Franco Valente

L’arca di Berardo d’Aquino a S. Maria della Strada di Matrice

Da oltre un decennio non era possibile vedere quella bellissima arca trecentesca di S. Maria della Strada di Matrice nella quale è sepolto un misterioso notabile molisano.

Franco Valente
(Prima parte – Berardo d’Aquino)

Le impalcature, i pannelli e i teli sono stati eliminati e, grazie ad uno splendido restauro, finalmente possiamo osservare una delle opere d’arte più importanti della nostra regione.
Dei restauratori, cui dovrebbe andare l’apprezzamento da parte di chi visita la basilica, nessuna traccia. Ma, è noto, il Molise è poco riconoscente verso chi lavora bene.

Ma veniamo al capolavoro.


L’arca di Berardo d’Aquino

Dopo una serie di ipotesi, che piuttosto potrebbero definirsi illazioni, solo Evelina Jamison (E. JAMISON, Notes on Santa Maria della Strada at Matrice, Roma 1938) dette una risposta definitiva a chi voleva sapere chi fosse lo sconosciuto personaggio sepolto in quella monumentale arca funebre.


Il frontespizio del saggio di E. Jamison (bibl. prov. Albino)

Un personaggio i cui eredi, per una incomprensibile motivazione, non fecero completare l’epitaffio che il lapicida aveva cominciato a scrivere sul bordo della pietra di copertura del baldacchino.

Si noterà, infatti, sulla sinistra l’avvio di una epigrafe che avrebbe preso l’inizio da un solito  HOC…

Tre lettere che alimentarono la fantasia dell’Ambrosiani (V. AMBROSIANI, La chiesa badiale di S. Maria della Strada in Matrice archeologicamente descritta e dilucidata, Campobasso 1887) che, male leggendo quei caratteri “alla gotica” vi individuò un improbabile “boa” e vi vide la sigla del mitico re Bove a cui, oltre le peccaminose azioni sulla propria figlia, si attribuisce anche la costruzione di tutte le chiese romaniche del cuore del Molise per liberarsi dal peccato della sue relazioni incestuose.


HOC… . L’epitaffio non completato

Su questo epitaffio mai completato avrò modo di tornare più avanti.

Però, anche se il nome del personaggio non è stato inciso sulla pietra, sappiamo a quale nobile famiglia egli appartenesse.

Lo scudo alla gotica antica con le insegne domestiche, ripetuto due volte sul sarcofago non lascia dubbi, anche se la sua cattiva interpretazione portò il Masciotta a vedervi le insegne della famiglia di Sangro.

Il Gasdia (V.E. GASDIA, Sancta Maria de Strata, Riv. Stor. Ben., XVII, 1926) , pur avendo fatto una pregevole disamina del monumento, andò per farfalle ritenendo che si trattasse (non si capisce sulla scorta di quale elemento identificativo) della tomba monumentale per la sepoltura dell’abate Landulphus, presunto fondatore della badia, e poi interrotta per un’improbabile aggressione dei signori di Lupara che avrebbero deciso di utilizzarla per un loro congiunto.

La parola fine alla ridda di ipotesi, invece, viene da Evelina Jamison, alla quale, sebbene vadano ricondotti, come abbiamo già visto, alcuni clamorosi errori di interpretazione iconografica delle sculture esterne, deve essere riconosciuta l’esatta lettura dello stemma che fa bella mostra di sé sul sarcofago.

Si tratta delle insegne della famiglia d’Aquino un cui rappresentante ebbe considerevole importanza nelle vicende di Campobasso.


Lo stemma dei d’Aquino

Il blasone più conosciuto dei d’Aquino è quello composto da tre bande di rosso in campo di oro, inquartato con l’arme ancora più antica dei Summucula, costituita da un campo troncato di rosso e d’argento con un leone rampante di argento e di rosso.
In effetti lo stemma più antico dei d’Aquino è quello delle tre bande di rosso in campo di oro, come quello dell’arca di S. Maria della Strada, anche se i colori mancano e il campo di oro è sostituito da tre bande in rilievo.

