Franco Valente

Ricordando don Angelo Pantoni ad oltre 20 anni dalla scomparsa

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Una passeggiata con Angelo Pantoni, monaco benedettino

Estratto da MOLISE OGGI, n.41 dell’8 novembre 1981

Franco Valente

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Vero è che le devastazioni che la nostra società compie nel territorio (molto spesso giustificate proprio da “interessati interessi” turistici) non sono da meno a quelli che i Saraceni provocarono nelle Terre di San Vincenzo, tuttavia quell’avvenimento rappresentò una pagina di storia di particolare crudeltà.

L’undici ottobre scorso (1981) i monaci benedettini hanno voluto ricordare l’eccidio saraceno con un solenne pontificale nella ricostruita chiesa di S. Vincenzo.

L’avvenimento ha richiamato tantissima gente ed alle 15,30 la basilica era gremita. Da Venafro ero venuto con mio cugino Bruno anche nella speranza di poter rivisitare dopo la cerimonia la cripta di Epifanio, oltre che per salutare don Angelo, don Faustino e don Gregorio, monaci di Montecassino, sicuramente presenti al pontificale.

Infatti, dopo la messa vidi don Angelo Pantoni che dalla sagrestia, rasentando la parete meridionale della basilica, provava a guadagnare velocemente l’uscita, facendosi strada tra la folla. Cercai di raggiungerlo rinunciando a chiamarlo; don Angelo da parecchi decenni non sente più e l’unico mezzo per comunicare con lui è quello di scrivere su una lavagnetta di cera che sempre si porta appresso .

Lo presi per un braccio ed immediatamente mi sembrò felice di potermi esprimere la sua gioia per la manifestazione: ….. è bello! …tanta gente … è bella la chiesa con tanta gente...

Don Angelo Pantoni, ingegnere e monaco benedettino, toscano di nascita come rivela immediatamente il suo accento. Archeologo ed architetto, è colui che più ‘di ogni altro riesce a cogliere il senso globale dei monumenti dei monasteri di S. Vincenzo e Montecassino, con una passione che supera il limite dell’interesse scientifico per la singola notizia per divenire abbraccio totale con le vicende del territorio.

Le prove più concrete sono le ultime magnifiche pubblicazioni su Montecassino, da una parte, e su S. Vincenzo dall’altra dove il volume “Le Chiese e gli edifici del Monaslero di S. Vincenzo al Volturno” apre nuove prospettive alla conoscenza dei beni architettonici altomedioevali del Molise.

Don Angelo cercò di spiegarmi nel rumore della folla che usciva, i criteri che aveva seguito nella ricostruzione della basilica e che più volte mi aveva illustrato nella biblioteca di Montecassino: … gli arconi, i pilastri, il campanile “excelsum” dell’abate Ilario.

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Appariva felicissimo e mi fece segno di affrettarci ad uscire sollevando la macchina fotografica che teneva nascosta sotto la sua mantella benedettina ed accennando al sole che cominciava a tramontare.

Intanto sul sagrato della chiesa, per tutta l’estensione di quello che una volta era stato il grandioso porticato, la gente si era soffermata attardandosi ad ascoltare le campane che, suonando a distesa vivificavano tutta la valle del Volturno.

Egli per fotografare la folla salì su un vacillante rocco di colonna lamentandosi delle scarpe da cerimonia che aveva ai piedi, più che dei suoi 76 anni. Inutilmente mio cugino ed io cercammo di aiutarlo.

Subito dopo ci fece segno di seguirlo verso la chiesa di Epifanio e ci avviammo lungo la strada mentre il vento che teneva limpida la giornata sembrò aumentare di intensità. Un’automobile uscendo dal piazzale per poco non lo investì distratto. Tagliammo per un campo attraverso due filari di ciliegi appena potati e raggiungemmo il ponte “marmoreus” innanzi alla tricora di Epifanio.

