Franco Valente

Cercando i Templari nel Molise si arriva nel territorio di Ferrazzano

Cercando i Templari nel Molise si arriva nel territorio di Ferrazzano

 

Esattamente 10 anni fa Cristian di Paola d’Ortona mi fece dono di un suo volume dal titolo intrigante “Sulle tracce dei templari – I Cavalieri del Tempio dalla Terrasanta al Molise”.

Da allora ad oggi si è fatta parecchia strada alla ricerca delle tracce molisane di questa misteriosa organizzazione, ma il libro di Cristian di Paola rimane ancora un punto fermo per chiunque voglia tentare ulteriori approfondimenti nella nostra regione.

Anche perché le fonti storiche sono piuttosto avare e perché ogni volta che si tocca questo argomento c’è chi, con molta sufficienza, taglia corto dicendo che si tratta di cose tutte da dimostrare.

Probabilmente non è proprio così e perciò credo sia opportuno continuare nella ricerca perché ogni tanto nuovi elementi arricchiscono il quadro entro cui collocare anche singoli episodi che forse in un tempo prossimo ci permetteranno di avere una maggiore consapevolezza di cosa abbiano significato in un’epoca che ragionevolmente possiamo porre tra l’XI e il XIV secolo.

Un piccolo squarcio, per esempio, è venuto da Giuseppe Zio che ha recentemente pubblicato su “Il Ponte” una serie di considerazioni (che io riporto integralmente in coda) sulla presenza dei templari nel territorio di S. Martino in Pensilis che egli conosce particolarmente.
http://www.ilponteonline.it/index.php/attualita/italia/item/1639-san-martino-i-templari-e-la-storia-di-civita-reale

Oggi ne aggiungo un altro partendo dai regesti che Fulgenzio Gallucci,  vescovo di Boiano, fece raccogliere nella prima metà del XVII secolo dopo aver catalogato 201 documenti cartacei che erano nell’archivio diocesano.

Queste preziose sintesi di documenti andati poi distrutti si conservano oggi nell’archivio della diocesi di Boiano-Campobasso e sono stati studiati da P.F. Keher, E. Jamison, D’Andrea e G. De Benedictis che li ha trascritti nel 1990 (I Regesti Gallucci, a cura di G. De Benedittis,  Napoli 1990).

A proposito del documento che viene catalogato con il n. 20, così Fulgenzio Gallucci riassume:

1208, agosto 10
Nell’anno 1208 Alli 10 di Agosto Mons(igno)re Ray(naldo) vescovo di Boiano si aggiusta della decima che gli spetta della cultura di San Salvatore di Tappino, che havevano comprata li Templari dal sig(no)re Ray(naldo) del Monte Vairano, con fra Nicola di Coll’alto Maestro delle Case del Tempio di Puglia, e Terra di Lavoro, e riceve quattro onze d’oro dal d(ett)o fra Maestro Nicola per commodo del Vescovado presenti e consentienti molti Canonici, e se ne fa instrum(en)to per mano di Giodice Guglielmo di Boiano ut supra.


Terrazzamenti su Colle Campanaro

Al di là delle specifiche condizioni contenute nello strumento redatto presso la curia di Boiano nel 1208, a noi interessa il particolare del riferimento alla esistenza della chiesa di S. Salvatore che aveva un ampio terreno a disposizione acquistato da un certo Rainaldo di Monte Vairano per il quale i Templari pagavano una decima che corrispondeva a quattro once d’oro.

Null’altro si dice del perché i Templari, che allora erano guidati da Nicola di Coll’alto, che il Gallucci dice essere Maestro delle Case templari di Puglia e di Terra di Lavoro, abbiano deciso di posizionarsi in un luogo che apparentemente, rispetto ai moderni assi di collegamento stradale, sembra essere fuori di ogni rete di collegamento.

Si tenga presente che secondo il documento sarebbe stato abitante di Coll’Alto che si trova a un centinaio di metri dal nucleo abitato di contrada Tappino, a ridosso dell’antico braccio-tratturello che lo collega al tratturo maggiore Pescasseroli-Candela.

