Franco Valente

Jacopo Caldora e Braccio da Montone,

Ladislaod'Angiò

Jacopo Caldora e Braccio da Montone, capitani di ventura tra Angioini, Durazzeschi e Aragonesi.

Franco Valente

Tra le famiglie che nei secoli XIV e XV ebbero parte determinante nella storia del Mezzogiorno italiano è da annoverare quella dei Caldora. Aveva come blasone uno scudo inquartato, il primo ed il quarto di oro, il secondo ed il terzo di azzurro ed il motto Coelum Coeli domino, Terram autem dedit filiis hominum (dette il Cielo al Signore del Cielo, dette invece la Terra ai figli degli uomini) che sarebbe stato ripreso dalla parole del biblico Davide.

Le note che seguono sono estratte dal volume in preparazione Franco Valente “Castelli, rocche e cinte fortificate del Molise”.

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Dopo un momentaneo contrasto con il re Ladislao, Jacopo, nel 1401, otteneva di nuovo i territori che gli erano stati sottratti e si poneva attivamente al suo servizio.

Ladislaod'Angiò
Ladislao d’Angiò

Il 19 maggio 1411 Giacomo partecipava alla battaglia di Roccasecca dalla quale Ladislao uscì sconfitto rischiando di esser imprigionato. Luigi II, a corto di risorse economiche, non seppe approfittare della vittoria per cui Ladislao, riorganizzate le sue forze, respinse l’angioino verso Roma da dove ripartiva verso la Francia. Ladislao decideva di attaccare Roma, mettendola a sacco, per dirigersi poi verso l’Umbria, la Romagna e la Toscana con ventimila cavalieri e ottomila fanti, ma sulla sua strada trovò Braccio da Montone, che inutilmente aveva tentato di assoldare, e fu costretto alla pace con Firenze. Tornato a Napoli vi morì colpito da malattie derivate dalla sua vita sregolata il 14 agosto 1414.

BraccioDa Montone
Braccio da Montone

Ma le lotte interne non si erano sopite e la prima occasione per riprendere le sanguinose dispute venne con la morte del re ed il conseguente sbandamento di numerosi soldati che dall’esercito passarono a servire i baroni più organizzati. Tra questi i Caldora.

Jacopo, maturatosi con il fratello Raimondo, era tra i più famosi capitani di ventura. Capace di avere un vero e proprio esercito, di fatto era il capo di uno stato nomade, come sostiene Angelo di Costanzo . Secondo Tristano Caracciolo in questo periodo Jacopo ed il suo esercito uscirono poco dalle loro terre per il fatto che molti principi lo riempivano di doni solo per tenerlo buono ed evitare che egli intervenisse al soldo di qualcuno dei contendenti. Di Costanzo riferisce che era in gran prezzo ed in gran reputazione la cavalleria caldoresca e la sforzesca e che egli fu magnanimo a tal punto da non volersi mai far chiamare né principe, né duca benché possedesse la maggior parte dell’Abruzzo, del contado di Molise, della Capitanata e della Terra di Bari. Egli ritenne che il suo nome valesse più di qualsiasi titolo.
Fu uomo di lettere e amava avere rapporti soprattutto con altri capitani ugualmente amanti della cultura letteraria.

AngeloDiCostanzoBlog
Angelo di Costanzo

I cronisti del tempo e tra questi Angelo di Costanzo,  lo reputano superiore ad altri capitani come Niccolò Piccinino e Francesco Sforza. Tra i suoi allievi, oltre il fratello Raimondo ed il figlio Antonio, che fu insignito del titolo di Duca di Bari, vi furono Lionello Crocciamura (Accloccamura), Paolo di Sangro, Nicolò e Carlo di Campobasso, Matteo di Capua, Francesco di Montagano, Raimondo d’Annecchino, Luigi Torto e Ricciardo d’Ortona.

