Franco Valente

A Bologna, sulle tracce di Giacomo Caldora, ho visitato la Madonna del Monte.

A Bologna, sulle tracce di Giacomo Caldora, ho visitato la Madonna del Monte.

Approfittando dell’invito di Titti Mosca ho visitato a Bologna l’antica chiesa di S. Maria del Monte, che è attaccata alla napoleonica Villa Aldini.

Da qualche tempo a Bologna alcuni Soci del Touring Club , con il coordinamento di Marina Regonini, dedicano volontariamente il loro tempo perché musei, chiese e istituzioni in genere inaccessibili siano aperti e visitabili. L’iniziativa avviata a livello nazionale dal Touring Club con la collaborazione dei Volontari per il Patrimonio Culturale  va  sotto il titolo di “ Aperti per voi” e se ne trova notizia in http://www.touringclub.it/club/pg/pages/view/2349/.

Tra gli accompagnatori della visita guidata, organizzata dalla Università Primo Levi in collaborazione con Touring Club e Musei Civici d’Arte Antica  Comune di Bologna, anche la prof.ssa Lucia Arena, geografa, che ha illustrato la Rotonda di S. Maria del Monte che agli inizi del XIX secolo fu annessa alla villa che il ministro napoleonico Aldini si era fatto costruire su uno dei luoghi più belli di Bologna.

Lucia Arena, grazie alla sua puntuale conoscenza storica non solo del complesso, ma anche del suo contesto urbanistico e territoriale, ha fatto rivivere con grande maestria gli episodi salienti di uno dei monumenti più importanti della città, probabilmente sconosciuto a buona parte degli stessi bolognesi.

Ho accolto volentieri l’invito alla visita perché la storia di S. Maria del Monte, in qualche modo, si intreccia con l’epopea di Giacomo Caldora, molisano di Castel del Giudice, che nel 1428 vi stabilì le sue truppe per bombardare la città di Bologna.

Faccio uno stralcio delle vicende di Giacomo Caldora (F. VALENTE, Castelli, rocche e cinte fortificate del Molise, in preparazione) che occupa una parte rilevante della storia dei capitani di ventura del XV secolo.

Giacomo Caldora nel 1424 era intervenuto per la parte angioina alla liberazione della città di L’Aquila che era circondata dalle truppe comandate da Braccio da Montone. Secondo una versione degli avvenimenti in quella occasione Braccio fu ucciso dallo stesso Giacomo che lo aveva fatto prigioniero dopo averlo ferito in uno scontro diretto (http://www.francovalente.it/2010/08/18/6798/ ).

1425
Dopo questo storico avvenimento papa Martino V decise di avvalersi delle capacità di Jacopo e nel 1425 lo assoldava per una serie di spedizioni in Umbria.

Dopo aver posto il campo presso Perugia si diresse a Città di Castello per recuperare i territori che erano stati di Braccio da Montone. Nel mese di luglio di quell’anno, alleato di Pietro Colonna governatore della Marca, con 3000 fanti e 1500 cavalieri, spostava il suo esercito da Ancarano per superare l’Aso ed aggredire Ascoli Piceno. Con una serie di attacchi tutti con esito favorevole, grazie anche all’aiuto di Giosia Acquaviva, conquistò Monte Brandone, Spinetoli, Monsampaolo del Tronto, Comunanza e Mozzano.

Nel mese di agosto entrò vittorioso ad Ascoli Piceno da cui Obizzo da Carrara fuggiva per rifugiarsi a Milano. Completata la spedizione Jacopo Caldora tornò a Roma con 30 cavalli a rendere omaggio al papa. La sua fama si ingrandiva sicché veniva contattato dai Fiorentini che gli chiesero di passare al loro servizio proponendogli il soldo per 500 cavalieri per un anno di ferma ed uno di beneplacito.

