Franco Valente

Tanto per cambiare argomento… le cinte sannitiche da tutti dimenticate!

Tanto per cambiare argomento… le cinte sannitiche da tutti dimenticate!

Cercherò di mettere sul sito almeno quelle più importanti.

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LE CINTE MEGALITICHE DEI SANNITI
estratto da: Franco Valente, Castelli, rocche e cinte fortificate del Molise. (Volume in preparazione)
(Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo per motivi di studio. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons)

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Il problema della difesa da attacchi esterni è stato, in ogni epoca della storia del territorio molisano, affrontato e risolto con metodi, tecniche e sistemi organizzativi conseguenti alle particolari capacità economiche delle popolazioni dominanti, agli obiettivi che si volevano raggiungere, alla estensione dell’area da tutelare e, ovviamente, alle situazioni politiche.

Questo problema non fu affrontato solo nel Medioevo. Anzi qualsiasi approccio alla conoscenza dei sistemi militari fissi dell’epoca di Mezzo non può avvenire se non si tiene conto delle preesistenze e delle esperienze fatte in epoche più antiche.

Si avrà così modo di verificare che quelle poderose strutture castellane o quelle articolate difese murarie munite di torri, feritoie e ogni tipo apparecchiatura architettonica a protezione di interi paesi e che caratterizzano il paesaggio di valle come di altura, altro non sono, spesso, che una ripetizione rinnovata di più o meno remote fortificazioni.  Non è raro, per questo, constatare nel Molise che castelli medioevali o addirittura aggraziati palazzi baronali del rinascimento insistano su preesistenti impianti romani, a loro volta poggianti su murature impostate dai Sanniti a difesa della loro autonomia territoriale.

9) Sepino postierla
La postierla di Terravecchia di Sepino

Infatti, già prima della definitiva conquista romana, avvenuta con la conclusione delle guerre sannitiche, la dorsale appenninica (e più precisamente quella parte che si identifica con il territorio utilizzato dalle popolazioni italiche) vede la presenza di un fitto sistema di muraglie, che raggiungono spesso la lunghezza di alcuni chilometri, situate in punti visivamente collegati, a dominio delle valli e dei passaggi che si incuneano nel montuoso territorio situato nella parte più stretta della penisola italiana.

Ancora oggi il paesaggio del Molise Alto è caratterizzato da una grande quantità di rocche megalitiche di notevoli dimensioni, realizzate dai Sanniti prima e durante le guerre contro Roma, e sopravvissute per una serie di fortuite circostanze alle distruzioni che a più riprese furono effettuate dai vincitori. Si tratta di possenti cinte murarie situate in punti strategici del territorio controllato dai Sanniti Pentri in maniera che esse costituissero non solo un sistema di rapido avvistamento di eventuali assalitori esterni, ma anche un luogo di buona difesa in caso di attacco. Per comprenderne il significato e la logica distributiva è opportuno tenere in considerazione da una parte le posizioni delle singole fortificazioni e dall’altra la particolare organizzazione sociale ed economica di quelle popolazioni che furono il reale ostacolo alla espansione del potere romano.  In questi ultimi tempi sia le sistematiche ricognizioni archeologiche, sia le scoperte fortuite permettono di tracciare un quadro che, sebbene non completo, chiarisce sicuramente che l’organizzazione militare dei Sanniti non era assolutamente affidata al caso e che se i Romani dovettero impegnarsi a fondo per penetrare nel loro territorio ciò fu dovuto soprattutto all’ottima difesa terrestre.

3) Popoli italici

Caratteristica fondamentale dell’economia sannitica era quella di trarre i mezzi di sostentamento e di commercio in primo luogo dall’attività pastorale. Di qui la necessità di organizzare l’intero territorio perché fosse possibile esercitare il pascolo in ogni momento dell’anno utilizzando le aree montane nel periodo estivo e quelle di valle quando arrivava l’inverno.