(…)
Nel 1414, alla morte del re Ladislao, dunque, molti capitani si erano messi al servizio di Jacopo. Appena Giovanna II, sorella di Ladislao, saliva al trono, Jacopo, insieme a Paolo Orsini, con un numero notevole di cavalieri e di soldati, si trasferiva a Roma a presidiare Castel S. Angelo che era sotto il dominio della regina. Insediatisi nell’antico mausoleo di Adriano, ormai trasformato in fortezza, opposero una forte resistenza a Braccio da Montone che tentò l’assedio finché in loro soccorso non giunse da Napoli Muzio Attendolo Sforza assoldato da Giovanna.

MuzioAttendolo
Muzio Attendolo Sforza

Questi liberò Castel S. Angelo dall’assedio, ma fece arrestare il Caldora e l’Orsini per non aver eseguito i suoi ordini. Giovanna intanto aveva nominato gran ciambellano del Regno il suo coppiere ed amante Pandolfello Alopo. Lo Sforza, che non apprezzava le sue mire, fu fatto arrestare accusato di tradimento facendo sollevare i baroni del regno che pretesero la sua liberazione.

Nel 1415 Jacopo prima si schierava con Pandolfello Alopo, favorito ed amante della regina Giovanna d’Angiò, ma poi passava dall’altra parte avendo deciso di impossessarsi con la forza, insieme ad Antonuccio Camponeschi, della città dell’Aquila. L’operazione militare non gli riuscì per l’intervento di Muzio Attendolo Sforza che aveva scelto la via della rappacificazione con la regina che in quell’anno, su pressione dei baroni del regno, sposava il francese Giacomo II di Borbone, conte della Marca.

In cambio Jacopo Caldora otteneva la nomina di governatore di quella città fino alla fine dell’anno .

Nel frattempo Giacomo II faceva arrestare sia l’Alopo che lo Sforza che si erano alleati suscitando le ire dei baroni. Pandolfello Alopo fu ucciso e Muzio Attendolo Sforza successivamente liberato.

L’anno dopo, nel 1416, Jacopo Caldora entrava in contrasto con Giacomo II, ma a settembre con Antonuccio dell’Aquila, sottoscriveva una tregua con Jean de Saligny, gran connestabile del Borbone. A garanzia del patto mandava il figlio Antonio in ostaggio e contemporaneamente restituiva i territori che aveva usurpato. Come contropartita gli venivano ufficialmente confermati i feudi che deteneva e così si dedicava a riorganizzare il suo esercito personale assoldando nuove forze dopo aver imposto una serie contribuzioni ad altri feudatari.

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Giovanna II e Giacomo di Borbone

Giacomo di Borbone, ormai malvisto nel regno e in collisione con la moglie Giovanna, decideva di rinunciare ad ogni potere. Così la regina, rimasta libera di agire, nominava gran siniscalco del Regno il nuovo favorito Sergianni Caracciolo che sostituì tutti i funzionari francesi con nobili napoletani.

Nel 1417 da Giovanna d’Angiò, secondo quanto ricostruisce il Faraglia , Jacopo fu fatto Capitano di Agnone, Minervino e Manfredonia ed ebbe l’assegnazione di un quarto dei diritti per la tratta del frumento, dell’orzo e dei legumi del porto di Manfredonia e la provvigione di 500 once sui proventi di quella dogana. In più gli furono dati i diritti di tratta per 700 salme di frumento della Puglia.
La regina, convinta della sua fedeltà, mandava Jacopo Caldora, insieme a Muzio Attendolo Sforza, ad aiutare l’esercito pontificio contro Braccio da Montone.
Nel mese di giugno con il suo esercito, insieme a Perdicasso Barile, conte di Monteodorisio, giungeva nei pressi dell’abbazia di Casamala, vicino Frosinone e, invece di attaccare, decideva di intavolare una trattativa con il suo nemico Braccio da Montone.