Il papa non gli consentì di sciogliere i patti sottoscritti. Anzi gli fu ordinato di ritornare in Abruzzo. Jacopo, invece, si alleava con Ludovico dei Michelotti, Pietro Colonna ed Antonuccio dell’Aquila per riprendere la direzione di Perugia. Si scontrarono con Giovanni da Varano, Antonio da San Severino e Luigi dal Verme. Riuscì a raggiungere Colfiorito dove la nuova impresa ebbe termine per l’intervento del papa e di Guidantonio da Montefeltro, conte di Urbino. Ma a ottobre gli arrivò una nuova proposta dal duca di Milano che gli offriva una condotta di duemila cavalli.

1426
Nel giugno del 1426 lo vediamo ancora all’attacco dei territori di Ascoli Piceno alla testa di 1500 cavalieri e 3000 fanti. Gli Ascolani gli aprirono la porta del Mercato ed egli facilmente conquistò la città saccheggiando le case degli Smeducci e prendendo prigionieri Antonio da San Severino e i suoi parenti.

Conquistò le fortezze di Bisaccia e della Torre e pose l’assedio alla città di Pitino da cui Apollonio Smeducci correva a Roma a chiedere l’intervento del papa. Nel mese di novembre Antonio Facino gli chiedeva di passare al servizio dei Veneziani.

1428
Nel luglio del 1428 poneva il campo nei pressi di Fano dove venne raggiunto da Carlo Malatesta. Insieme raggiunsero Cesena per arrivare nel territorio di Forlì dove si accampò nei pressi di San Martino mentre Medicina entrava in suo possesso. Da Budrio spostò i suoi uomini nel territorio di Bologna occupando Casalecchio di Reno dopo aver privato il borgo dell’acqua che serviva per i molini.

A novembre fu nominato capitano generale e si diresse ad occupare Bazzano. Presso la rocca di Monteveglio, dopo averla incendiata, catturò Gaspare Papazzoni. Conquistato Oliveto, Crespellano, la valle di Samoggia e Piumazzo, si accampò nei pressi di San Felice sul Reno per tornare poi a Corticella da dove si diresse a porta Galliera di Bologna dove fece uso di bombarde per colpire la città.

Nel mese di dicembre portò un attacco più pesante a porta Galliera e si scontrò con Luigi da San Severino. Riuscì a catturare 200 fanti che avevano tentato una sortita per incendiare il suo accampamento e far saltare le munizioni. Senza perdere tempo li fece impiccare ma quando tentò di prendere il borgo di San Giacomo gli catturarono due soldati immediatamente impiccati dai difensori.

1429
A febbraio del 1429 tentò l’assalto alla città da porta Lame utilizzando di nuovo bombarde e nel mese di marzo ritentò di nuovo da porta Galliera. Di fronte alle difficoltà opposte dai difensori provò la strada della corruzione. La congiura venne scoperta e i traditori vennero impiccati e i loro corpi squartati esposti sulla porta di San Felice.

Jacopo allora cambiò strategia e cominciò a fare terra bruciata attorno a Bologna devastando l’intero territorio. Catturò Antonio Gallucci e, dopo aver preso San Lorenzo in Collina, pose un campo a Borgo Panigale. Occupò la chiesa di Santa Maria del Monte che attrezzò per utilizzarla come postazione per bombardare l’abitato.

Ancora una volta provò la scorciatoia del tradimento. Inviò Antongaleazzo Bentivoglio per trattative segrete con il gonfaloniere del popolo Alberto dal Ferro. Gli fu promesso che sarebbe stata aperta la porta di San Vitale che era custodita dagli uomini di Alberto. I soldati che dovevano eseguire l’operazione furono fatti nascondere da Jacopo nella chiesa dei Santi Giacomo e Filippo. Scoperti furono impiccati e squartati.

Nel mese di aprile sottrasse a Battista Canedoli le torri di Buonconvento e di Ponte Poledrano (Castel Bentivoglio) e si diresse a Borgo Panigale da dove, nel mese di maggio, spostò di nuovo l’esercito a Corticella per un nuovo assalto attraverso il borgo di San Pietro. Respinto anche in questa parte, decise di disporre le sue forze da ponte Maggiore alla Fossa Cavallina ed a San Ruffillo. Nel mese di agosto, quando venne sottoscritta una tregua, lasciò Bologna passando per Bagnacavallo, Carpena e Cesena.

