Franco Valente

15 gennaio. S. Mauro. A Venafro vi era una sua chiesa.

S.Angelo

La chiesa dei Santi Angeli a Venafro, una volta dedicata a S. Mauro

Franco Valente

La chiesa di S. Angelo sembrerebbe inserita quasi casualmente tra le facciate delle case della Via per Dentro, la strada interna di Venafro che si sovrappone all’antico decumano maggiore della città romana.

Nella realtà la sua facciata si pone come conclusione visiva di un vicolo, detto della Bifora, che su detta via si innesta ortogonalmente.

Anche se mantiene il titolo di Chiesa dei Santi Angeli, e che i Venafrani chiamano semplicemente S. Angelo, in origine era dedicata a S. Mauro, il santo allievo di S. Benedetto.

Ne abbiamo notizia dagli “Annali di Venafro” di Cosmo De Utris (vol. VII, p.87) che ricorda che la chiesa di S. Angelo sia stata costruita nel 1613 sulla diruta chiesa di S. Mauro:
An. 1613. A 29 di marzo la Curia Vescovile di Venafro concedé a nuovi confratelli della Congregazione dell’Angelo Custode promossa da fra Crisostomo d’Avella la chiesa scoverta e diruta di S. Mauro (precedente consenso di D. Nicandro Storzullo Rettore di essa) sita dentro la città, la quale però fu rifatta con mutarseli il titolo, prendendo quello di S. Angelo Custode: e la Confraternita che comprendeva non solo preti e secolari, ma ben anche maschi e donne fu perfezionata e stabilita sotto il pastoral zelo di monsignor D. Vincenzo Martinelli che fu vescovo dal 1632 al 1635.
A 10 febraio poi del 1647 fu questa Confraternita aggregata all’Arciconfraternita di S. Michele Arcangelo di Roma e fino al 1690 circa comprendeva e preti e secolari, e maschi e donne. Indi si vede ristretta a soli preti, i quali in agosto 1711 la fecero aggregare alla Congregazione de Chierici sotto il titolo dell’Assunta eretta dal Priore Francesco Pavone dentro il Collegio della Compagnia di Giesù in Napoli
”.

Sull’altare maggiore della piccola chiesa una volta era sistemata una pala che oggi si conserva nel Castello di Venafro.

Una giovane Madonna viene tirata in alto dalla mano dell’Eterno che esce dalle nuvole mentre in basso sono schierati i Santi Nicandro, Marciano e Mauro e gli Arcangeli Michele e Raffaele.
Dunque la presenza dell’Assunta nel quadro è da mettere in collegamento alla richiamata decisione del 1711.

Questa circostanza farebbe collocare l’opera in un periodo comunque di poco successivo al 1711, anche se i caratteri dei due santi (Nicandro e Marciano) posti sui due limiti in basso, sembrano essere addirittura di oltre un secolo più antichi.

Appare chiaro, infatti, che le figure dei due santi siano state integralmente copiate dal quadro cinquecentesco della basilica di S. Nicandro che, attribuito a Teodoro d’Errico, era ben conosciuto agli inizi del XVIII secolo a Venafro.

S.Nicandro2

Nicandro e Marciano nel quadro di Teodoro d’Errico nella basilica di S. Nicandro a confronto con quelli di S. Angelo

Semplice è anche il riconoscimento di S. Michele Arcangelo, ritratto con la bilancia nella mano sinistra e la spada nell’atto di schiacciare Satana, e di S. Raffaele con il piccolo Tobiolo.

Invece il santo che appare sulla destra con un reliquiario in mano dovrebbe essere S. Mauro, in ricordo della originaria titolarità della chiesa.

In facciata la chiesa presenta due sole aperture e cioè il portale, tutto in pietra di S. Nazzario sormontato da una pronunziata cornice triangolare, e il finestrone semicircolare.
Il disegno generale e l’inconsueto taglio del finestrone fanno pensare che l’attuale prospetto sia una modifica di quello preesistente della chiesa di S. Mauro.

L’attuale finestrone non sarebbe altro che la riduzione nella parte inferiore di un precedente rosone.

L’interno a pianta longitudinale, tutto in stucco riccamente fasciato da cornici, accenna nella composizione spaziale ad una pianta centrale con l’apposizione della cupola nella parte centrale da cui si sviluppa un finto transetto.

Attaccata alla chiesa vi è una costruzione che svolgeva oltre che la funzione di sagrestia anche quella di sede della Confraternita di preti.

I suoi due prospetti si sviluppano su tre piani e in quello che affaccia su vico Plebiscito rimane traccia di una porta a tutto sesto con elementi in pietra tufacea, ora murata. Serviva per accedere in un locale rettangolare, comunicante con la chiesa.

Al piano superiore si aprivano due finestre rettangolari, di cui una è ora murata, in pietra tufacea, con davanzali modanati.
L’ambiente rettangolare, coperto da una volta a botte decorata da motivi geometrici in stucco, serve per raggiungere l’organo mediante una malandata scala in legno.
Nel campanile a vela è posta la campana originale che reca la data 1615. Gennaro Morra, la cui casa era confinante con la chiesa, in un suo appunto nota che la data risulta apposta mediante incisione su una precedente data limata. Si tratta, evidentemente di una campana, forse del secolo precedente se non più antica, proveniente da un’altra chiesa.

La chiesa, sebbene praticamente abbandonata, è in buone condizioni e basterebbe poco perché possa essere utilizzata per usi collettivo, considerando che ormai la sua funzione religiosa è irrimediabilmente persa.

Alcuni lavori di rifacimento eseguiti nel 1993 hanno risolto i problemi della copertura, ma per un restauro generale forse si preferisce aspettare che prima o poi cominci a crollare.

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