Muzio Attendolo Sforza, informato dell’iniziativa, sospettò che quegli accordi fossero preordinati a tirarlo in un tranello  perciò gli mandava un’ambasceria per mezzo di Buoso da Siena che portava l’invito ad un incontro chiarificatorio. Il Conte di Monteoderisio accettò di incontrarsi tranquillizzato dal fatto che Muzio Attendolo aveva mandato suo figlio Francesco e suo nipote Marco come ostaggio.
Il Conte (Perdicasso Barile) tenne l’invito, e andò senza apparato cavalcando un mulo, lo Sforza gli fece buon viso e quegli scolpò sé e Iacopo della tardanza. Il condottiero lo tenne seco a desinare, levate le mense, lo accomiatò, ma subito raunò i capitani suoi ed espose ciò, che sapeva delle insidie dei baroni abruzzesi, mostrò loro lettere della Regina, che gli dava larga potestà di agire, come gli piaceva; aggiunse che reputava meglio d’andare contro di loro, che aspettarli: ordinò quindi di prendere le armi e seguire le bandiere.
Egli si trovò in un punto prima degli altri e, spiegato il gonfalone, mosse per andare a trovare i caldoreschi con tanta furia, che Andrea da Serra, Nanni di messer Spinello ed altri capitani gli corsero appresso, e lo raggiunsero a cinque miglia dagli accampamenti. Due ore innanzi notte pervennero a Casamala stanchi, trafelati, perché avevano cavalcato col sole di luglio e videro Iacopo accampato alle spalle d’un colle, che sovrasta la Badia. Il luogo forte per natura era stato cinto d’un fosso e come iacovo scorse gli Sforzeschi col gonfalone del condottiero spiegato, comprese, che venivano ad assalirlo, e raunò i suoi sul fosso, ma quelli li cacciarono ed inseguirono fino alla Badia.
Iacopo fece poca difesa quel dì, perché non aspettava lo Sforzo e poco sangue fu sparso, restò morto Bartolaccio di Bologna uomo gagliardissimo. Iacopo e il Conte, fatti prigionieri, furono menati alla rocca di Favalterra, che era di Cristoforo Gaetani. Marco degli Attendoli restò a guardarli; le compagnie del Caldora fecero la condotta collo Sforza…
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L’esercito sforzesco, approfittando, dunque, di una giornata particolarmente calda, attaccò all’improvviso e fece prigionieri sia il Caldora che il Barile.
Dell’episodio, però, esiste nelle cronache napoletane una versione diversa secondo la quale Muzio Attendolo Sforza avrebbe imprigionato il Caldora solo per avere campo libero nel regno.

Con Jacopo sarebbe stato anche suo fratello Raimondo: …oltre ch’erano nati di famiglia bellicosa, e solita cavar uomini lodati in guerra … avevano la più bella e grossa banda di buoni soldati, che avesse null’altro Principe, o Condottiero del Regno; e si pensò che disdegnassero di ubbidire a Sforza Capitano, ancor che valoroso, pur uomo nuovo, e fatto di picciolo, Principe, e per questo mostravano venire di mala voglia, che Sforza sotto questo pretesto di tarda ubbidienza, li fe carcerare. Altri dicono, che lo fe senza cagion giusta, ma sol per torsi davanti due emuli della virtù sua, e per aggiungere la gente d’arme di quelli, come già fece, per diventare formidabile, accresciuto di tanto numero e bontà di gente .
Portato in prigione a Napoli, Jacopo venne liberato nei primi mesi del 1418 dal gran siniscalco Sergianni Caracciolo, che di nuovo gli assegnava somme di denaro affinché, con il conte di Monteodorisio, assoldasse altri uomini da mettere al servizio di Giovanna d’Angiò.

Intanto i rapporti tra Muzio Attendolo Sforza e Sergianni Caracciolo erano divenuti pessimi a tal punto che il primo decideva di ritirarsi nei feudi della Basilicata dove avviava una serie di iniziative per rafforzare il potere della sua famiglia. Jacopo Caldora fu incaricato di contrastare militarmente le iniziative di Muzio Attendolo Sforza, ma questi, senza perdere tempo, organizzò le sue truppe tentando l’assalto di Napoli e determinando non pochi problemi nell’organizzazione amministrativa della città che, nel tentativo di evitare lo scontro, vedeva aumentata la rappresentanza popolare. Lo Sforza riusciva ad ottenere che Sergianni venisse allontanato dal regno e rientrava da trionfatore nella capitale. Ma l’amante della regina da Firenze riusciva manovrare nelle faccende del regno fino al punto di convincerla a inviare lo Sforza contro Braccio da Montone per cacciarlo dalle terre della Chiesa su richiesta del nuovo papa Martino V. Partito Muzio Attendolo Sforza da Napoli, Sergianni fece ritorno nella città partenopea come gran siniscalco.