Lo spostamento di milioni di capi di bestiame, soprattutto pecore e capre, ma anche cavalli, mucche e finanche maiali, costituiva un problema non indifferente per il fatto che, spesso, dovevano essere collegati territori distanti tra loro anche centinaia di chilometri. Di conseguenza le varie tribù sannitiche, pur se alleate tra loro e, per origine, appartenenti al medesimo ceppo italico, dovevano attraversare territori che, sebbene appartenessero a popolazioni politicamente confederate, non potevano essere utilizzati se non per quelle fasce appena sufficienti al passaggio delle greggi e che si identificavano in larghi tratturi interamente tenuti a pascolo e liberi da qualsiasi impianto boschivo.  La pratica della cosiddetta transumanza, regolata da trattati che ne garantivano la continuità geografica oltre che temporale, veniva controllata dalle singole tribù mediante un sistema di murature ciclopiche, realizzate con grandi massi, appena sbozzati, aggregati tra loro senza malta, con incastri che denotano grande abilità costruttiva.

8) S.CroceSaturn5
Rocca Saturno di Venafro

Sono sempre collocate sulle parti apicali di alture collegate visivamente tra loro ed individuate in maniera tale che si venisse a costituire una rete con punti di incrocio visivo situato ad un interasse variabile tra i 2.500 ed i 3.000 metri, a seconda della caratteristica orografica del territorio.

La parte centrale del nucleo in genere veniva spianata artificialmente e sommariamente regolarizzata mediante il distacco di grossi massi rotolati ad un livello più basso, e composti tra loro a formare terrapieni e muraglie a secco alte dai 3 ai 4 metri, con una linea ad andamento irregolare perché andasse a collegarsi con dirupi che ne costituivano così la difesa naturale.

Una loro ipotetica ricostruzione appare oggi oltremodo difficoltosa se si tiene conto che le parti sopravvissute allo smantellamento succeduto alle guerre sannitiche o alla devastazione sillana sono quelle meno importanti dal punto di vista difensivo, ma quello che rimane  può con sufficiente approssimazione farci ricavare quale fosse il disegno complessivo e la tecnica di difesa.

4) S.CroceSaturn1
Rocca Saturno sul versante di Concacasale

La parte apicale si presenta protetta dalla muratura eseguita con più accuratezza nell’incastro e con una sbozzatura più rifinita nei punti di tangenza tra pietra e pietra per evitare che gli attaccanti avessero appigli per la sua scalata.  Il limite superiore era ulteriormente protetto da palizzate in legno, di cui però in nessun caso sono rimaste tracce.  Molto ridotto era il numero delle porte di accesso, sovente del tipo sceo, ricavate cioè interrompendo l’allineamento del muro in maniera che la porta si ponesse in senso ortogonale al muro stesso. In tal modo poteva essere controllata dall’alto e da essa si aveva una visione radente alla fortificazione. Altre volte è costituito da una piccola porta, spesso definita con il termine medioevale di postierla per il fatto di essere talmente ridotta da poter essere utilizzata da una sola persona alla volta e quindi facilmente controllabile.


Rocca Saturno sul versante di Concacasale

Il percorso di avvicinamento seguiva una linea ad andamento avvolgente rispetto all’altura e doveva, come si osserva nelle sopravvivenze meglio conservate, superare altre cinte situate ai livelli inferiori, realizzate con massi meno lavorati, con funzione di antemurali per la prima difesa.

Altro elemento caratteristico di alcune di queste fortificazioni è la presenza di murature a secco fatte però da blocchi di modeste dimensioni, con andamento perfettamente rettilineo, con posizionamento trasversale rispetto alla linea difensiva concentrica, che avevano l’evidente scopo di costituire un ulteriore ostacolo alle manovre di avvicinamento. Manca qualsiasi documentazione che possa con sicurezza far desumere l’epoca di loro costruzione, ma certamente il sistema di difese, originariamente in funzione di controllo della transumanza all’interno del vasto e variegato mondo italico, fu riutilizzato nel IV e III secolo a.C. per difendersi dalle invasioni romane.

Anzi, in tale occasione le fortificazioni preesistenti furono potenziate ed adattate in qualche modo, pur se con scarso successo, alle nuove esigenze belliche.  Vediamo così che le asperità del territorio vengono adoperate per controllare visivamente il passaggio di popolazioni ed animali sui sottostanti tratturi nei periodi della transumanza.

