di piegatura del decumano maggiore dove la distanza tende a ridursi di circa 30 metri.

Mediante questa ripartizione modulare si ottengono cosÌ gli isolati, le “insulae“, nei quali era possibile realizzare almeno quattro “domus” unifamiliari, tutte fornite di “tabernae“, ossia di botteghe, che si affacciavano sul decumano maggiore, e delle varie stanze interne, i “cubicula“, che si raccordavano ad un cortiletto centrale dal quale prendevano luce.

A questi isolati va aggiunta l’area destinata al Foro, nonchè quella inizialmente occupata dall’esercito, nella zona del castro.

Per quanto riguarda l’individuazione del Foro non è possibile avere dubbi essendo essa pertinente al tempio della Colonia Latina il cui impianto ben conservato costituisce la base dell’attuale Cattedrale.

isernia315
Il tempio di Giove sotto la Cattedrale

La sua area prendeva pertanto tutta la piazza Andrea D’Isernia, nonchè la zona ove sorge l’Episcopio e il Seminario, fino al cosiddetto Mercatello. Da questo si deve concludere che all’interno della cinta muraria non potevano abitare più di 200-250 nuclei familiari, tanti, cioè, quante potevano essere le case unifamiliari.

Ne consegue che oltre mille famiglie di coloni avevano trovato sistemazione nel territorio sui lotti assegnati.

54) Tempio Isernia1

Del tempio della colonia latina si è ampiamente occupato La Regina con il suo articolo pubblicato nel 1968 in occasione della riaperture al culto della Cattedrale dopo lavori di restauro: “L’edificio sorgeva su un terreno digradante, la cui pendenza originaria dovrebbe essere riconoscibile in quella che tuttora possiede l’adiacente Corso Marcelli, nonostante l’attuale sopraelevazione del suolo. Allo scopo di ottenere un piano livellato, su cui erigere il tempio, fu costruito un grosso basamento, ancora parzialmente visibile, ove venne fondato il podio vero e proprio. Questo è costituito, procedendo dal basso, da un dado massiccio su cui poggia un echino con profilo a doppia gola rovescia, con il quale è a diretto contatto un echino semplice contrapposto al primo, ma meno prominente, e dotato alla sua sommità di un elemento verticale ampio e aggettante.

Il lato orientale del podio è attualmente visibile per una lunghezza di circa 13 metri, oltre l’arco di S. Pietro e lungo tutta la parete meno prominente della Cattedrale. Le sue modanature non sono conservate interamente per questa estensione, ma si interrompono per circa m. 3,5 presso la spalla dell’arco entro la quale poi proseguivano, non sappiamo per quanto. Il tratto in vista non è rettilineo ma, a meno di 6 metri dal punto iniziale più meridionale, presenta un lieve arretramento per tutto lo spazio restante“.

Attualmente per tutta l’area della Cattedrale si stanno effettuando ricognizioni archeologiche che già hanno messo in luce non solo le strutture di una precedente basilica cristiana, ma anche la rimanente parte del podio fino ad oggi sconosciuto.

Si è potuto così definitivamente chiarire che la larghezza della Cattedrale corrisponde alla base del podio; infatti nel cortile dell’Episcopio, lungo la parete laterale della basilica è stata scoperta la parte simmetricamente opposta della cornice che ritroviamo in corso Marcelli.

Ma il risultato più sorprendente ed inatteso, che è venuto fuori dopo lo scavo del pavimento, è stato quello relativo alla individuazione del fronte del tempio latino che si riteneva fosse rivolto verso l’attuale piazza del mercato.

E’ stato invece chiarito che la gradinata frontale era situata sul lato opposto, verso il cosiddetto vico Giobbe, mentre nell’area dell’attuale ingresso della basilica erano sistemate le tre celle o la cella unica, nel caso si tratti di un tempio periptero.