Nel 1419 Jacopo Caldora, insieme a Marino da Somma, riprendeva Agnone e si faceva eleggere capitano della città. Identica operazione faceva a Minervino prima di diventare anche castellano di Manfredonia. Nel mese di ottobre del 1419 Jacopo ritornava a Napoli per assistere all’incoronazione della regina che finalmente concludeva una serie di complesse trattative con il papa mentre il marito Giacomo di Borbone, dopo essere stato trattenuto prigioniero in Castel Capuano e in Castel Nuovo, era riuscito a fuggire per tornare in Francia.
Subito dopo l’incoronazione, però, i rapporti con il papa diventarono cattivi fino al punto che Martino V la scomunicava. Della situazione approfittò Muzio Attendolo Sforza che avviava negoziati segreti con gli angioini i quali si erano rifatti vivi sulla scena napoletana con Luigi III d’Angiò alleato del papa.

Braccio da Montone a questo punto passava al soldo del papa mentre Luigi III nominava lo Sforza vicerè di Napoli. Giovanna chiese aiuto ad Alfonso V d’Aragona, al quale prometteva in cambio il regno di Napoli in eredità. L’aiuto arrivò attraverso il luogotenente Ramon Perillòs che giunse a Napoli con 22 galèe a giurare fedeltà alla regina. Su consiglio di Alfonso, Giovanna trattava con Braccio da Montone che passava al suo servizio ricevendo in cambio le città di Capua e dell’Aquila.

Jacopo Caldora rimase per il momento fedele a Giovanna e si batté contro l’esercito di Muzio Attendolo Sforza. Quando nel settembre di quell’anno lo Sforza si preparava all’assedio a Napoli a porta Marina, Jacopo tentò una sortita esterna con Bernardino degli Ubaldini ed Orso Orsini ma dopo uno scontro di quattro ore, ripiegò all’interno verso la porta del Carmine. Avendo capito che le cose si mettevano male, nel settembre di quell’anno passò al servizio dell’Angiò ritirandosi con le sue truppe in Abruzzo.

All’inizio del 1421 Braccio a tappe forzate era partito da Perugia per aspettare Alfonso V alle porte di Napoli e il 7 giugno entrò nella capitale dove Giovanna lo nominò gran connestabile. Jacopo Caldora si era contrapposto militarmente a Braccio e, dopo aver fortificato il castello di Pacentro, era intervenuto nella città di Sulmona per cacciare i funzionari di Giovanna. Cercò di ostacolare l’avanzata di Braccio disponendo le sue forze sui monti Peligni, ma perduto il castello di Capogiogo, si spostò in quello di Castel di Sangro da dove fuggì per ritirarsi in Terra di Lavoro. Qui di nuovo cambiò campo per passare con gli aragonesi dopo aver abbandonato lo Sforza. Braccio da Montone lo raggiunse a Capua e insieme batterono l’esercito avversario e rientrarono a Napoli. Alfonso vi giunse nel mese di luglio e Braccio alla testa di 4.000 cavalieri, dopo una solenne accoglienza dell’aragonese, iniziò la campagna per riprendere il controllo del regno.

Gli scontri si protrassero per quasi un anno finché, dopo un incontro segreto, Braccio da Montone e Muzio Attendolo Sforza decisero di unirsi al servizio di Giovanna II, anche perché Luigi III era in crisi di denaro. Braccio conservò il governo degli Abruzzi e Sforza rimase gran connestabile con il consenso di Alfonso e di Sergianni.

