Franco Valente

Guardialfiera: Le lapidi antiche dicono sempre la verità?

Qualche tempo fa scrissi alcune considerazioni sulla origine della cattedrale di Guardialfiera, che è una delle chiese più difficili da capire per una serie di trasformazioni che nel tempo hanno stravolto la sua architettura.

Sulla cattedrale di Guardialfiera hanno scritto in molti, ma tutto ciò che è pubblicato deve essere, credo, riconsiderato con maggiore attenzione.


Particolare dal Pacichelli (fine XVII sec.): il Duomo.

Vincenzo Di Sabato, uno dei più attenti animatori di cultura della nostra regione, raccoglie con una pazienza quasi maniacale ogni frammento di  carta che per qualsiasi motivo reca scritta la parola “Guardialfiera”. Tra esse una poderosa tesi di laurea redatta da Rachele Nugnes per la facoltà di Architettura di Roma nell’anno 1994: La chiesa episcopale di S. Maria Assunta a Guardialfiera – Proposte preliminari per un restauro.

Una tesi che avrebbe meritato di essere pubblicata, ma che, come tanti preziosi lavori che avrebbero arricchito il patrimonio di questa nostra (culturalmente e non solo) vilipesa regione, è rimasta a disposizione solo di chi ha la fortuna di accedere agli archivi domestici degli amici.

L’ho letta con attenzione e, come tutte le cose “datate”, è meritevole di aggiornamento. Rimane, però, un tassello fondamentale per cercare di capire cosa sia successo in questo misterioso ammasso di pietre che, scomposte e ricomposte nei secoli, hanno formato architetture del tutto diverse da quella originaria, anche se le tracce di ogni epoca sono criptici registratori di una memoria storica che comunque deve essere interpretata.

Ultimamente sono tornato più di una volta a Guardialfiera per osservare con maggiore attenzione questa incomprensibile macchina del tempo alla ricerca di qualche elemento che permettesse di incastrare con una certa logica quei tasselli che sono disarticolatamente inseriti nella muratura esterna.

Da una parte mi si chiariscono alcuni sospetti. Dall’altra aumentano i dubbi.

Sapevamo che una volta la basilica era architettonicamente caratterizzata da tre navate. Poi (e sul perché dovrò tornare successivamente) il colonnato è stato eliminato ed ora essa si presenta come una chiesa ad aula unica.

Mancherebbe il timbro che garantisca che si tratti di un edificio riconducibile all’attività del vescovo Pietro, che io ritengo “desideriano” (ovvero della cerchia dei monaci di Desiderio che fu abate di Montecassino dal 1058 al 1087).

http://www.francovalente.it/2009/04/05/guardialfiera-la-sua-cattedrale-ed-il-papa-leone-ix/

Una lapide, della quale parla chiunque voglia tentare di mettere ordine, sembrerebbe dare indicazioni inoppugnabili, ma qualcosa non quadra:
PETRVS REGEBAT S. ECCL. GVARDIEN A. D. MLXXV METROP. MILONE P. M. ALEX. II (Pietro reggeva la chiesa guardiense nell’Anno del Signore 1075 mentre era metropolita Milone e pontefice massimo Alessandro II).

Una data che fa riflettere per una evidente incongruenza. Papa Alessandro II resse la Chiesa di Roma dal 1061 al 1073 e conseguentemente il riferimento al papa deve avere un altro significato, probabilmente collegabile alla consacrazione vescovile di Pietro e non all’anno della collocazione della lapide.
Perché, dunque, Pietro fece inserire nell’epigrafe il nome di un papa morto due anni prima e non ritenne opportuno citare il suo successore, sicuramente vivente in quell’anno, che era addirittura papa Gregorio VII (Ildebrando Aldobrandeschi di Soana) (1073-1085)?

Ora, se abbiamo la certezza della esistenza di un vescovo a Guardialfiera nel 1075 (quattro anni dopo la consacrazione della nuova basilica di Montecassino dell’abate Desiderio), altrettanto indubbia è l’esistenza a quell’anno di una basilica che, presumibilmente, aveva la stessa impostazione architettonica delle coeve basiliche cattedrali fortemente influenzate dall’architettura desideriana.

Intanto dobbiamo cercare di capire se prima del 1075 la diocesi di Guardialfiera già esistesse e se si abbia traccia di una presenza vescovile e, conseguentemente, di una chiesa più antica.

Una testimonianza che risulta alquanto sibillina, benché interessante, è quella dell’arciprete Donato Caluori che fece a richiesta di mons. Rocco Caliandro, vescovo di Termoli, in occasione di una visita a Guardialfiera  nei giorni 3, 4 e 5 maggio 1921.