Sul fronte principale doveva essere pure sistemata quell’ara che adesso si trova a reggere una delle imposte dell’arco di S. Pietro. Quest’altare, il cui profilo è ben riconoscibile nella parete verso il Seminario, ha una cornice a gola rovescia identica a quella del podio, sebbene di dimensioni ridotte.

Quali mutamenti abbia subito la città nei secoli seguenti è difficile poterlo stabilire, come poco si sa della condizione dei Sanniti sottomessi dai Romani. L’unica testimonianza ci deriva da una epigrafe votiva, collocabile nel II secolo a.C., dalla quale si ricava che i Sanniti erano ancora nella condizione di “inquolae” cioè di abitanti senza cittadinanza, a differenza dei coloni e dei loro discendenti che godevano del privilegio di cittadini romani.

isernia316
da A. La Regina

Dall’iscrizione, che si è potuta ricostruire solo sulla base di una trascrizione di D’Apollonio, essendo stata la piccola stele rovinata qualche decennio fa per poterla riutilizzare, ricaviamo pure che i Sanniti erano considerati come gruppo etnico separato, tanto che eleggevano propri magistrati. E furono proprio i magistrati Pomponio, Percennio, Satrio e Mario a dedicare a Venere la statuetta votiva che era posta sulla colonnina contenente la scritta:
SAMNITES
INQVOLAE
MAG (istri)
C. POMPONIVS. V.F.
C. PERCENNIVS. L.F.
L. SATRIVS. L.F.
C. MARIVS. NO.F
V(eneri). D(ono). D(ederunt).

Un momento decisivo per la storia di Isernia certamente è rappresentato dagli anni che vanno dal 90 all’83 a.c. in quanto la città, per la sua particolare posizione sulla via Minucia (la strada che collegava in effetti l’Appia alla Valeria, da Benevento a Corfinio) fu occupata dagli italici che vi sistemarono la capitale della lega. Appiano (1, 39) riferisce che tra i popoli ribelli a Roma oltre i Sanniti vi erano pure i Frentani e gli Irpini i quali, quando spostarono la capitale Italia da Corfinio a Isernia, evidentemente avevano i loro buoni motivi.

Certamente potevano contare non solo su un ceppo etnico che si era mantenuto ostile a Roma, ma potevano pure utilizzare come sistema di difesa l’antica cinta megalitica costruita ai tempi della deduzione della Colonia Latina.
Le cose non andarono bene per i Sanniti e per gli Italici e le conseguenze furono disastrose. Chi ne fece pagare le pene fu Silla che praticamente sterminò la popolazione sannitica non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello etnico. Isernia certamente in questo periodo fu privata delle sue mura, o perlomeno esse furono rese inservibili, in maniera da evitare ritorni insurrezionali locali.

Ma se può essersi modificato il sistema difensivo della città, improbabile sembra una modifica dell’impianto urbanistico originale; perciò quando in epoca augustea, e poi neroniana, nuove colonie furono dedotte in Isernia, la maglia reticolare del III secolo rimane intatta.

Le uniche trasformazioni potrebbero essersi verificate nell’area in cui abbiamo ipotizzato la presenza di un castrum del 290 a.C. Il rilievo sistematico dei piani terra del quartiere di S. Lucia e S. Rocco, condotto da A. Bucci, A. De Tora, G. Autiero e C. Brillante, ci permette infatti di individuare una tendenza dei muri portanti a disporsi in forma radiale.

Le dimensioni dell’area e la posizione rispetto alle mura della città con una vicinanza alla porta superiore rendono plausibile l’individuazione di un teatro romano. Il fronte-scena, che poteva misurare circa 70 metri, si attesterebbe sulle mura poligonali del lato nord-occidentale, seguendone l’allineamento. Le dimensioni della cavea si possono ricavare considerandola tangente al decumano maggiore e quindi con una capacità di ospitare circa 2.000 spettatori. Il perimetro esterno inoltre si ritroverebbe perfettamente compreso tra due cardi.