1430
L’anno successivo Jacopo tornò di nuovo a Bologna, perché nell’estate del 1430 i bolognesi si erano ribellati al pontefice, e fece disporre i suoi militi lungo il Reno deviando le acque per impedire i rifornimenti alla città. Conquistò un barracano sul canale di Cavadiccio ma non riuscì a mantenere la posizione per la difesa dei suoi abitanti. Anzi quattro soldati vennero presi ed impiccati immediatamente. Lasciò anche Corticella per accamparsi nei pressi del ponte di Sant’Antonio a San Vitale.

Dopo una breve tregua abbandonò l’assedio di Bologna e tornò a Napoli per farsi pagare da Giovanna d’Angiò le precedenti prestazioni militari. Dal gran siniscalco Nicola Caracciolo, mancando denaro liquido, ricevette i castelli di Bari e di Carbonara. Jacopo pretese dalla regina il conferimento del titolo di duca di Bari. Nel 1431 gli venne attribuito anche l’incarico di capitano generale ma subito dopo fu assoldato dal papa Eugenio IV contro Antonio Colonna.

Il papa personalmente gli conferì il comando e con 3000 cavalli e 1600 fanti si avviò a conquistare una serie di centri situati lungo la Casilina: Ripi, la Banca, Colleferro, Molara, Montecompatri, Borghetto. Mentre si predisponeva all’assedio di Genazzano accettò 13000 fiorini dal principe di Salerno perché rinunciasse all’impresa. I delegati del papa gli offrirono un prezzo maggiore ed egli immediatamente ritornò a militare per lui. Jacopo consolidava intanto la sua posizione a corte con una serie di apparentamenti dei suoi congiunti con i familiari di Sergianni.

Suo figlio Antonio avrebbe sposato una delle figlie del Caracciolo e sua figlia Maria avrebbe sposato Troiano Caracciolo, altro figlio di Sergianni, e un’altra sua figlia si sarebbe unita in matrimonio con Francesco Sforza. Ma fu proprio il matrimonio di Maria Caldora l’occasione per chiudere l’avventura di Sergianni che, dopo il rientro di Giovanna a Napoli, aveva accresciuto il suo potere ottenendo il ducato di Venosa e il principato di Capua.
(continua)

Rotonda della Madonna del Monte di Villa Aldini
http://informa.comune.bologna.it/iperbole/cultura/luoghi/38938/id/37007/

La Rotonda è inglobata all’interno di uno degli edifici più visibili e caratteristici dei colli bolognesi, quella Villa Aldini nata per impulso di Napoleone e per volontà dell’allora suo ministro Antonio Aldini. All’interno della villa, la piccola rotonda romanica avrebbe dovuto servire da sala da musica o da pranzo.

La sua costruzione risale tuttavia a molto tempo prima ed è al centro di una leggenda che la vuole edificata a seguito di un “segnale divino”: nel 1116 infatti, Picciola, figlia di Alberto Galluzzi e vedova di Ottaviano Piatesi, stava costruendo una chiesa sul colle allora chiamato di San Benedetto, quando le apparve una colomba che con il becco trasportò tante pagliuzze e pezzetti di legno fino a formare un grande cerchio.

L’episodio fu interpretato appunto come un segnale divino, a cui Picciola non poté disubbidire dando la forma circolare alla pianta della chiesa che si andava costruendo. Al di là della leggenda, che comunque riprende elementi veritieri (la pianta della nostra chiesa è un cerchio pressoché perfetto, quasi perfettamente orientato secondo i punti cardinali), una data vicina all’inizio del XII secolo pare probabile per la fondazione della chiesa, in concomitanza con il grande fiorire di istituzioni religiose anche per la zona collinare prospiciente la città (es. eremo di Ronzano e Santa Maria del Monte della Guardia).

Quel che resta oggi della Rotonda sono le immagini della Madonna e gli affreschi degli Apostoli, che risalgono alla seconda metà del XII secolo, esempio prezioso e raro di arte romanica bolognese.

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