Franco Valente

Monacilioni: un documento poco conosciuto di Montecassino che chiarisce l’origine del nome.

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Monacilioni: un documento poco conosciuto di Montecassino che chiarisce l’origine del nome.

Franco Valente

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Tratto da “Franco Valente. Castelli, rocche e cinte fortificate del Molise“, in preparazione)
Con preghiera di citare la fonte in caso di utilizzazione di questo testo.
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A volte, specialmente quando le fonti storiche sono avare di notizie, anche una piccola citazione è utile per capire la storia di un centro antico.

Sulle vicende urbane di Monacilioni, ad esempio, è utile un riferimento del 1266.
Soprattutto tenendo conto che l’impianto urbano ha subito talmente tante manomissioni, che non esistono più elementi architettonici di una certa consistenza che possano aiutarci a ricostruire la sua nascita e le sue evoluzioni.

Questo documento, di cui parlerò più avanti, intanto serve a definire l’origine del nome del paese che, con una certa sicurezza, possiamo confermare essere derivato da un originario “Monachi Leonis”, così come aveva acutamente osservato G.Battista Masciotta nella sua monografia su Monacilioni (G.B. MASCIOTTA, Il Molise dalle origini ai nostri giorni, vol. I, Napoli 1915, p. 230), senza però dare una certezza alla sua ipotesi.

Per lui avrebbe dato il nome al paese quel Leone Monaco poi divenuto santo e protettore di S. Martino in Pensilis.

S.LeoMonS.MartPens
Altare di S. Leone a S. Martino in Pensilis

Masciotta dice di essersene convinto dopo aver letto la pagina 654 delle “Memorie Storiche, Civili ed Ecclesiastiche della Città e Diocesi di Larino” scritte da Mons. GIOVANNI ANDREA TRIA nel XVIII secolo che riferisce che il corpo di S. Leone Monaco, dopo la traslazione delle reliquie da uno scomparso monastero di S. Felice sito nei pressi dell’antica Cliternia sull’Adriatico, si trovasse (come si trova ora) nella chiesa madre di S. Martino in Pensilis.

Personalmente sono convinto che il Leone che ha dato il nome al paese non sia il patrono di S. Martino in Pensilis, ma uno dei tanti monaci che abitarono i monasteri benedettini di questo territorio.

Certamente non dovette trattarsi di un monaco qualsiasi.

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Ma andiamo in ordine.

A Montecassino si conserva una serie di atti relativi all’antico monastero di S. Eustasius in Pantasia, che si trovava “in proprio territorio nostro propinquo castello nostro qui dicitur Sancto Iuliano“. Si tratta, come è noto, di quel monastero che poi prese il nome di S. Eustasius de Ficarola nei pressi di S. Giuliano di Puglia.

Nel mese di settembre del 1266, Adenulfus de Stipite e la sua famiglia, abitanti in Castrum Leonis Monachi, ovvero Monacilioni, donano a Sebastianus, monaco e procuratore di S. Eustasius, i loro beni  che si trovavano in “Casale S. Crucis” e più precisamente nell’area di Colle Civitella “de territorio Civitelle“, a nord-ovest di S. Croce di Magliano

La localizzazione è stata fatta da HERBERT BLOCH nella sua pregevole edizione “Monte Cassino in the Middle Age” (vol. I) Roma 1986, p. 423.

Il documento in cui compare il “castrum Leoni Monachi” era stato trascritto da ERASMO GATTULA nella sua Historia Abbatiae Cassinensis per seculorum seriem. Venezia 1733, p. 216.

Perché è così importante le citazione per ricostruire la storia di Monacilioni?

Il toponimo “Castrum Leonis Monachi” e la data certa del 1266 aprono sulla storia di Monacilioni uno scenario particolare.

Il luogo in cui viene sottoscritto l’atto è un “castrum”, ovvero un complesso edilizio adatto alla difesa. Ne consegue che nell’anno 1266 Monacilioni era un nucleo già dotato di un consistente sistema di difesa: … et meo consueto signo signavi Actum in castri Monachi Leonis feliciter.