In questa logica vengono a collocarsi le cinte megalitiche che controllano la Valle del Volturno come quelle ancora ben conservate di Monte S. Paolo presso Colli o di S. Croce presso Cerro, dove molti secoli dopo si localizzeranno modesti insediamenti sparsi dei benedettini di S. Vincenzo.

Un’altra fortificazione doveva esistere nell’area dell’abitato di Castel S. Vincenzo, l’antico Castellone o forse (come si ricava dal Chronicon Vulturnense) il “castellum Sampniae” della sottostante Abbazia (ipotesi sostenuta dagli archeologi e da me non condivisa). Resti di murature sannitiche si ritrovano sui monti che cingono la piana di Venafro, dove certamente l’esiguità delle sopravvivenze murarie testimonia la puntualità e la sistematicità dello smantellamento delle difese italiche ad opera di Silla.

Più consistenti e leggibili nel loro complesso sono invece le fortificazioni che si ritrovano nel cuore del Sannio Pentro che coincide con la vasta area che fa capo al vertice dei bacini idrografici del Sangro, del Volturno, del Trigno e del Biferno: dalle mura sovrastanti l’area sacra di Pietrabbondante che vanno a congiungersi, utilizzandole come vere e propri castelli di supporto per l’avvistamento e il collegamento della cinta, con tre grandi morge, speroni di roccia pinnacolare, a quelle di S. Pietro Avellana su Monte Miglio, a quelle di Monte Cavallerizzo a Capracotta, a quelle di S. Maria di Pescolanciano o delle Crocette di Frosolone, con tre cinte murarie.

Monte Totila
Monte Totila

Una considerazione a parte merita una citazione dello Pseudo-Plutarco a proposito della esistenza di una metropoli a cui attribuisce il nome di  Touxion che sarebbe stata conquistata da un certo Fabio Fabriciano: Fabio Fabriciano, della stirpe di Fabio Massimo, dopo aver saccheggiato Touxion metropoli dei Sanniti, portò a Roma la statua di Afrodite Nikefora che era da loro venerata.

Monte totila 3
Particolare di Monte Totila

Per Salmon si tratterebbe di Aequum Tuticum  perché, come nota successivante Tagliamonte  riprendendo da G. Colonna, Touxion dovrebbe essere una forma corrotta dell’osco Tùvticum. Il tutto per ricondurre l’antico nome al termine touta, che indica in generale la comunità dei Pentri.

Se la questione delle città sannitiche è di per sé già complessa essendo certi che un raggruppamento organico di abitazioni e di edifici pubblici non risulta mai esistito nell’ambito dell’organizzazione sannita, a maggior ragione è arduo immaginare l’esistenza di una metropoli ove a tale termine volessimo attribuire un significato che possa essere compatibile solo con una concezione urbanistica greca o romana.

Monte totila 2
Residui di cinte megalitiche su monte Totila

Molto probabilmente per metropoli sannitica si deve intendere una organizzazione sociale, nell’ambito di un territorio limitato, di una serie di organismi che messi insieme costituiscano un sistema piuttosto vasto di nuclei in qualche modo autonomi ma nello stesso tempo collegati tra loro per un vincolo politico, amministrativo o semplicemente religioso.

55) Monte Totila
Residui di cinte megalitiche su monte Totila

E’ noto che le cosiddette rocche sannitiche sono frequenti nel territorio ed hanno sempre una consistenza muraria di grande rilevanza, ma è altrettanto certo che nel territorio esiste una miriade di piccoli recinti ben definiti da sistemi murari che, pur non avendo le caratteristiche delle difese ciclopiche, sembrano in grado di offrire una sorta di difesa .

Se ne trovano in grande quantità, per esempio, su monte Cesima (Sesto Campano-Presenzano) o comunque nelle zone di montagne aventi una particolare conformazione per la disponibilità non solo di vaste aree da destinare ai pascoli, ma anche di terreni da volgere ad attività agricole. Tra queste particolare interesse presenta quel monte che si chiama Totila e che è compreso tra i comuni di Miranda, Sessano e Pescolanciano. Esso, per la posizione particolare e per le caratteristiche morfologiche, si trova a costituire uno dei punti nodali del sistema sannitico mentre, di contro, non esiste alcun fatto logico che faccia ricondurre il toponimo Totila al condottiero ostrogoto morto nel 552.

