Franco Valente

Oggi 2 giugno è anche la festa di S. Erasmo. A Isernia un’antica chiesa rupestre gli è dedicata

Oggi 2 giugno è anche la festa di S. Erasmo. A Isernia un’antica chiesa rupestre gli è dedicata.

Nel 1985 (pubblicato sull’Almanacco del Molise di Enzo Nocera del 1986) Francesco De Vincenzi e Davide Monaco scrissero un saggio su questa chiesa i cui ruderi sopravvivono sul versante orientale della città, sull’antico sentiero che collegava il Castello di Isernia a S. Cosma.

Molti ritennero che le Amministrazioni Pubbliche, e in primo luogo il Comune di Isernia e la Soprintendenza, sensibilizzate da questo lavoro di ricerca sarebbero intervenute per salvare questa rara testimonianza di arte ed architettura medioevale.

Sono passti 25 anni (un quarto di secolo, ovvero una generazione) ma della cosa nessuno si è interessato.

Oggi le cose sono cambiate al Comune di Isernia ? Si spera che un po’ di cultura interessi la nuova amministrazione, se non altro per dimostrare che essa si voglia caretterizzare con una ventata di novità.

Senza chiedere l’autorizzazione ai colleghi Francesco De Vincenzi e Davide Monaco (ma so che me lo consentono) ho ritenuto opportuno pubblicare su questo sito quello che scrissero un quarto di secolo fa e che rimane tutt’ora assolutamente insuperato.







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1 Commento

  1. Francesco de vincenzi 27 settembre 2012 at 14:08

    Franco, il tempo continua a passare, lento, ma soprattutto muto.

    Il cenobio resta, invece, sempre più mutilo, con ulteriori ferite lasciate da chi, in sant’Eramo crede di trovare non so cosa o quale tesoro.
    Le pareti dell’abside che nell’Almanacco definisco a “ferro di cavallo” sono state soggette a ulteriori aggressioni, la nicchia centrale alla stessa abside ha perso definitivamente le proprie forme, la base di colonna sopravvissuta nel basamento del portale interno è stata martellata lungo la bordatura, i sedili in muratura sono ancora più monchi, speriamo soltanto che qualcuno, nel tentativo di appropriarsi dell’affresco, non ne distrugga definitivamente l’identità.

    Tralasciando l’indubbio significato documentale dettato dall’inusuale identità architettonica del complesso, il tesoro cui accennavo, invece, è li, presente ma “invisibile” agli occhi dei teorici e dei cosiddetti addetti ai lavori.
    Pochissimi, direi nessuno (te escluso), hanno intuito l’importanza che questo cenobio insieme a quello della Madonna del Piede rappresenta nell’ambito dello studio dei percorsi altomedioevali in quest’area della Penisola, quando l’itinerario principale di attraversamento della città, posto tra il castello e il monastero di santa Maria, ricalcava l’asse congiungente la via Romana con il Matese. (ma questo dato di fatto sconvolgerebbe l’assioma che stabilisce via marcelli quale prioritario asse di percorrenza urbana -e conseguenzialmente del tratto territoriale interessato- in ogni epoca storica).

    Probabilmente la concretizzazione di una realtà storica, se scaturita dalla logica e dall’osservazione come tante volte ci è accaduto, è considerata fantastoria (per tutte ricordo la tua splendida, e inizialmente derisa e contestata, intuizione “vico Giobbe-ingresso al tempio di Giove”).
    Restiamo ad attendere che più attendibili strumenti archeologici (caso mai utilizzati da studiosi provenienti da altre realtà geografiche e culturali -secondo un’usanza ben perseguita in loco del nemo profeta in patria-) o di archivio, arrivino a concretizzare quello che noi ci affanniamo a dimostrare attraverso la conoscenza del territorio e l’analisi dei caratteri stilistici e delle localizzazioni delle antropizzazioni che lo caratterizzano.

    Ovviamente ti ringrazio per aver inserito nel tuo interessantissimo sito le nostre deduzioni di 25 anni fa.

    Con grandissima stima e ammirazione.
    Francesco de Vincenzi.

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