La data è importante perché il 1266 è l’anno in cui Carlo d’Angiò sconfiggeva definitivamente Manfredi nella battaglia di Benevento estromettendo così gli svevi dal regno ed avviando il dominio angioino. Il governo passava nelle mani di uomini dell’aristocrazia francese che vediamo assumere la titolarità feudali di gran parte delle terre della contea di Molise.

Tra le iniziative più qualificanti di Carlo quella di aver ripristinato gran parte dei privilegi che Federico II aveva sottratto ai monaci benedettini ed alla chiesa.

La battaglia di Benevento si concluse il 26 febbraio 1266 e l’atto di cui ci stiamo occupando è del mese di settembre dello stesso anno, cioè di meno di sette mesi dopo:
In nomine Domini anno dominicae incarnationis 1266, regnante domino nostro Karolo Dei gratia mag. rege Siciliae etc regni eius anno primo, mense septembris, indictione nona.

Qui omnes homines ante tribunal eterni judicis de his quae comiserunt , et gesserunt reddituri sunt integram rationem recepturi de commissis, sive bonum, sive malum.

Ideoque nos Adenolfus de Stipite, domna Thomasia uxor ejus Floresia filia ipsorum, et Rogerius frater ejus in praesentia judicis Basannigotti, et notarii Bartholomaei de Toro, et testium subscriptorum ad hoc specialiter vocatorum, et rogatorum pro redemptione animae nostrae, parentum, et heredum nostrorum, et ut meritis, et patrociniis pretiosorum videlicet Martiris Eustasii, et Benedicti confessoris in eorum judicio non dampnemus, bona nostra, et voluntate damus, concedimus, tradimus, renuntiamus, quietamus, et tacitum dimittimus in perpetuum, omne jus, omnem partem, omne reditum, omne servitium tam personale, quam reale et omnem conditionem quamcumque, et quaecumque non, vel antecesseres nostri receperunt, exegerunt, et habuerunt per se, vel per alios, de jure, vel de facto de hominibus, et aliquibus casal. S. Crucis, et ab eadem ecclesiam, et casal. et pertinentiis eorundem tibi dopno Sebastiano monacho, et procuratore monasterii S. Eustasii in Pantasia subditi, et annessi monasterio Cassinensi tibi pro parte, et vice ejusdem monasteri ad utendum, tenendum, et fruendum ipsum casal. et ecclesiam cum omnibus juribus, rationibus, redditibus, servitiis personalibus, et realibus quibuscumque, et undecumque nobis, et nostris herediobus de jure, et ede facto, et consuetudine pertinentibus, et faciendum omnia, qua parti ejusdem monasterii placuerit, sine nostra, et heredum nostrorum molestia, et contradictione, unde obligamus, nos, et heredes nostros tibi pro parte, et nomine ejusdem monasterii contra istam nostram donationem, traditionem, concessionem, renuntiationem, et quietationem tempore aliquo non venire, quod si nos et heredes nostri contra hujusmodi donationem, traditionem, concessionem, renuntiationem venire temptaverimus, vel aliquod de dicto Casali molestaverimus, vel offenderimus, vel hujusmodi cartam, in qualibet parte refutare, retornare, seu removere temptaverimus, et omnia quae praeleguntur nomine poena tibi pro parte ejusdem monasterii viginti libras auri puri tibi pro parte ipsius monasterii nos, et nostras heredes componere obligamus.