Nella primavera del 1422 i rapporti tra Giovanna e Alfonso si deteriorarono quando questi cominciò ad introdurre castellani spagnoli sostituendo i baroni locali che li detenevano.
All’inizio del 1423 Giovanna, sostenuta dai patrizi napoletani, chiese l’intervento di Braccio che si era ritirato a Perugia. Questi pretese di essere insignito del titolo di principe di Capua ma nel mese di febbraio inviò appena 400 cavalieri. Il 7 maggio scese nel regno solo per prendere possesso degli Abruzzi e del territorio di Capua. L’Aquila, però, gli si oppose schierandosi con Luigi d’Angiò e impedendogli di entrare. Alfonso tentò di approfittare di questa circostanza per prendere in mano la situazione in Napoli facendo arrestare Sergianni, ma la popolazione si ribellò mentre Giovanna chiedeva ad Muzio Attendolo Sforza, che era a Benevento, il suo aiuto. Dopo alcune scaramucce favorevoli allo Sforza e quasi un mese di scontri finalmente Alfonso aveva la meglio assumendo il titolo di Vicerè di Napoli mentre la regina, protetta da Sforza, fuggiva ad Aversa. La regina con uno scambio di prigionieri riusciva a vedere liberato Sergianni il quale la convinceva a revocare la concessione dell’eredità del regno ad Alfonso per conferirla a Luigi III d’Angiò che veniva nominato immediatamente re di Napoli. Nei fatti Luigi III d’Angiò rimase prigioniero nel castello di Aversa mentre Sergianni materialmente governava il regno.

Alfonso sollecitava Braccio a lasciar perdere l’assedio dell’Aquila, ma questi, invece di spostare le sue forze, inviava Jacopo Caldora che, alla testa di un esercito di 1200 cavalieri e mille fanti, nel mese di giugno arrivava a Capua con Bernardino degli Ubaldini, Arrigo della Tacca, Riccio da Montechiaro ed Orso Orsini. Superato il Volturno alla foce entrava a Napoli con 600 cavalieri. Jacopo venne nominato signore di Conversano ma rimase a Napoli dove organizzava una guarnigione a difesa della capitale.

Ma il 15 ottobre 1423 Alfonso, preoccupato per le pieghe che prendeva la situazione nella penisola iberica, tornava in Spagna lasciando Napoli a suo fratello Pedro che poteva contare sulla difesa di Jacopo mentre lo Sforza, su sollecitazione di Martino V, aveva concentrato le sue truppe a l’Aquila per liberarla dall’assedio di Braccio. Mentre gli scontri si erano spostati in Abruzzo e sull’Adriatico, sulla scena apparve Filippo Maria Visconti che scendeva da Genova con una flotta di diciotto galèe e dodici navi per assediare Napoli.

Il 4 gennaio 1424 Muzio Attendolo Sforza moriva affogato mentre attraversava un fiumicello a Pescara e suo figlio Francesco, preso immediatamente il controllo del suo esercitò, volgeva le truppe verso Benevento per incontrarsi ad Aversa con Giovanna II che, per ottenere il suo aiuto, gli confermava tutti i territori e le concessioni che erano stati di suo padre. Jacopo Caldora, che da mesi non riceveva denaro per pagare i suoi soldati, era assediato per terra da Francesco Sforza e per mare dalla flotta viscontea comandata da Guido Torelli, mentre all’interno della città serpeggiava una rivolta contro gli aragonesi e Bernardino degli Ubaldini trattava con il nemico. Decideva così di avviare trattative segrete con il comandante Torelli che gli garantiva danaro sufficiente per pagare i suoi soldati. Le trattative venivano condotte da Sergianni Caracciolo e dal suo capitano Raimondo Anichino che veniva catturato da Francesco Sforza.
Nel mese di aprile Filippo Maria Visconti gli mandava il denaro promesso e Jacopo faceva aprire la porta del Mercato al Torelli. Giovanna così rientrava a Napoli e nominava Jacopo Caldora capitano generale dell’esercito mentre la riconquista della capitale faceva ritornare dalla parte durazzesca gran parte dei baroni del regno. A Jacopo veniva affidato l’incarico di organizzare l’esercito per porre fine all’assedio che Braccio da Montone teneva presso le mura dell’Aquila.

