Franco Valente

Come offendere la storia – Ecco a voi il Palazzo Reale di Venafro

Come offendere la storia. Prendete esempio da Venafro

Ecco a voi come è ridotto il Palazzo Reale

Nella Reggia di Caserta al piano nobile è esposto anche un quadro di Filippo Hackert che rappresenta una scena di caccia. Vi è ritratto il cosiddetto Ponte Reale che collega la piana di Venafro alla tenuta di Torcino. Il quadro è firmato e datato: Ph. Hackert, pinx Caserta 1786.

Sul ponte, nelle parte più alta, sta il re Ferdinando IV che spara verso i cinghiali. Ai suoi lati due file di fucilieri.

I cinghiali vengono costretti dai battitori ad entrare nel Volturno dove una rete tesa da una sponda all’altra impedisce loro di sfuggire ai colpi.

Per partecipare alle battute di caccia di Torcino Ferdinando alloggiava a Venafro nel palazzo che aveva ricavato adattando a residenza reale alcune case acquistate dalla famiglia Coppa.

In questo palazzo venivano portate le bestie dopo la caccia e pesate davanti al popolo.

Di questo acquisto riferisce Salvatore Palermo (Notizie del Bello, dell’Antico e del Curioso che contengono le Ville Reali, Napoli 1792)

 

Ponte Reale, benché trasformato, ancora esiste mentre il palazzo reale, nella parte alta del centro antico della città, è ormai al collasso definitivo, dopo decine di anni di abbandono e di saccheggi.


Il palazzo è oggi così ridotto.

 

Qualche anno fa è stata saccheggiata una intera rampa di scale in pietra e il portale sta per crollare per l’urto di un mezzo meccanico in uso durante lavori di ristrutturazione di altre case del vicolo.


Così si presenta oggi l’ingresso di quello che fu il Palazzo Reale di Ferdinando IV a Venafro

Lo scritto che segue è tratto dal mio volume Venafro, origine e crescita di una città, del 1979.

Palazzo reale

Nel catasto onciario del 1750, al foglio 682 leggiamo:
D. Tiburzio Coppa Patrizio di questa città di Venafro (omissis).
Abita in Palazzo proprio con due Portoni il primo in Parrocchia di S.ta Maria di Loreto, ed il secondo in Parrocchia di S. Giovanni de Platea, confinante col giardino della Canonica Principale, Seminario, Canonico D. Nicandro Seravolo ed altri“.

Dal successivo catasto del 1775 si ricava che in quell’anno gli eredi di D. Tiburzio Coppa non erano più proprietari del palazzo.

Quattro anni prima, nel 1771, l’immobile infatti era stato acquistato da Ferdinando IV di Borbone per utilizzarlo come residenza in occasione delle sue venute a Torcino nel periodo della caccia.

Il palazzo Coppa è stato distrutto quasi completamente durante l’ultimo conflitto mondiale. Quello che rimane è ridotto nel più completo abbandono e a malapena si notano i segni di un intervento architettonico sicuramente in gran pregio. La parte che rimane appartiene all’ala meridionale, nella zona di accesso. Il portale reca la data 1704 con il nome dei Coppa.

A tale periodo, dunque, deve farsi risalire la costruzione anche se, come per le altre case di Venafro, l’impianto prende spunto da edifici più antichi e prima esistenti sullo stesso luogo. Al di sopra del portale rimane una torretta di gusto raffinato per la presenza di un loggiato all’ultimo piano.

Il Lucenteforte nella sua monografia su Venafro nel riportare i beni appartenenti al Seminario nel 1754 cosi riferisce:
… più attaccato ad esso Seminario vi sono due stanze, una sopra l’altra, dette la torre, fine il Sig. Tiburzio Coppa ed altre attigue“.

Viene quasi spontaneo collegare la descrizione alla torretta sul portale del Palazzo ma da un esame più attento dei ruderi della zona, probabilmente la “torre” citata dal Lucenteforte potrebbe essere un’altra, ma sempre nell’ambito dello stesso complesso.