Coll’Alto è un toponimo abbastanza consueto nel Molise e si ritrova anche tra i feudi riportati nel Catalogo normanno dei Baroni. Nel nostro caso potrebbe trattarsi di quel feudo che nel medesimo catalogo viene subito prima di Vinchiaturo (Junclatoro) e che anche da E. Jamison ed E. Cuozzo non veniva esattamente localizzato e che va sotto il nome di “Locollatam”:
Maria uxor Caradocti tenet de eodem Jordano Locollatam quod est feudum unius militis et augmentum eius est miles j. Una inter feudum et augmentum obtulit milites duos et servientes duos. Una sunt demanii et servitii predicti Arnaldi de propriis feudis milites iiijor et augmentum sunt milites iiijor. Una sunt inter proprium feudum et augmentum tam demanii quam servitii obtulit milites viii et servientes sex.
(E. JAMISON (a cura di) Catalogus Baronum, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Roma 1972. E. CUOZZO (a cura di), Catalogus Baronum – Commentario, Roma 1984).

Un braccio-tratturello che dall’altra parte dell’abitato di Tappino si dirige verso Campobasso e che incrocia una strada nella parte più alta della dorsale che prende il nome di “Presepe” che, se si potesse documentare come toponimo antico, avrebbe lo stesso significato di Sepino, ovvero di luogo recintato e attrezzato per tenere gli animali.

Da “Presepe” la strada, ora asfaltata, passa sul versante occidentale di Colle S. Salvatore per scendere poi in terra battuta nella sottostante “Valle Verde” per sfiorare Ferrazzano e dirigersi verso la lontana S. Croce di Magliano e, presumibilmente, verso il Gargano e Monte S. Angelo.

Se si volesse andare alla ricerca degli elementi murari dell’antica chiesa di S. Salvatore di Tappino l’impresa sarebbe ardua. Sappiamo della fine che fecero i Templari e i loro edifici nel XIV secolo, ma, nel nostro caso, alla loro eliminazione (o comunque alla loro dispersione) è succeduto anche un sistematico abbandono dei luoghi che si sono in molti casi inselvatichiti o, comunque, pesantemente modificati sia nella proprietà che nella utilizzazione agricola o residenziale.

Eppure, nonostante le insidie del tempo e le trasformazioni dell’uomo, a distanza di oltre 6 secoli sopravvive il toponimo di Colle S. Salvatore in una zona che si trova tra la contrada di Tappino e Ferrazzano, a poca distanza in linea di aria dal letto del rio Tappino.


Casino Barone a Tappino

Il luogo è chiamato così dagli abitanti del posto, ma è così definito anche nelle mappe catastali dove si chiama “Colle S. Salvatore” la parte relativa al piccolo colle che oggi è in parte ricoperto da bosco ceduo, e genericamente “San Salvatore” un’ampia zona sottostante.

Dalla descrizione degli abitanti della zona, sulla sommità del colle, all’interno della intricata boscaglia, non vi sarebbero tracce di edifici, ma personalmente sono convinto che in qualche parte debba esistere ancora l’impianto della chiesa di S. Salvatore. Una ricerca archeologica potrebbe dipanare il mistero.

Non saprei dire, sulla scorta di semplici ipotesi, se quel luogo avesse anche un sistema di difesa di tipo castellano. Per arrivare ad una conclusione attendibile solo lo scavo archeologico  ci può aiutare.

Per il momento aver ritrovato un complesso templare è già di per sé un buon indizio per immaginare una rete organizzativa che comunque implicava una presenza costante in questa parte del territorio molisano. Ma la semplice ipotesi certamente non può essere soddisfacente.

Forse qualche elemento di maggiore interesse si trova in una piccola e quasi gemella collina che è a poche centinaia di metri da Colle S. Salvatore: Colle Campanaro.

A parte la leggenda popolare secondo cui il nome deriverebbe dalla caduta di una campana da una torre campanaria non più esistente e finita in un sottostante lago naturale, vi è la tradizione orale della esistenza di una piccola città che sarebbe stata distrutta da un terremoto.

Qui una ricognizione, benché superficiale, permette di sostenere con ragionevole certezza che anticamente vi fosse una struttura castellana, o comunque fortificata, dotata almeno di una torre circolare dal diametro di circa 5 metri posta allo spigolo settentrionale di un terrazzamento naturale dal perimetro irregolare derivato dalla rettificazione artificialmente del suo profilo.
Tracce di una torre a Colle Campanaro

Di questa torre si riconosce la struttura per il particolare ed anomalo avvallamento circolare del terreno che lascia immaginare un crollo avvenuto in un’epoca imprecisata.

Tracce di muratura fatta utilizzando ciottoli di fiume (presumibilmente derivati dal sottostante Rio Tappino) appaiono nell’area immediatamente sottostante la torre.


Tracce di murature su Colle Campanaro

Di S. Salvatore di Tappino fa cenno Giuseppe Maddalena Capiferro in Templari tra Aprutium e Comitatum Molisii (AA. VV., I Templari nell’Italia centro-meridionale, Tuscania 2008).