Infine, è da tenere in considerazione l’anomala tendenza di una curva di alcune case che si affacciano sul lato settentrionale di piazza S. Felice. Tale curva dalla foto aerea e dalle mappe catastali si raccorda secondo il medesimo allineamento con altri muri perimetrali in maniera da congiungere globalmente una linea ad andamento ellittico che teoricamente andrebbe a concludersi sulle mura poligonali del lato settentrionale, nella zona della Concezione.

isernia314

La particolare posizione pianeggiante e questi cennati andamenti ellittici potrebbero far pensare ad un edificio a pianta ellittica, forse un anfiteatro, il cui asse maggiore sarebbe stato di circa 90 metri e quello minore di 60.

In questo caso si giustificherebbe pure la curva che corso Marcelli compiva, fino a prima del bombardamento, all’altezza della fontana Fraterna.

isernia317

Tale curva sarebbe in questo caso da ritenersi medioevale, a modifica dell’originario asse decumano rettilineo, e sarebbe conseguenza di una forte concentrazione di case, su un’area originariamente pubblica, che si sarebbero in più fasi sviluppate fino a raggiungere il limite dell’anfiteatro, che, non più in uso, sarebbe stato utilizzato come impianto delle altre case duecentesche.

Ogni ulteriore conferma a questa serie di ipotesi sarebbe auspicabile mediante scavi archeologici certamente possibili. Infatti, tutta l’area interessata non è più occupata da case, essendo state distrutte durante l’ultimo conflitto mondiale.

Certo è che appare poco plausibile che una città come Isernia, importante dal punto di vista politico e militare, centro strategico, naturalmente popolata, fosse priva di tal genere di edifici pubblici, che invece caratterizzavano centri di gran lunga meno importanti.

Nella parte della città compresa tra quest’ultima e il foro erano pure sicuramente posizionati alcuni edifici pubblici di cui abbiamo notizia dalle epigrafi ritrovate in Isernia. Oltre gli edifici riservati evidentemente a funzioni amministrative, vi era un “chalcidicum“, cioè un edificio con porticato. Secondo Vitruvio con tale nome doveva essere indicato specificatamente il portico posto sul lato corto della basilica. Questo edificio presso i romani era utilizzato sia per amministrarvi la giustizia, sia come luogo di contrattazione e di mercato, essendo costituito da una grande sala rettangolare, coperta.

L’iscrizione
L. ABVLLIVS DEXTER
MACELLVM. PORTICVM. CALCIDICVM
CVM SVIS ORNAMENTIS.
LOCO ET PECVNIA. SVA FECIT
potrebbe far pensare che Abullio abbia realizzato un complesso piuttosto articolato a sue spese su terreno di sua proprietà.

Il macello, ovvero il mercato coperto, formato da celle aggregate l’una all’altra e rivolte verso uno spazio interno da esse limitato evidentemente aveva per comodità degli acquirenti un porticato che si concludeva sul prospetto della basilica dove assumeva la funzione di calcidico.

La presenza di un altro “macellum“, ricostruito dopo essere stato dissestato da un terremoto, è documentata dalla epigrafe:
MACELL VM. TERRAEMOTIBVS. LAPSVM ANTONIO.
IVSTINIANO. RECTORE PROVINCIAE. DISPONEN
CASTRICIVS. VIR. PRIMARIVS
SVMPTV. PROPRIO
FIERI. CVRAVIT. CVM. SILVERIO. FILIO
ACCEPTIS. COLVMNIS. ET. TEGVLIS A. REPVBLICA

Se ti è piaciuto questo articolo forse può interessarti anche:

1 Commento

  1. Patricelli Claudia 30 marzo 2011 at 16:48

    Il tuo commento… Caro Franco
    tutto quello che scrivi è semplicemete ……affascinante.
    Cioao con simpatia Claudia

Lascia un commento

*