Il palazzo Coppa, infatti, si trova situato sul limite nord occidentale della cinta muraria medioevale e si sviluppa in parte utilizzando lo stesso muro di difesa.

Dall’esame planimetrico è possibile in tale zona individuare una struttura quadrangolare esterna alla linea muraria e che in precedenza poteva essere stata una torre. In tal caso la torretta del portale potrebbe essere semplicemente una parte aggiunta proprio in occasione delle trasformazioni effettuate sul palazzo dopo l’acquisizione da parte dei Borboni.

Giancarlo Alisio in “Siti reali dei Borboni” (1976) ha pubblicato recentemente due interessanti planimetrie del Palazzo Reale di Venafro, ritrovate nell’Archivio di Stato di Napoli.

Dai due disegni a penna ed acquerello si ricava la destinazione d’uso degli ambienti.

Appartamento Reale del R.l Casino di Venafro.
1. Scala principale. 2. Corridoro coverto con altra grada al cortile. 3. Scala. 4. Stanza da pranzo. 5. Prima anticamera. 6. Seconda anticamera. 7. Stanza da letto. 8. Due Retroverse. 9. Loggia in piano alle d.e Stanze. 10. Stanza con ritretto. 11. Cortiletto scoverto. 12. Piccola loggia scoverta, per cui si cala alle stanze delle Donne di servizio. 13. Due stanze per guardaroba. 14. Stanza per il Consiglio del Re N° Sig.re. 15. Stanzolino per l’ajuto di Camera. 16. Stanza per le R.li Guardie. 17. Stanza con alcova, e stanzolino pel Principe della Riccia. 18. Real Cappella. 19. Cortile scoverto avanti le sud.e due Scale. 20. Stanza ove si pesano i Cinghiali. 21. Picciol Cortile scoverto. 22. Stanza per la cucina della Regina N.a Signora. 23. Due stanze per l’Esenti delle R.li Guardie

Ultimo piano del Real Palazzo di Venafro.
1. Scala. 2. Piccola loggia scoverta. 3. Tetti che coprono la Reale abitazione. 4. Altri tetti, che possono avere qualche uso. 5. Due stanze. 6. Sala. 7. Corridio con Ristretto. 8. Cortiletto scoverto. 9. 10. Altro tetto di passaggio ad una piccola Stanza, la q.le è segnata col num° 12, situata al di sotto la Torretta“.

Il Masciotta riferisce: “... l’antica casa dei Coppa, che Carlo III di Borbone ridusse a Palazzo reale commettendone gli affreschi a Francesco Celebrano che vi dipinse le cacce“.

Di questi affreschi oggi non si vede alcuna traccia.

Per quanto riguarda le caratteristiche generali della composizione planimetrica del palazzo ci sembra opportuno ripetere l’analisi dell’Alisio:
Purtroppo, allo stato attuale, solo dall’esame delle piante dell’edificio, conservate presso l’archivio di Stato di Napoli, ci è consentito di ricostruire l’aspetto dell’antica residenza reale che, suddivisa tra diversi proprietari, per essere adatta alle nuove funzioni, ha subito trasformazioni tali da ritenere totalmente alterata l’originaria fisionomia.

Soltanto nella zona d’ingresso una piccola torre ed alcuni vani in stato di pericolosa fatiscenza   sussiste ancora la primitiva veste architettonica settecentesca, e la data del 1704, scolpita sul portone a semplice fascia liscia di pietra locale, conferma la preesistenza dell’edificio all’acquisto borbonico.

Nelle piante è altresì chiaramente leggibile l’aggregazione di più nuclei preesistenti articolati intorno ad un cortile e determinata dall’esigenza di una più ampia residenza regale; infatti dal pianterreno due scale   una posta a fianco dell’ingresso e l’altra in fondo al cortile   confluiscono, nei piani superiori, in una loggia creata col preciso scopo di ottenere un efficiente disimpegno fra le diverse zone.