Haec carta nihilominus de his, quae continet, firma, et stibilis permaneat semper, praeterea damus, et concedimus tibi pro parte ejusdem Monasterii liberam facultatem, ut animalia ejusdem monasterii, hominum, casalis, et ecclesiae S. Crucis ejusdem monasterii pascant libere, et pascua recipiant, et omnis praedictorum monasterii, ecclesiae, et Casalis vadant, et redeant, et habilitates recipiant de omnibus terris nostris, et specialiter de territorio de Civitellae homines casalis praedicti, et animalia eorum, obligantes nos, et heredes nostros praedictam donationem, et concessionem de pascendis animalibus in terris praedictis sine fida in perpetuum tibi proparte ejusdem monasterii, et hominum casalis praedicti inviolabiliter observare sun poena praedicta, et de hiis omnibus adimplendis, quae perleguuntur fidejuxores nos, et heredes nostros posuimus per continentiam, unde si necesse fuerit ad pignorandum obligamus nos, et nostros heredes tibi pro parte dicti monasterii et Propositis, qui pro tempore erunt ibidem, vel cui haec carta pro parte dicti Monasterii de rebus nostris, et haeredum nostrorum pignorari licitis, et inclitis usque ad legem, q. ego notarius Bartholomaeus de mandato praedictorum dominorum, et dominarum, et judice Basaningott. qui praedicti omnibus interfui, et meo consueto signo signavi Actum in castri Monachi Leonis feliciter (Locus Signi + Notarii)
+ Ego Adenolfus de Stipite signum cruci feci.
+ Ego domna Thomasia uxor Adenolfi signum cruci feci
+ Ego Floresia filia Adenulfi de Stipite signum cruci feci
+ Ego Rogerius de Stipite signum cruci feci
+ Ego Judex Basaningoctus signum cruci feci
+ Ego Robbertus filius Manerii Miles signum cruci feci
+ Ego Johannes de Leone miles signum cruci feci
+ Ego Robbertus Archibresbyter Benifri signum cruci feci
+ Ego Robbertus miles signum cruci feci

S.EustasiusPantasia

Dunque si tratta di una donazione fatta al monastero di S. Eustasius de Pantasia che da antica data era direttamente dipendente da Montecassino, come è attestato nel pannello XXVIII nelle porte di bronzo dell’abate Desiderio dove sono riportati i possedimenti del periodo di Oderisio II.

Per capire meglio il senso di questa donazione vediamo cosa stava accadendo a Montecassino in quel momento di transizione tra il dominio svevo e quello angioino.

Torniamo indietro di qualche anno per vedere, sinteticamente, cosa accadeva nel monastero di Montecassino in conseguenza di quegli avvenimenti politici e militari che avrebbero sconvolto tutta l’Italia meridionale.

Nel 1250 era morto Federico II lasciando l’impero al figlio naturale, Manfredi,  che ne divenne titolare dopo la morte del fratello Corrado. Manfredi si era opposto al tentativo militare di papa Alessandro IV di estendere il dominio della Chiesa a tutto il meridione italiano. Perciò, quando all’incoronazione del re svevo a Palermo partecipò in prima persona l’abate di Montecassino Riccardo, il papa si affrettò a scomunicarlo e a dichiararlo decaduto il 10 aprile 1259.

Manfredi, nonostante la decisione papale, assicurò a Riccardo il mantenimento della sua funzione nel cenobio cassinese. Cosa che riuscì a fare fino alla sua morte nel marzo del 1262. L’elezione del suo successore Teodino, dietro pressione dello stesso Manfredi sul Capitolo cassinese, fu annullata da papa Urbano IV che continuò a contrastare la politica sveva.

Le cose nell’Italia meridionale si andavano complicando anche per le interferenze dirette del papato che nel 1263 si accordava con il re francese Luigi IX perché la Sicilia fosse data al fratello Carlo d’Angiò. Contemporaneamente il papa assicurava una presenza francese all’interno del monastero affidando l’abbaziato a Bernardo I Aiglerio, monaco cistercense di Savigny e già abate di Lerins.

Aiglerio, però riusciva a prendere possesso di Montecassino solo tre anni dopo, all’indomani della definitiva sconfitta mortale di Manfredi a Benevento e il conseguente allontanamento di Teodino dall’abbazia.

Insomma, nel 1266 la gestione di Montecassino veniva ricondotta nell’ambito degli accordi tra Carlo d’Angiò e papa Urbano IV.