Nel mese di maggio, insieme a Francesco Attendolo Sforza, Michelotto Attendolo, Luigi da San Severino e Ludovico Colonna spostò l’esercito verso l’Aquila. Da S. Lorenzo si diresse verso il basso dove Braccio da Montone aveva richiamato i soldati che aveva posto a guardia dei passi. Jacopo era forte di 4000 cavalieri contro i 4800 di Braccio ma le sorti della battaglia inizialmente volgevano a suo favore. Niccolò Piccinino, che si era posto con i suoi uomini alle spalle di Braccio per difenderlo da eventuali sortite esterne da parte degli aquilani assediati, lasciò le mura della città per intervenire in campo aperto. Gli aquilani ne approfittarono per saccheggiare l’accampamento di Braccio.

I cronisti arricchirono la descrizione degli scontri con particolari che poi entrarono nella leggenda popolare. Jacopo, che partecipava in prima persona alla lotta corpo a corpo, pare sia stato disarcionato due volte da cavallo (e la seconda volta proprio ad opera di Braccio) sfuggendo fortunosamente alla cattura prima di riprendere il controllo dello scontro.

Braccio, a sua volta ferito alla testa, avrebbe deciso di arrendersi a Jacopo, ma mentre si recava da lui per chiudere la partita sarebbe stato affrontato da Armaleone Brancaleoni, Ludovico e Lionello Michelotti ed altri cavalieri che lo avrebbero ridotto in fin di vita.

BraccioPaoloUccello
Braccio da Montone

Secondo alcuni Braccio sarebbe stato portato, dopo tre giorni di digiuno, davanti al Caldora che lo avrebbe finito. Secondo altri Francesco Sforza, per farlo morire subito, avrebbe spostato la mano di un chirurgo che lo stava operando alla testa.
Altri ancora raccontarono che ad ucciderlo fosse stato Andreasso Castelli che voleva vendicarsi perché Braccio gli aveva sterminato la famiglia. A Perugia, invece, si raccontò che Jacopo avesse ammazzato Braccio perché prigioniero si rifiutava di rispondere alle sue domande.

Dopo la vittoria Jacopo insieme allo Sforza inseguì Francesco Piccinino che si rifugiava a Paganica. Vistosi perso, il Piccinino si arrese consegnando i 60.000 fiorini che aveva ricevuto dai Fiorentini. Diviso il bottino, Caldora si diresse ad occupare vari castelli compresi quelli di Vasto e di Ocre mentre Francesco Sforza si spostò a Roma. Queste imprese valsero a Jacopo una maggiore considerazione da parte di Giovanna che conferiva a lui e Giovanni Dentice l’incarico di fare giustizia dei baroni che avevano tradito la causa angioina.

Anche papa Martino V decise di avvalersi delle capacità di Jacopo e nel 1425 lo assoldava per una serie di spedizioni in Umbria. Dopo aver posto il campo presso Perugia si diresse a Città di Castello per recuperare i territori che erano stati di Braccio da Montone. Nel mese di luglio di quell’anno, alleato di Pietro Colonna governatore della Marca, con 3000 fanti e 1500 cavalieri, spostava il suo esercito da Ancarano per superare l’Aso ed aggredire Ascoli Piceno. Con una serie di attacchi tutti con esito favorevole, grazie anche all’aiuto di Giosia Acquaviva, conquistò Monte Brandone, Spinetoli, Monsampaolo del Tronto, Comunanza e Mozzano. Nel mese di agosto entrò vittorioso ad Ascoli Piceno da cui Obizzo da Carrara fuggiva per rifugiarsi a Milano. Completata la spedizione Jacopo Caldora tornò a Roma con 30 cavalli a rendere omaggio al papa. La sua fama si ingrandiva sicché veniva contattato dai Fiorentini che gli chiesero di passare al loro servizio proponendogli il soldo per 500 cavalieri per un anno di ferma ed uno di beneplacito.

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