Tale mancanza di organicità e l’assenza di un disegno unitario si rifletteva molto probabilmente anche nella facciata dove ritengo dovesse essere assente una soluzione generale a favore, forse, di decorazioni a stucco, limitate alle finestre e perdute nelle successive rifazioni. Soltanto pochi elementi, di chiara derivazione fughiana, sono ancora visibili nella balaustra e nel coronamento della piccola torre. 

Nel 1771, oltre al palazzo, l’intera tenuta fu ingrandita con 1’acquisto dal principe di Conca del feudo di Mastrati, incorporato poi in quello di Torcino. Fu tuttavia soltanto nel 1775 che vennero eseguiti i lavori di ampliamento e di adattamento del palazzo, aprendo, fra l’altro, una comunicazione con il vicino seminario “per averci la comunicazione dalla Casa del Vescovo al Cortile del Palazzo di S.M.”.

In un vasto programma di sistemazione generale, si restaurarono in quell’epoca altri edifici per alloggiarvi i gentiluomini del seguito e si costruirono nuove strade per migliorare i collegamenti sia allo interno di Venafro che nell’ambito del territorio circostante

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3 Commenti

  1. GianGuido Santucci 17 settembre 2012 at 20:35

    è così, anche per monumenti ben più importanti di questo palazzo che in fin dei conti non era altro che un casino di caccia del re. Ma quando Pompei, il Colosseo, la passeggiata del Pincio sotto la Casina Valadier sono soggetti a crolli di murature ed intonaci la cosa diventa preoccupante se pensiamo che non sono episodi isolati ma un trend che accumuna tutti i beni colturali sparsi nel paese ……ci vorrebbero dei governati diversi, più lungimiranti ed attenti alla cosa pubblica.

  2. Alessandro Cotugno 18 settembre 2012 at 00:57

    Il 03/05/1788 nasce a Venafro Cotugno don Michele Tommaso, nel 1807 si sposa con Silvestri donna Angela, lui ha 19 anni e di professione fa il CUSTODE DEL REAL PALAZZO, abiteranno nel Palazzo Reale. Morirà il 17/05/1833 a 45 anni…

    Suo figlio Cotugno don Domenico nato nel 1807 sarà come il padre il CUSTODE DEL REAL PALAZZO, si sposerà il 18/10/1840 a 33 anni con Scarselli donna Maria Carolina, abiteranno nel Palazzo Reale, morto il 24/03/1877 a 70 anni nel Palazzo Reale…

    Il 17/01/1832 muore Cuozzo Signor Francesco nel Real Palazzo, dove abita e dove esercita la professione di Facchino del Real Palazzo, nato nel 1776 e sposato con Cotugno donna Maria Maddalena Brigitta nata nel 1784…

    Il 11/06/1865 si sposa Cotugno donna Maria Celestina, figlia di Domenico (Custode del Palazzo Reale), nata nel 1844 con Vernieri don Gennaro, nato nel 1840 a Napoli, figlio di orefici, di professione Guardia del Palazzo Reale…

    Il 16/08/1879 si sposa Cotugno Angela, nata nel 1863 con Moraca Francesco, nato nel 1852 di professione Guardia del Palazzo Reale…

    Una curiosità: di questo ramo dei Cotugno discendono solo i Vernieri Cotugno (anche se in origine sono imparentati con tutti il resto dei Cotugno di Venafro). Il 14/06/1906 Vernieri Ernesto acquisisce il cognome Cotugno (cognome della madre Maria Celestina). La richiesta fu fatta il 22/03/1906 a Vittorio Emanuele III dallo Zio materno Monsignore Arcidiacono Don Michele Cotugno nato nel 1842, alla morte dei genitori lo prende in custodia e visto che il fratello Emilio sposato in età avanzata non ha eredi, chiede di aggiungere al nipote il cognome della madre in modo da lasciargli l’eredità della famiglia.

    Franco grazie come sempre per le tue splendide ricerche…

  3. Virginia Ricci 15 febbraio 2013 at 16:46

    grazie anche da parte mia.

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