Don Angelo indicandoci gli scavi in corso, si precipitò tra le rovine dell’antica chiesa di S. Lorenzo e di quella, dal titolo sconosciuto, che sta venendo alla luce: “Peccato, … gli inglesi stanno scavando ma non trovano neanche un’epigrafe… lì c’era l’altare… un frammento di affresco, ma neanche una epigrafe … neanche una data … “.

Le Mainarde intanto cominciavano a nascondere il sole e don Angelo ci suggerì di affrettarci se volevamo vedere il sepolcreto dei monaci di S. Vincenzo.
Fummo intanto raggiunti da don Luigi, anch’egli benedettino, che ci sorpassò con passo veloce dopo aver detto appena che quegli scavi li conosceva più per le pratiche amministrative e le lettere che gli passavano per le mani che per averli visitati.

Arrivammo alle tombe rupestri con in testa don Angelo che sembrò lanciarsi quasi ad abbracciarle. Ripeté: ….. gli Inglesi non hanno trovato neanche una epigrafe … peccato! ….. . Quasi rammaricandosi che in un angolo delle terre di S. Vincenzo vi potesse essere una pietra a lui ancora sconosciuta.

Ci fece notare che le tombe scaviate erano prevalentemente orientate in maniera che la testa del defunto fosse posta verso il nord, secondo una costumanza longobarda. Ci disse pure che sicuramente non avevano nulla a che vedere con il massacro saraceno, essendo esse realizzate in periodi assoluta tranquillità del monastero.

Indirizzò poi la nostra attenzione su un’antica croce scolpita nella pietra e cominciò a rovistare nelle tasche alla ricerca di un decimetro per poterla misurare. Dalla zimarra uscirono libretti di appunti, annotazioni, planimetrie e carte di ogni genere dove don Angelo appunta ogni più piccola ed apparentemente irrilevante scoperta. Non lo trovò immediatamente. Mi ricordai che al pontificale avevano distribuito un pieghevole con alcune notizie delle vicende del monastero e di averne una copia in tasca.

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Dopo averlo aperto lo sovrapposi alla croce in pietra per farne una specie di copia dal vero, mentre don Angelo valutava ad occhio le dimensioni dei bracci. Poi finalmente in una delle sue tasche ritrovò il decimetro e passammo a riportare le dimensioni sul disegno.

Rimase molto soddisfatto che le misure prese ad occhio corrispondevano esattamente a quelle del rilievo.

Il sole ormai ci aveva salutato. Piegò il foglio, lo inserì nel suo archivio viaggiante e ci dirigemmo verso il monastero. Don Angelo guardò verso le campane che si muovevano a distesa sul campanile e mentre un torpedone si allontanava dalla basilica disse sorridendo: “forse mi hanno lasciato a piedi“.

Non fu proprio così. Anche se quasi tutti se ne erano andati. Qualcuno era rimasto ad aspettarlo.

Ci offrì un liquore al palazzo abbaziale e poi venne ad accompagnarci al piazzale mentre alcuni seminaristi finivano di chiudere il portone. Lo lasciammo che era ormai buio.

Una settimana dopo mi è arrivata da Montecassino una busta. Dentro don Angelo vi aveva messo un pieghevole simile a quello che avevamo usato per rilevare la croce di pietra, con segnato a penna: “per ricordo della giornata dell’11/10/81 A.P. “.  Una giornata indimenticabile.
Venafro 5 novembre 1981

 