Aiglerio viene ricordato per aver scritto un trattato di ascetica (speculum monachorum) e un commento all’antica Regola di S. Benedetto.
Ricorda Mariano Dell’Omo (Montecassino – Un’abbazia nella storia, Montecassino 1999): “Aiglerio attese in modo particolare ad una fondamentale riorganizzazione patrimoniale della Terra Sancti Benedicti, mediante delle inchieste formali (inquisitiones), condotte con lo scopo di una ricognizione di tutti i diritti e servizi dovuti all’abbazia cassinese dalle Universitates o dai singoli abitanti della Terra Sancti Benedicti, i cui risultati furono verbalizzati in appositi registri.

L’iniziativa dell’abate Aiglerio è considerata di particolare rilevanza nella storia del diritto italiano e viene presa come riferimento nelle considerazioni sulla natura giuridica dei cosiddetti “polittici” (cioè i registri su quali venivano riportati i dati significativi delle proprietà). Una vera e propria riforma interna che doveva costituire la base per la definitiva consacrazione all’abbazia delle proprietà immobiliari e dei diritti che ne conseguivano.

In questi anni si procedette all’accertamento reale dei confini delle proprietà, al calcolo preciso dei censi dovuti, alla definizione dei diritti e dei doveri dei concessionari, alla trascrizione dei contratti.

Herbert Bloch ricorda che la ricognizione approfondita delle proprietà della Chiesa nel regno di Napoli, su ordine di Carlo d’Angiò (1266-1285) all’inizio del suo regno, interessò anche S. Eustasius. Una copia del documento, redatto nel 1456, ancora si conserva a Montecassino e fornisce un quadro considerevole dei possedimenti che il monastero teneva a Serracapriola e Dragonara.

Il censo pagato dai monaci di Monte Cassino era di quattro once d’oro sotto l’abate Bernardo I Aiglerio (1263-1282), ma arrivano venti ducati sotto il suo successore Tommaso (1285-1288), durante il cui abbaziato il priorato ha cominciato ad essere conferito insieme con S. Maria de Casali Plano nel territorio di Morrone del Sannio.

Ma possono essere queste circostanze utili a capire a quale monaco che si chiamava Leone possa attribuirsi l’origine del nome di Monacilioni?

Credo proprio di no, perché il nome Leone è consueto nel Medioevo e particolarmente tra i monaci.

Senza arrivare ad una conclusione certa, un qualche ragionamento, comunque, possiamo farlo ritornando di nuovo su questi tre termini: castrum, monachi, Leonis.

I termini lascerebbero intendere che l’incastellamento di Monacilioni debba ricondursi alla iniziativa di un monaco dal nome Leone.

Orbene, quando si fa riferimento all’operazione di incastellamento monastico ci si deve necessariamente ricordare delle concessioni dei duchi longobardi del X secolo alle grandi abbazie (Montecassino e S. Vincenzo al Volturno) che avevano interessi diretti in quel territorio che si sarebbe chiamato successivamente Molise.

E’ l’epoca immediatamente seguente alle cosiddette invasioni saracene che, come fa capire lo storico longobardo Erchemperto, molto spesso furono fortemente condizionate da contrasti interni alla Chiesa.

Un periodo caratterizzato da un ribollire di avvenimenti che interessarono tutto il Meridione italiano anche per incursioni di altre popolazioni che preoccuparono non poco il monastero di Montecassino che, peraltro, aveva spesso rapporti conflittuali con gli stessi duchi longobardi.

Una certa tranquillità cominciò a determinarsi alla metà del X secolo. Prima con la definizione dei confini delle terre di Montecassino nel 956 e poi con la definitiva autorizzazione concessa nel 967 da Paldolfo Capodiferro e suo figlio Landolfo III ai monaci di Montecassino di fortificare e incastellare le proprietà del monastero. Concessione che non riguardò solo le proprietà all’interno delle Terre di diretta pertinenza, ma anche quelle che erano comunque dipendenti dall’abate di Montecassino che a tutti gli effetti era il padrone incontrastato, come un qualsiasi altro conte, del territorio che gli era assegnato.

