Franco Valente

L’anfiteatro di Larino

L’anfiteatro di Larino

Franco Valente

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Sebbene notevoli sforzi siano stati compiuti fino al presente per comprenderne l’evoluzione, ancora poco chiara è la stratificazione urbanistica della città di Larino dalle sue origini (F. Valente, Teatri e anfiteatri romani nel Molise, Almanacco del Molise 1987).

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Un concreto contributo per la sua conoscenza ci perviene dai saggi di scavo che hanno permesso di individuare il contesto generale entro il quale collocare con più precisione i singoli tasselli quando se ne sarà eseguita una totale ricognizione.

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L’anfiteatro nel 1986

Si è così accertata definitivamente la esistenza nella piana di S. Leonardo di un insediamento del periodo arcaico (Angela di Niro – “Larino – La città ellenistica e romana” in Sannio-Pentri e Frentani dal VI al I secolo a.C.” Roma 1980) seguito da interventi collocabili tra il V e il IV secolo a. C..

Una fase ellenistica (III -II secolo a.C.) vede destinata ad una funzione sacra l’intera zona, con la creazione di un santuario ed un tempio di grandi dimensioni. Poco chiara appare la forma e la dimensione della Larino sillana.

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L’anfiteatro nel 1986

Come pure difficoltosa è l’individuazione della definitiva composizione urbanistica della epoca imperiale, quando la città fu dotata dei monumenti più appariscenti e funzionali a confermare definitivamente il suo ruolo di dipendenza da Roma.

Tra questi monumenti l’unico che ci permette una valutazione di una certa consistenza è l’anfiteatro che non ha assunto con il suo impianto un ruolo di elemento di continuità tra l’epoca romana e quella medioevale, come nel caso di Venafro, ma che essendo stato abbandonato ha subito un saccheggio ed una rovina pressoché totale.

Qualche elemento affiorante era conosciuto già da tempo, tanto che G. A. Tria (G. A. Tria – “Memorie storiche, civili ed ecclesiastiche della Città e Diocesi di Larino” Roma 1744). Vi si soffermò per avanzare ipotesi fantasiose determinate anche da una carenza di saggi archeologici.

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Ben nota è la ricostruzione teorica della sua struttura dove il disegnatore Pietro Torrelli addirittura lo ripropone in forma circolare. Più precisi e di grande ausilio gli studi di Caraba del 1851 (A. Caraba – “Delle antichità di Larino” -Manoscritto presso la Biblioteca Albino di Campobasso, pubblicato nel 1983 a cura di G. De Benedictis.) ripresi ed in gran parte confermati con i recenti scavi eseguiti dal Comune di Larino e dalla Soprintendenza ai Monumenti (Relazioni dattiloscritte a cura di A. Rastrelli ed A. Di Niro sono segnalate nello studio di L. Marino, F. Bellini delle Stelle, F. Carbonai, G. Gaggio, A. Manari, R. Sabelli,: “L’anfiteatro di Larino. Accertamenti preliminari sulla porta settentrionale (dei gladiatori)” in “Conoscenze” Campobasso 1984).

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Non ancora pubblicati i rilievi particolareggiati tuttavia una schematica planimetria generale con evidenziate le parti di muratura definitivamente accertate ci permette una valutazione globale del monumento.

La sua forma ellittica lo fa rientrare nella tipologia consueta degli anfiteatri romani, mentre la conoscenza ormai certa degli assi maggiore e minore (rispettivamente di 98 e 76 metri) lo colloca tra quelli di grande dimensione per la capacità di accogliere circa 13.000 spettatori.

Interessante può essere il confronto tra gli elementi strutturali del Verlascio di Venafro, di cui si conosce con esattezza tutto il sistema radiale dei muri portanti delle gradinate, ed i pochi elementi strutturali dell’anfiteatro di Larino, con la differenza sostanziale nel sistema costruttivo perché l’anfiteatro di Larino è interamente scavato nella roccia naturale, particolarmente friabile.

La certezza dell’esistenza di un percorso anulare sul perimetro esterno del monumento larinese, al livello naturale del terreno, attesta un collegamento strutturale della parte superiore della gradinata dal quale, attraverso 12 vomitoria (tanti se ne sono calcolati) distribuiti simmetricamente, il pubblico poteva scendere alla parte inferiore della cavea.

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I sedili sono stati quasi interamente saccheggiati durante tutta la fase medioevale di Larino perché costituivano un ottimo materiale di reimpiego non solo per la qualità della pietra, ma soprattutto perché facile la loro riutilizzazione.

L’arena è separata dalle gradinate, secondo un metodo consueto, da un alto zoccolo tutto rivestito il lastre di pietra lisce che avevano lo scopo evidente di evitare che gli animali pericolosi utilizzati per gli spettacoli potessero invadere l’area riservata al pubblico.

La particolare caratteristica della struttura architettonica in opera cementicia (rivestita da un buon paramento in opera reticolata) fasciata da una serie di ricorsi in opera testacea (in mattoni rettangolari) denota la volontà delle maestranze di realizzare un complesso che fosse strutturalmente capace di resistere anche ad azioni sismiche.

Come tutti i monumenti di una certa dimensione e di un sicuro pregio architettonico ed urbanistico, anche l’anfiteatro di Larino rappresenta un problema per la sua conservazione e la sua utilizazzione. Il suo restauro, benché incompleto, è complessivamente corretto perché le integrazioni sono eseguite con rigore filologico senza dare spazio a quegli interventi modernisti che portano alla definitiva morte dell’edifici.

Come sta avvenendo nella vicina Villa Zappone dove gli interventi di restauro gridano allo scandalo per quella insulsa mania di inserire elementi estranei e ferraglie moderne che portano inevitabilmente ad uno stravolgimento dei suoi valori originali. Basta vedere come è stata trasformata e stravisata l’antica rimessa per i cavalli nell’ambito di una visione salottiera e consumistica dell’architettura da riusare.

Ma questi delitti ormai fanno parte del costume del Ministero per i Beni Culturali che sempre più è affidato a gente che ha poca qualità professionale e nessuna sensibilità storica.

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1 Commento

  1. pietro la serra 8 agosto 2011 at 17:52

    l’anfiteatro di larino resta, seppur gravemente danneggiato,una struttura che conserva le caratteristiche per cui venne edificato.Lo stesso non si puo’ dire del cosiddetto anfiteatro di Venafro che ha perso completamente l’aspetto originale.

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