Sui caratteri trecenteschi dell’arca, che attinge con tutta evidenza alla scuola di Tino da Camaino, non vi è da dubitare.
Peraltro gli Aquino di Napoli, nella chiesa di S. Domenico Maggiore, che fu la basilica di S. Tommaso d’Aquino per le sue grandi predicazioni, si conservava nella cappellla di quella famiglia una grande arca realizzata da Tino da Camaino e poi smembrata in epoche successive.

I caratteri esemplari dell’arca di S. Maria, per la finezza dell’esecuzione e per la particolarità delle decorazioni, ci fanno ragionevolmente ritenere che il mausoleo sia stato eseguito proprio nella bottega sopravvissuta alla morte di Tino avvenuta nel 1337 e che sia stato commissionato quando il personaggio che poi vi fu sepolto era ancora in vita.

Lo lascerebbe supporre proprio l’incompletezza dell’epitaffio che sarebbe rimasto al solo HOC per un evento che non conosciamo ma che possiamo immaginare se condividiamo con la Jamison che le ossa riposte in quest’arca siano di Berardo d’Aquino, conte di Loreto, che venne nel 1339 a sposare a Campobasso Tommasella di Molise dopo che questa era rimasta vedova di Riccardo di Monforte, morto in Sicilia in una spedizione militare nel 1338.

Cosa abbia fatto di particolare in vita questo Berardo nessuno lo sa. Certamente, però, il suo titolo prestigioso fu molto utile a Tommasella che ne approfittò per aiutare il figlio Carlo di Monforte (avuto dal precedente matrimonio con Riccardo) quando fu imprigionato per essere giudicato per una serie di delitti di cui fu accusato insieme alla moglie Sancia de Cabannis che, invece, fu condannata a morte.

Di Berardo d’Aquino abbiamo una fugace conoscenza dai documenti raccolti da Francesco Scandone per ricostruire le vicende della famiglia d’Aquino. Certo è che egli, se da una parte permise alla moglie di conseguire il titolo di contessa di Loreto, a sua volta, come ricorda Benedetto Croce (1932),  ottenne il dotario che il primo marito aveva lasciato a Tommasella sul Castello di Campobasso, sul Casale di S. Giovanni in Golfo e sul castello di Montorio.

Dunque nell’arca di S. Maria della Strada dovrebbe esserci il corpo di questo signore, ma nel tempo vi furono aggiunti i corpi di almeno altre due persone di cui non si sa assolutamente nulla.
Neppure sappiamo il motivo per cui Berardo sia stato sepolto in questa basilica. Forse se l’epitaffio fosse stato completato ne avremmo saputo di più.


Berardo d’Aquino

Ma quali sono i motivi per cui rimanga di quella scritta solo un HOC?
Il pregio delle sculture e l’assenza nel territorio campobassano di un monumento simile fa ritenere che l’opera si stata fatta perlomeno a Napoli. La circostanza, poi, che Berardo pare non abbia avuto eredi diretti, fa pensare che il monumento sia stato commissionato quando ancora era in vita e l’HOC sarebbe dovuto essere l’abbrivio di un epitaffio che altri avrebbero dovuto scrivere.
Certamente dovette accadere qualcosa di inaspettato per cui la scritta non fu completata.
Sappiamo che Berardo passò a miglior vita nel 1345.

Quale fu la causa di una sepoltura senza particolare attenzione per il morto? A chi appartengono gli altri due congiunti corpi messi nello stesso sarcofago?

Forse non lo sapremo mai. Però rimane la bellezza di un’opera monumentale che, oltretutto, è ricca di elementi carichi di significati simbolici.

(CONTINUA con la seconda parte – I caratteri monumentali ed artistici)

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2 Commenti

  1. brunas 14 gennaio 2013 at 14:31

    Caro Architetto, ho utilizzato la foto presa qui per il mio blog dormonosullacollina.myblog.it mettendo il link a questa pagina… ma l’ho fatto prima di chiedere il permesso: sono perdonata?

  2. Franco Valente 16 gennaio 2013 at 19:58

    Carissima Bruna… non solo perdonata, ma incoraggiata ad utilizzare quanto è di gradimento….

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