Franco Valente

Venerdì 27 gennaio 2012 L’OLIVO DI VENAFRO di Ferdinando Alterio

Venerdì 27 gennaio 2012 L’OLIVO DI VENAFRO di Ferdinando Alterio

Volturnia Edizioni e Parco Regionale dellOlivo di Venafro
vi invitano a
Venafro
Salone del Castello Pandone
Venerdi 27 gennaio 2012
ore 17,30

FERDINANDO ALTERIO

L’OLIVO DI VENAFRO
Viaggio nel cuore olivicolo del Mediterraneo

Introduzione di Franco Valente:

La leggiadra ed ubertosa pianta dell’ulivo vegeta nel suolo venafrano rigogliosa e superba da non perdere molto al paragone con le più alte e robuste querce. Così Francesco Lucenteforte alla fine del secolo XIX.

Spesso basta una leggenda per dare lustro ad una città, specialmente se le origini di quella città vengono legate alla presenza di un personaggio famoso. Venafro può vantare addirittura due leggendari personaggi che avrebbero contribuito alla sua nascita e alla sua fama: Diomede e Licinio.
Di Diomede parla Servio, il primo letterato che abbia commentato Virgilio (Qui feruntur in Vergilii carmina commentarii) vissuto a cavallo tra IV e V secolo d.C., il quale attribuì al mitico eroe Diomede la fondazione di Venafro dopo l’eroica presa di Troia.

Diomede, dopo aver girovagato per l’intero bacino Mediterraneo e dopo aver fondato un gran numero di città sulla costa adriatica, si inoltrò nell’entroterra per fondare Benevento e Venafro: Nam Garganum a Phrygiae monte Gargara vocavit et Beneventum et Venafrum ab eo condita esse dicuntur.

Più complessa è la leggenda di Licinio il cui nome sopravvive in quella particolare oliva che in sua memoria ancora oggi si chiama “liciniana”.
A questa leggenda attinse anche Vincenzo Cuoco che nel suo romanzo storico Platone in Italia dedicò un intero capitolo raccontando che Cleobulo aveva scritto una lettera a Platone nella quale riferiva una storia appresa dal vecchio possidente sannita Attilio di Duronia:
Abbiamo tentati e vinti molti siti; ve ne rimangono ancora molti altri da tentare. Voi Greci credete che l’ulivo non prosperi a quaranta miglia dal mare; tempo fa lo credevamo anche noi; e gli abitanti delle Mainardi e della Maiella erano costretti a comprar l’olio dagli abitanti delle terre vicine al mare. Il mio amico Licinio ha voluto introdurre l’ulivo nella sua patria. Egli era cittadino di Venafro. Dopo lunghe ricerche, fra le tante specie di questa pianta, ne ha trovata finalmente una capace di sostenere il freddo delle paterne montagne; e l’olio di questo ulivo non cede all’olio dei Salentini e dei Tarantini.
Voi forse talvolta passerete per Venafro. Vedrete le petrose falde delle Mainardi ricoperte dell’albero sacro a Minerva.
Dimandate a quegli abitanti qual nome esso abbia? Tutti vi risponderanno Licinio. Quando sarete al sesto miglio di là da Venafro, sulla via che conduce a Capua, nel sito appunto ove il Durone scarica le sue poche acque nel Volturno, voi vedrete una colonna, sulla quale vi leggerete queste parole:
Questo monumento
i buoni cittadini di Venafro
hanno innalzato
all’ottimo loro concittadino Q. Licinio
il quale
il primo, ha introdotto nelle terre venafrane
l’utile ulivo.
Verrà un tempo o passeggiero
e questo monumento non vi sarà più
sarà stata anche Venafro
e delle sue leggi e delle vittorie dei suoi figli
la fama ne parlerà appena
simile al vento che bisbiglia tra le vallate di Picino.
Ma noi abbiamo imposto il nome di Licinio
all’ulivo che era suo dono
onde i posteri possano rammentarne il donatore
anche quando il tempo avrà distrutto
il nostro monumento e la nostra città
ed avrà fatte obliare
le sue leggi e le sue armi

Di questa colonna ricordata da Vincenzo Cuoco non si sa più nulla, anche se Giovanni Sannicola (Poche parole sulla città di Venafro e sul monumento eretto nella stessa in onore di Licinio, Napoli 1845) sostenne che era stata posta nel territorio di Pentime, oggi in agro di Sesto Campano, a segnare il luogo in cui sarebbe stato sepolto Licinio.

Più concretamente parlano dell’olio di Venafro i più celebri scrittori romani: Catone (M. P. Catone, De Agricoltura), Orazio (Q. Orazio Flacco, Odes et epodes),  Varrone (M. T. Varronis, Rerum rusticarum libri tres)  Strabone (Strabone, De Geographia), Plinio (G. Plinio Secondo, Naturalis Historia), Marziale (M. V. Martialis, Epigrammaton libri XIII ). e Giovenale (D. I. Iuvenalis, Satirae ).