Di un altro insediamento templare nel territorio di Ferrazzano fanno un rapido accenno B. Capone, L. Imperio e E. Valentini (B. CAPONE – L. IMPERIO – E. VALENTINI, Guida all’Italia dei Templari, Roma 1997) a proposito di un “casale di S. Bartolomeo” citato in un documento angioino del 1275 (R. FILANGIERI, I Registri della Cancelleria Angioina, Napoli 1979, vol. XII, doc. 198).

Cercheremo di saperne di più.

 

APPENDICE
San Martino, i Templari e la storia di Civita Reale
di Giuseppe Zio

Il bello della storia, secondo Erodoto che l’ha inventata, è non tanto raccontare dei fatti, cosa che, peraltro lui faceva benissimo, e spesso anche in modo ruffiano, ma indagare, supporre, ricercare come fa un detective nei meandri dei fatti accaduti. Ma il bello, aggiungo io, è che spesso nel districarsi fra testimonianze e documenti, si trovano cose, fatti ed episodi, fortuite, che non si cercavano e che, sono per questo doppiamente gradite.

E il caso che mi appresto a raccontarvi è propriamente uno di questi. Mentre mi incaponivo sul come e quando è possibile datare l’attribuzione al grande Vescovo di Tours il nome del mio paese, partendo dall’idea che esso sia dovuto alla forte presenza dei franchi e poi dei Normanni sul Gargano, per la presenza di Monte Sant’angelo, luogo centrale della cristianità e della nostra storia, ho trovato una traccia diversa su un documento del 1306 nel quale i Templari, che ebbero come propria mansione il Monastero di san Pietro in Terra Maioris, l’attuale Torremaggiore, nel 1288, che era prima benedettino e altri castri (paesi) come San Severo e un casale detto Royarium che, apprendiamo sia stato oggetto di devastazione e rivendicazione da parte degli abitanti di S. Martino in Pensule.

Di questa aggressione i Templari si lamentano in un documento del 3 novembre 1306 indirizzato al Re Roberto d’Angiò. I templari contavano nella Capitanata circa 67 possedimenti fra Conventi, castri , masserie e casali e ciò perché ritenevano cruciale quella zona per la presenza della via dell’angelo che portava a Monte Sant’Angelo, ma anche perché era una stazione nelle grandi vie che portavano da tutta Europa verso Gerusalemme e la Terra santa. La Via Francigena, la Via Romea e la Via dell’angelo erano controllate da questi monaci guerrieri e è risaputo che valore avessero anche dal punto di vista commerciale.

Per molti secoli la vera storia l’hanno fatta i pellegrini!

La loro presenza finì in Capitanata come altrove quando L’ordine fu soppresso e il suo capo De Moley messo al rogo dal Papa e dal re di Francia. Il 25 gennaio 1313 Roberto d’Angiò, per parte dei cavalieri di San Giovanni, scrive a Bartolomeo De Capua e Giovanni Pipino di Barletta, affermando che la baronia di Torremaggiore e San Severo, già dei Templari, era in loro possesso come tutti gli altri beni appartenenti all’ordine soppresso.

La domanda che si pone, riguardo all’episodio delle aggressioni dei sammartinesi, dove fosse ubicato questo casale Rojarii. Nei secoli precedenti Il castrum Rojarii, è identificato tra tra i beni di Terra Maioris, nella conferma di Ruggero II del 1134 e c’è anche una conferma di Papa Alessandro III, del 1168, che lo nomina fra gli altri possessi dei benedettini, in Comitato Larinensi Castrum Rotari. Il Leccisotti ci dice anche  che un documento angioino del 1274 che il castrum Rogiani o Roiate confinava con quello di San Martino in Pensule. Evelyn Jamison, nel catalogum Baronum federiciano corregge erroneamente in Roganum, identificandolo con Rignano Garganico, mai attestato fra i possedimenti di Torremaggiore.

Esso è nominato in molti documenti di epoca angioina, ma da castrum, cioè Villaggio, unità urbana, diventa progressivamente semplice casale. Gli elenchi delle terre del giustizierato lo  menziona tra Porta candium e Pleutum (antica san Paolo Civitate). E così arriviamo al documento di Bonifacio VIII, con data 9 Luglio 1295, che da Anagni assegna il Monastero di Terra Maggiore, una cum castris S.Severi, S. Andrea de Scarsia, Rivalesi et casalis ipsium monasterii Torre Maioris.