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“… Sono sempre in viaggio nel tempo, e non ne sono mai sazio. Arte e archeologia sono manifestazioni tra le più nitide(!) dello spirito umano, quel tale “quid” che opera e agisce attraverso il mondo materiale ma non vi si confonde , e non ne deriva. Di questo sono assai certo, e ne ricevo un continuo stimolo a operare, fino a che a Dio piacerà.
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Il 4 maggio 1988 moriva don Angelo Pantoni, monaco di Montecassino, ingegnere e insigne studioso di archeologia e storia dell’arte cassinese, che insieme con don Tommaso Leccisotti († 1982) e don Anselmo Lentini († 1989) ha dato grande lustro alla storiografia medievale cassinese per oltre un cinquantennio. Nacque a Firenze il 5 giugno 1905. Si laureò in ingegneria civile nel 1928 presso l’Università degli Studi di Padova. Nel 1929, anno del XIV centenario della fondazione di Montecassino da parte di S. Benedetto, lasciò Firenze e venne sull’arce cassinese. Renato Pantoni emise la sua professione religiosa il 1° maggio del 1931, prendendo il nome di don Angelo.  Fu ordinato sacerdote dall’abate Gregorio Diamare il 3 novembre 1935.
Il grande monaco e studioso Don Tommaso Leccisotti, notando ben presto le capacità di studioso di don Angelo, lo avviò agli studi che lo avrebbero tenuto occupato per tutta la vita. Gli interessi del giovane Pantoni furono rivolti all’archeologia, all’arte, alla storia del monastero di Montecassino, del monachesimo e soprattutto alla spiritualità del mondo monastico italiano ed in particolare della Congregazione Cassinese.
Il Pantoni cominciò a interessarsi anche dell’Osservatorio astronomico di Montecassino e ne divenne il responsabile fino alla vigilia della guerra, quando, nell’ottobre del 1943, dovette lasciare il monastero insieme alla maggior parte della comunità monastica. Negli anni immediatamente precedenti il bombardamento di Montecassino, per incarico dell’abate Diamare, su richiesta della Soprintendenza alle Antichità e Belle Arti, con molto impegno e competenza curò le planimetrie e le altimetrie del monastero. Un lavoro che si rivelò di grandissima utilità per la ricostruzione dell’abbazia di Montecassino, perché, ritornato in sede dopo la guerra, il Pantoni fu uno dei più validi collaboratori dell’abate Ildefonso Rea nella immane opera di ricostruzione della Casa di S. Benedetto.
Un altro settore di studi che don Angelo coltivò con passione e competenza, oltre all’archeologia, fu l’arte cassinese medievale. Si prodigò molto per salvare gli ultimi superstiti affreschi medievali ed in particolare la bella abside del Crocifisso (ora custodita nella cappella di S. Anna a Montecassino) e gli affreschi di S. Maria di Trocchio, conservati pure a Montecassino. Studiò gli affreschi medievali di Sant’Elia Fiumerapido e di San Vittore del Lazio (chiesa di San Nicola), che fece conoscere al grande pubblico con due saggi ben documentati. Ancora utilissime sono le Ricerche storico-artistiche su quasi tutti i paesi del Cassinate pubblicate nel Bollettino Diocesano di Montecassino, e che ora si stanno ristampando in singoli volumi. Una cura tutta particolare riservò pure per l’abbazia di San Vincenzo al Volturno, per la quale pubblicò il volume “Le chiese e gli edifìci del monastero di San Vincenzo al Volturno”, Montecassino 1980 (Miscellanea Cassinese, 40).
Numerosissimi sono gli studi e gli interventi di don Angelo Pantoni, pubblicati in riviste specializzate: la sua bibliografia raccoglie circa trecento voci. Le recensioni e le segnalazioni bibliografiche sono invece ancora di più.

Montecassino, 4 maggio 1998, decimo anniversario della morte di don Angelo Pantoni
Don Faustino AVAGLlANO

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3 Commenti

  1. gabriella di rocco 24 agosto 2010 at 18:03

    Grazie Franco!
    Un ricordo commovente.

  2. mariavittoria riccio 26 agosto 2010 at 18:12

    Alcune persone semplici, ma, nel contempo grandi di animo e di spirito che hanno fatto la storia del nostro patrimonio culturale NON VANNO MAI DIMENTICATE E SEMPRE ELOGIATE!
    grazie,grazie di cuore.

  3. Luigi 27 agosto 2010 at 21:58

    Quando scrivi è il caso di dire:resto senza parole. Don Angelo, Hodges, ma che ne sanno i ministeriali. Non te ne faccio più di complimenti. potrebbero non bastare.

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