Sappiamo che in questo periodo (sicuramente nel 962) preposito dell’abate Aligerno era il monaco Leone.

Il preposito era un monaco che sostituiva l’abate in tutte le circostanze in cui non poteva materialmente intervenire. Purtroppo nessun documento ci aiuta a sapere se in quel periodo il territorio di Monacilioni appartenesse all’abbazia di Montecassino e se il Leone che gli ha dato il nome sia il monaco preposito dell’abate inviato sul luogo a definire le modalità dell’incastellamento di quell’area.

Non lo sapremo mai.

Ma che Monacilioni sia stato incastellato in quel periodo possiamo sostenerlo  perché un secondo indizio permette di affermare con sufficiente certezza che in epoca normanna, e più precisamente al momento della formazione dell’esercito di Ruggero II d’Altavilla, tra il 1150 ed il 1168, Monacilioni avesse una certa consistenza.

Il feudo di “Moncilione”, infatti, appare nel “Catalogo dei Baroni” che è il registro fatto redigere dal re normanno per una leva generale necessaria per formare una grande armata reale sostenuta da tutti gli uomini liberi prescindendo dal loro stato sociale e dal loro rapporto feudale: Riccardus de Guasto sicut dixit demanium suum de Cisterna de Petra de Catella est feudum duorum militum, de Portacara feudum unius militis, et de Moncilione feudum unius militis; proprii feudi milites quatuor et cum augmento obtulit milites octo et servientes decem.

CONTINUA

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6 Commenti

  1. S. Di Cera 14 ottobre 2010 at 23:18

    Quanto tempo devo aspettare per la continuazione per sapere l’origine del nome di Monaciloioni?

  2. Franco Valente 20 ottobre 2010 at 08:39

    Carissimo Saverio,
    … un altro frammento, senza la pretesa di arrivare alla verità….
    Grazie dell’attenzione.

  3. Giuseppe Zio 12 dicembre 2013 at 14:30

    Franco, anche l’Abate Pollidori nel 1721, nella sua vita Sancti Leonis parla del patrono di San Martino come ispiratore del nome di Monacilioni e il culto e ilo ritrovamento del Santo è databile fra il1113 e il 1150 circa

  4. Alba Sdoganau 9 giugno 2016 at 11:32

    Guardate il film: IL PATTO DEI LUPI…. e capirete parecchie cose! Quando dici: “Il governo passava nelle mani di uomini dell’aristocrazia FRANCESE che vediamo assumere la titolarità feudali di gran parte delle terre della contea di Molise.” , tocca prender ein considerazione anche una remota, e sottolineo remota, ipotesi che il nome potrebbe derivare da tutt’altra storia e o avvenimenti accaduti in epoca più recente del 1200. Toccherebbe fare una ricerca su gli avvistamenti de la “Bestia del Gévaudan”(trattasi di un leone camuffato con un’armatura) e se c’è stato avvistamento o se è stata portata da questi famosi aristocratici francesi.

  5. Franco Valente 9 giugno 2016 at 12:24

    Possiamo affermare con sufficiente certezza che in epoca normanna, e più precisamente al momento della formazione dell’esercito di Ruggero II d’Altavilla, tra il 1150 ed il 1168, Monacilioni avesse una certa consistenza.
    Il feudo di “Moncilione”, infatti, appare nel “Catalogo dei Baroni” che è il registro fatto redigere dal re normanno per una leva generale necessaria per formare una grande armata reale sostenuta da tutti gli uomini liberi prescindendo dal loro stato sociale e dal loro rapporto feudale: Riccardus de Guasto sicut dixit demanium suum de Cisterna de Petra de Catella est feudum duorum militum, de Portacara feudum unius militis, et de Moncilione feudum unius militis; proprii feudi milites quatuor et cum augmento obtulit milites octo et servientes decem.

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