Quest’ultimo prese spunto dalla bontà dell’olio di Venafro per ridicolizzare Virrone, un personaggio romano dalle abitudini sicuramente singolari: Ipse venafrano piscem perfudit: at hic, qui pallidus adfertur misero tibi caulis, olebit lanternam … (D. I. Iuvenalis, Satirae, I, 5, v.85).
Virrone era un padrone di casa sicuramente molto particolare perché si divertiva a trattare male i suoi ospiti.
Giovenale racconta che una sera egli riservò per sé il vino invecchiato e raro, mentre agli invitati dette un vino pessimo che immediatamente li rese ubriachi sicché la cena si trasformò in una zuffa tra invitati suoi amici ed invitati che erano ex schiavi che vennero alle mani.
Virrone beveva in coppe di ambra e di berillo. Se gli invitati bevevano in quelle coppe, li faceva controllare dai suoi servi per evitare che qualcuno le rubasse.
Gli invitati venivano serviti da uno schiavo nero dall’aspetto spaventoso mentre  Virrone era assistito da un servo di bell’aspetto che faceva finta di non sentire gli ordini degli altri.
Pane duro ed ammuffito viene dato agli ospiti e appena qualcuno cercava di prendere il pane morbido e bianco servito al padrone, interveniva una guardia che lo induceva a rinunciare.
A questo punto il colpo di scena. Viene servita un’aragosta che, in un letto di asparagi, mostra la coda verso i poveri invitati ai quali viene servito un gambero su mezzo uovo sodo.
Sul pesce Virrone versa olio di Venafro, mentre agli ospiti viene dato un olio lampante, cioè quello usato per le lucerne
Un olio che era così acido che una volta un tale che lo aveva usato alle terme dopo il bagno, fece allontanare tutti per il tanfo prodotto da quell’unguento.

Orbene tutte queste citazioni erano ampiamente conosciute e gli storici locali hanno ripetutamente attinto ad esse per decantare la bontà dell’olio venafrano. Mancava un’opera letteraria e scientifica che fosse interamente dedicata allo studio dell’olio di Venafro e delle olive da cui viene tratto, ma in un contesto più ampio.

Un’opera che permettesse di conoscere l’importanza dell’olivo non solo nella letteratura, ma anche negli aspetti insoliti o comunque poco conosciuti.

Era da tempo che si attendeva l’opera annunciata da tempo da Ferdinando Alterio, al quale  unanimemente è riconosciuta la maggiore competenza nello studio della flora del territorio dell’Alta Valle del Volturno e in particolare di Venafro.

Di Ferdinando Alterio conoscevamo le sue conferenze con le quali, con grande maestria e elevata capacità espositiva, aveva più volte affascinato tracciando la storia dell’olivo venafrano e delle sue peculiarità. Ora l’opera che ci mette a disposizione risolve l’esigenza di poter consultare in qualsiasi momento tutto ciò che ci era stato raccontato ed illustrato.
Il lavoro di Alterio è singolare perché nella sostanza è una schedatura ragionata di tutto ciò che è stato scritto sull’olivo in generale, ma con una rivisitazione finalizzata a collocare l’olivo di Venafro in un contesto molto più vasto e che coincide con il grande mondo che si affaccia sul bacino mediterraneo.

Così chi lo leggerà avvertirà che la sua devozione a questa pianta va al di là degli interessi professionali e scientifici perché attraverso un complesso lavoro di sintesi egli riesce a coniugare le citazioni letterarie alle considerazioni scientifiche traducendo in un linguaggio semplice ed immediato concetti altrimenti complessi.

Man mano che si scorre il testo si rimane avvinti nel sapere quanta parte della letteratura, della poesia, della mitologia, della simbologia abbia visto nell’olivo la pianta più nobile tra quelle che l’uomo ha utilizzato per le proprie necessità.
Già ci aveva provato nel 1879 Francesco Lucenteforte, trattando degli “Ulivi” nella sua  Monografia fisico-economico-morale di Venafro.
Egli scriveva che la raccolta delle ulive è per Venafro tempo di continua allegrezza; e chi nelle belle e tepide giornate d’inverno, che qui non sono rare, si reca a passeggiare per gli uliveti, li trova allietati di quasi tutto intero il nostro popolo e di molti che vi traggono da’ circostanti paesi.

Oggi la condizione complessiva degli oliveti di Venafro meriterebbe una maggiore attenzione da parte dei privati e, soprattutto, da parte della pubblica amministrazione.
Non è raro vedere Ferdinando Alterio scendere dalle coste della montagna di S. Croce, che egli conosce come le sue tasche, o passeggiare osservando a testa in su le verdeggianti chiome di ulivi del Campaglione o misurare la circonferenza di antichi esemplari liciniani alla Croce di Pozzilli.
Non è solo la conseguenza del suo amore per la natura e per la più sacra delle piante, ma anche il segno della sua preoccupazione perché un patrimonio così importante possa in qualsiasi modo essere, anche in minima parte, compromesso.
Questa opera costituisce un momento fondamentale per la nostra cultura storica perché è anche un richiamo al dovere di trasmettere alle future generazioni un patrimonio che il mitico Licinio, migliaia di anni addietro, volle mettere a frutto nella Valle del Volturno.

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1 Commento

  1. Guido Lastoria 24 gennaio 2012 at 21:20

    Caro Franco, dopo aver letto su altromolise.it l’articolo dal titolo : IL MOLISE NON ESISTE,a firma di Gessica Di Lollo,che condivido pienamente e che certamente anche tu avrai letto, mi vien fatto di pensare che anche l’olivo di Venafro sia una testimonianza, una buona prova dell'” ESISTENZA ” del MOLISE.
    Cordiali saluti, Guido Lastoria

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