Il Caluori cita una lettera di papa Agapito II dalla quale si dovrebbe desumere che nel 946 la cattedra di Guardialfiera sarebbe stata occupata da un  vescovo intruso (episcopus intrusus). In realtà questa lettera di papa Agapito II si riferisce in maniera precisa all’attenzione che il vescovo di Benevento debba mettere affinché non entrino intrusi nelle chiese di Trivento e di Termoli e genericamente nelle altre chiese limitrofe che erano state occupate illegittimamente, a quanto pare, da rispettivamente da un certo Leone e un certo Benedetto.

Infatti, se andiamo a leggere la citata lettera di papa Agapito scopriamo che nessun cenno viene riservato a Guardialfiera. Sicché l’attestazione più antica rimane l’epigrafe del vescovo Pietro che, ragionevolmente e in analogia con quanto sembra accadere nell’epoca di Desiderio nelle altre diocesi delle regioni contigue a Montecassino, potrebbe essere un religioso proveniente dalla cosiddetta cerchia dell’abate cassinese che poi sarebbe divenuto papa con il nome di Vittore III.

La lettera di Agapito II, invece, serve a capire che prima dell’XI secolo (e più precisamente alla vigilia dell’inizio del dominio normanno) vi fossero molte sedi vescovili vacanti e affidate all’amministrazione del vescovo di Benevento benché occupate da vescovi intrusi. In questo caso la richiamata lettera di Agapito II potrebbe essere utile solo per non escludere che la cattedra di Guardialfiera fosse compresa tra le chiese che genericamente vengono individuate come costruite o da costruire (… constructae vel construendae…):
… et quod Triventina et Termolensis ecclesiae antiquitus subditae fuissent Beneventano episcopo, pariterque ei omnes aliae ecclesiae, quae constructae vel construendae sunt infra terminos istarum et aliarum per civitates et castra, cunctaque loca Beneventanae provinciae contra instituta … (J.P. MIGNE, Patrologia latina,  Agapeti papae II. Epistolae et Privilegiae, Agapeti papae II epistola ad Leonem et Benedictum in ecclesias Triventinam et Termolensem intrusos. Anno 947).

Perciò la citazione di Caluori non ci fornisce alcun aiuto concreto.

Rimane da osservare l’impianto generale della basilica per cercare di vedere se mantenga un qualche elemento riconducibile alle architetture dell’epoca “desideriana”.

Come è noto l’abate Desiderio è considerato un vero e proprio architetto in quanto gli si attribuisce una diretta partecipazione alla progettazione delle chiese che caratterizzarono il suo abbaziato. In particolare ci si riferisce alla basilica di S. Angelo in Formis (l’unica che ci è pervenuta pressoché intatta nelle sue forme architettoniche) e a quella di Montecassino, più volte distrutta e ricostruita.


Ipotesi ricostruttiva dell’impianto interno della cattedrale di Guardialfiera all’epoca del vescovo Pietro (1075).

E’ stato ampiamente dimostrato che le basiliche desideriane (S. Liberatore sulla Maiella, S. Pietro ad Oratorium, Isola Liri, Aquino, Venafro, Isernia, ecc.) rispondono, tra l’altro, a moduli costruttivi che rinviano a precise regole geometriche in cui la fanno da padrona i moduli quadrati per la definizione dello spazio interno.
Per fugare il sospetto di una utilizzazione del quadrato nell’impostazione della basilica di Guardialfiera sono bastate le due misurazioni della lunghezza e della larghezza per capire che la planimetria del suo interno è il risultato dell’accoppiamento di due quadrati.

Una straordinaria semplificazione che rappresenta una ulteriore testimonianza dell’attendibilità dell’ipotesi desideriana della sua architettura.

Ma gli elementi stilistici che confermano l’epoca desideriana della seconda metà del XI secolo ci vengono dalla sottostante cripta e dalle due absidi scoperte durante le fasi di restauro.

Ma di questo parleremo in altra occasione.

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1 Commento

  1. Carmelo S. FATICA 22 maggio 2016 at 14:57

    Intanto vorrei ricordare, tramite Luigi Mucciaccio, che il giorno 1° giugno 2016 ci sarà l’apertura della Porta Santa nella chiesa di Guardialfiera. Tornando all’impianto planimetrico della chiesa, il più volte adottato schema dei due quadrati contigui, detto “quadrato lungo”, rappresenta l’iniziazione mistica religiosa. L’uno è la “camera del mezzo”, l’altro è la “camera della conoscenza”. Chi ha progettato la chiesa, oltre a conoscere le nozioni dell’antico corso di studi del “Quadrivium”, le ha dato l’anima, cioè l’anima mistica, senza la quale la religione assume il carattere di una filosofia. Sarebbe poi interessante conoscere i “numeri” delle misure interne dell’edificio e la sua orientazione (quasi sempre omessi, non so perché!), che erano molto significativi per le chiese delle epoche passate: la Gerusalemme terrestre rappresentata dalla chiesa, era il riflesso di quella Celeste dei cieli. Sbagliare il rapporto con il Cielo significava non far nascere la chiesa.

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