Franco Valente

Nel Molise a sinistra avanza il nuovo. Nel Molise avanzare significa essere di troppo.

Nel Molise a sinistra avanza il nuovo. Nel Molise avanzare significa essere di troppo.

Nel Partito Democratico c’è un mare di gente educata e perbene. Di questi approfittano i furbetti. I loro e le loro manutengole che sono peggio dei furbetti.

Hanno fatto del Partito una loro casa privata e vanno avanti con le furberie del padrone di casa che non paga le tasse e vuole che i suoi vicini le paghino senza spiegare il perché.
Il Molise è in generale il luogo dove si perdono le grandi occasioni.

Per colpa della destra (noi dovremmo dire “grazie alla destra”) si era creata l’occasione per la costruzione di un progetto politico capace di ridare dignità ad un popolo imbrigliato dalla rete del potere di pochi incolti.

Nel Partito Democratico erano entrate menti capaci di avviare questo processo.

I manutengoli continuano a mantenere la coda a strascico in una cerimonia della quale fanno parte nella piena convinzione di esserne gli scenografi.

Il problema di questo Partito Democratico è che non sa scrivere la sua storia. Fra qualche anno, quando qualche speranzoso storico di politica locale cercherà di scrivere un saggio sulla storia del Partito Democratico, negli scaffali (mi fa specie chiamarli archivi…) non troverà uno straccio di documento scritto sulle riunioni, sulle decisioni, sui sogni, sulle aspirazioni dei suoi attori.

La mia preoccupazione è che i “notai” del Partito Democratico molisano (quelli che dovrebbero registrare gli avvenimenti e trascriverli da qualche parte conservandone gli originali) sono gente che ha famiglia e che della storia del Partito non gli frega niente.

Leva e Ruta sono la massima espressione del copia-incolla che impazza su Internet. Ma all’inizio non erano così. O perlomeno non lo davano ad intendere.

Sembravano i “ragazzi-progigio” della politica molisana. E noi abbiamo creduto in loro. Con il passare del tempo il prodigio è passato e sono rimasti solo i ragazzi. Ragazzi che non sognano altro se non la loro personale sopravvivenza.

Ruta nella prima fase di costruzione del partito era stato capace, con una strategia perfida e machiavellica, di individuare un corpo pensante che avrebbe potuto costruire una ragionevole base programmatica. Quella che noi vecchi chiamiamo IL PROGETTO POLITICO.

Si era inventato un organismo, “I DIPARTIMENTI”, individuando il meglio dei cervelli che all’interno del partito potevano costruire scientificamente il futuro della politica. Nel campo dell’arte, dell’agricoltura, dell’economia, della storia, della sanità. In ogni campo.

Sembrava che stesse partendo il nuovo millennio della politica molisana. Sembrava la Montecassino degli inizi dell’XI secolo. Una rivoluzione strutturale.

Una grande intuizione.

In tanti abbiamo sognato di dare un contributo alla costruzione di questo sogno e ci siamo sentiti entusiasticamente coinvolti all’interno di una strategia che sembrava credibile.

Ruta, se fosse stato meno furbo e più intelligente, avrebbe potuto vivere di rendita per il resto della vita con questa intuizione. Ma gli sono mancati gli attributi del grande leader.

Si è scoperta tutta la sua limitatezza quando praticamente ha chiuso tutti i responsabili dei Dipartimenti in una scatola e li ha buttati a mare.

Una offesa alla cultura e al buon senso. Una manifestazione di incapacità a collocarsi nella storia.

Si è innamorato dei fascisti di Venafro e di qualche personaggio maschile e femminile in cerca di notorietà. Ha tradito il Partito Democratico creando il nuovo partito di “Alternativa” (“la seconda forza politica del Molise” come improvvidamente l’ha chiamata prima che affondasse come una carretta del mare).

Gli è stato dietro l’altro ragazzo-prodigio, il ragazzo-segretario Leva, che, invece di sbattergli la porta in faccia e fargli incenerire il capo per una decina di anni con gli abiti laceri, lo ha accolto come un grande stratega.

E’ stata la loro fine.

Ruta e Leva ormai per la storia politica molisana non rappresentano più nulla.

Riusciranno ancora per poco a mantenere come cicoria ammazzettata qualche povero Cristo che pensa che uscire dal Partito Democratico possa significare un atto di incoerenza, ma la storia è inesorabile verso i furbi.

I “nuovi” dirigenti, quelli che fanno le strategie, sono il peggio che il Partito Democratico poteva esprimere perché hanno il grosso limite della buona fede.

La “buona fede” forse serve nelle chiese. In politica porta al precipizio.

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1 Commento

  1. Antonio libero Bucci 23 giugno 2012 at 11:06

    Caro Franco ….ci conosciamo dal 1977 o 78 non ricordo bene quando nei locali della vecchia biblioteca comunale di fronte alla questura di Isernia facevamo le riunioni di Democrazia Proletaria…non so se le ricordi ….bei tempi…. io avevo quasi diciotto anni.
    Voglio farti una domanda che in questi anni più volte ti ho fatto riferita a te ma ora voglio riferirla a me……perchè credi che in tanti anni a partire da quelle riunioni ho sempre cercato una nuova sinistra attraversando come anima in pena ….i verdi….i verdi arcobaleno….i radicali…..i socialisti….di sinistra e anche di destra….poi la Rosa nel Pugno. ma mai il PCI poi Cosa poi PDS poi DS poi unitamente ai democristriani (Rosi Bindi e Binetti ) PD……cosa credi che mi abbia sempre respinto da questo partito purtroppo egemone nella sinistra italiana?????…..sai quanto ti stimo, e, tra tanti so riconoscere l’acutezza di giudizio e la cultura e la libertà…..come mai quelli come me non hanno mai riconosciuto in questo partito la loro casa ????Per favore sii franco di nome e di fatto nella risposta….
    Antonio Libero Bucci

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