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Monte “Todaro”. Particolare di una carta del 1704

D’altra parte il toponimo di Totila è di formazione abbastanza recente, sicuramente posteriore al XVIII secolo, come si desume leggendo la cartografia dell’epoca dove ripetutamente il monte viene chiamato Tòdini, Tòdano o Tòtini o, addirittura, Tòdaro.

Il documento più antico in cui sia citato il nome è la donazione di Borrello II che nel 1077 dona a Montecassino una terra  in valle Totini localizzabile alle falde del monte sul versante di Pescolanciano.

Ma se sicuramente nessun rapporto può essere trovato con Totila, altrettanto non può dirsi con un personaggio che appare proprio nel periodo dei Borrello e al quale potrebbe essere ricondotto il nome. Il Registrum Petri Diaconi, subito dopo il richiamato documento della donazione di Borrello II, riporta la donazione dei fratelli Todino e Oderisio che farebbe pensare che Monte Tòdini (mons Tòdini) sia l’analogo di Monte Roduni (mons Roduni) o di Rocca Mandolfi (rocca Maginulfi) o di un qualsiasi altro monte o rocca appartenente ad un certo signore in una certa epoca.


Residui di cinte megalitiche su monte Totila

Comunque tutta la montagna, comprese le sue propaggini sia sul versante della Piana di Sessano, sia sul Vallone di Miranda e sia verso il tratturo di Pescolanciano, è caratterizzata dalla presenza di un gran numero di piccoli recinti attrezzati con cinte murarie ormai ridotte alla sola parte basamentale, che spesso si integrano con gli scoscendimenti naturali che diventano i naturali prolungamenti degli elementi di difesa.

In questo caso, dunque, il toponimo attuale (Tòtila o Tòdini, o Tòtini che si voglia) potrebbe derivare dal termine touta, per la specificità del gran numero di recinti megalitici costituenti la cosiddetta metropoli di Touxia se è vera l’ipotesi che il nome Touxia sia comunque riconducibile alla touta sannitica.

Se l’assunto fosse dimostrabile sul piano linguistico acquisterebbe ulteriore credito la nostra ipotesi che la sua propaggine più importante, e che oggi porta il nome di Colle Croce, situata sul versante sud occidentale in posizione tale da controllare visivamente l’area di Pescolanciano, quella del Vallone di Miranda e la piana di Sessano, sia uno dei punti fondamentali nell’ambito di un disegno di sacralizzazione del territorio mediante il posizionamento di edifici riservati al culto su luoghi che rientrino in una logica che sfugge alle semplice necessità della difesa e dei quali ci occuperemo più avanti.

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4 Commenti

  1. lino 3 ottobre 2012 at 14:02

    Per lo meno per me è sempre piacevole conoscere l’Italia antica rapportata a quella moderna!.- Questi siti sono da proporre anche a livello scolastico, particolarmente per quei studenti della zona ove sono compresi e (in parte) visibili!.- Vi ringrazio per aver portato alla mia conoscenza quanto pubblicato liberamente!.- La cultura, infatti, non deve avere prezzo, traccia politica e connotati e presupposti di presunzione, spetta agli altri commentare ed apprezzare!.- Grazie

  2. Alessandro Cotugno 25 novembre 2012 at 17:18

    Grazie infinite come sempre, le tue spiegazioni sono sempre chiare e ricche di argomenti.

  3. saroli antonio 18 giugno 2016 at 11:01

    un caro saluto all’architetto , sono antonio saroli veterinario di san vittore
    ti volevo shiedere un parere sulle mura megalitiche presenti in modo significativo sul monte Sanmucro
    versante San Vittore.
    in particolare se sono da collegare ad insediamenti
    sannitici

  4. Franco Valente 18 giugno 2016 at 13:52

    Caro Antonio,
    di queste mura si sono occupati vari studiosi.
    Sono certamente sannitiche. Rimangono molti dubbi sulla datazione.
    Sicuramente non si tratta di Aquilonia come impropriamente ha sostenuto qualcuno. Di questo sono più che sicuro.
    Un articolo interessante: http://www.sanniti.info/spadavittore.html

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