Nel 1300 esso è ancora importante come città poiché vi è un elenco con data 20 settembre di quell’anno, di luoghi colpiti dalla sovrattassa Pro Allevatione, nel quale San Martino è tassato per 19 once, Porta Candium per 2 once e Royarium per ben 9 once. Questo toponimo è citato per altri documenti fino al 1328, nella forma Clericis S. Joannis de Royario.

Una volta riconosciuta l’ubicazione nel territorio del Contado di Larino e riconosciuta l’evoluzione linguistica del nome stesso, resta da vedere a quale degli attuali contrade si può attribuire attorno a San Martino in  Pensilis. E qui a Sud Est del paese si apre il Vallone detto di Reale e qui per definire meglio la zona ci viene in aiuto il Vescovo Tria che, nelle sue Memorie storiche della Diocesi di Larino, ebbe il merito di dedicare attenzione sistematica alle chiese e ai casali distrutti. Il Tria afferma: ”Città Reale si vuole posta dove è la Chiesa di sant’Antonio Abate e che a mille passi da questa Chiesa si veggono muraglie in piedi e insieme i vestigi delle sue abitazioni. Questo Luogo fu nominato  Città Regale” Il Pollidori cita Città Regale come un Oppidum dell’antica Cliternia.

La notizia è ripresa da Luigi Sassi che afferma che lì, dall’antica città di Cliternia, una giovane nobile si sia rifugiata e abbia partorito Leone e Adamo, fratelli che diverranno benedettini e santi. Bisogna anche dire che siamo molto vicini, a pochi chilometri da Montesecco, feudo dei Boccapianola, e dal Monastero benedettino di San Felice, dove presero il saio San Leo e San Adamo.

Il Tria ci consegna della zona anche una cartografia precisa dove è localizzato Reale, che ritroviamo anche in altre carte  come quelle dello Zatta e del Cassini. Il Tria elenca alcune strade a partire dalla mura di San Martino ed elenca alcune chiese distrutte lungo tale strada, secondo distanze espresse in passi: San Bartolomeo (più 50 passi); San Rocco (più 9 passi), San Nicola (più alcuni pochi passi); San Giacomo (più alcuni passi); San Antonio a Reale (1000 passi). Si ha una distanza dal paese di circa 1420 passi e cioè 2,600 chilometri che è la distanza stradale tra San Martino e Reale.

Antonio Casiglio, in un pregevole articolo, Afferma che la Contrada Sant’Antonio, attigua al Vallone Reale, è tra la Masseria Donna Francesca e la Masseria Macrellino, e ci sono testimonianze di ruderi. Oggi allo stato dei fatti Rogiarium o Royarium non è più in ombra e Reale è un po’ di più di un nome. Ed è possibile avanzare l’ipotesi che Royarium, o Rogarium, o Regale, o Reale, sia stata scissa da Torremaggiore nel corso del XIV secolo, dopo la fine drammatica dei Templari e la devoluzione del feudo e che con la separazione dei destini abbia coinciso la trasformazione dell’insediamento in semplice possesso fondiario, secondo un processo avvenuto in quei secoli. Per i sammartinesi da sempre quel luogo detto Reale ha evocato racconti e leggende di antichi palazzi, come della dimora della Regina Giovanna o di altri splendori. Oggi a questa vox populi gradatamente stiamo dando la giusta connotazione storica.

Giuseppe Zio

 

 

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1 Commento

  1. Donatella Capo 27 settembre 2012 at 11:44

    Egregio Franco Valente, caro Franco, sono sempre stata affascinata dalla tragica storia dei Templari e nella mia piccola cultura cerco di leggere ed apprendere tutto ciò che si scrive su questa parte della storia, ma purtroppo non riesco a fare molto (i Geometri non sono mai stati tanto acculturati!!)
    Qui nelle Marche c’è una spasmodica ricerca del passaggio dei templari sia stanziali che in fuga, e soprattutto nella ricerca nelle abbazie, nei vecchi ospedali (non in senso sanitatio ma di pellegrinaggio) la ricerca dei caratteristici simboli della presenza dei Sacri Guerrieri.
    Ho sempre pensato che nella loro fuga (forse anche verso la terra Santa) essi debbano obbligatoriamente essere passati per il Molise. Mi fa piacere sapere da te e da altri sudiosi che tu citi che la mia idea non era poi tanto peregrina!
    Come al tuo solito, interessante , istruttivo e non lasciarci senza altre notizie in merito.
    Grazie per la tua cultura che trasfondi in noi.
    Con l’affetto e la simpatia di sempre
    Donatella Capo

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