Franco Valente

Una scena di matrimonio accaduto, uno stemma che racconta un matrimonio mai consumato e tante altre storie sconosciute nel fascione del Salone dei Conti nel Castello di Venafro

Nel fascione del salone dei Conti nel castello Pandone di Venafro, tra le altre cose, sono rappresentati significativi esempi di costumi risalenti probabilmente all’epoca di Enrico Pandone.

Per la prima volta possiamo vederli nei particolari anche grazie ad un eccellente restauro completato da qualche mese per iniziativa della Soprintendenza ai Monumenti che finalmente ha fatto eliminare una discutibile sovrapposizione di pitture dai colori “allegri” che la medesima Soprintendenza, con non poca spesa, vi aveva applicato una decina di anni fa.


I falconieri di Enrico Pandone

Si tratta di costumi di falconieri e di cacciatori di cinghiali, di anatre, di cervi.

Vi è anche una scena che molto probabilmente si riferisce al matrimonio di Enrico Pandone avvenuto a Napoli il 10 dicembre 1514.

Enrico nel 1514 aveva 16 anni quando sposò Caterina, figlia di Gianfrancesco Acquaviva d’Aragona, marchese di Bitonto, e Dorotea Gonzaga.

Il matrimonio avvenne a Napoli nella casa di Andrea Matteo Acquaviva, duca d’Atri.

Insieme abitarono il Castello di Venafro fino al 1528 quando il conte, prigioniero a Napoli, fu decapitato per essersi schierato a favore del visconte di Lautrec.


Il fascione del Salone dei Conti nel Castello di Venafro

La datazione di questo fascione è ancora più complicata perché, sicuramente pochi giorni prima del 5 gennaio 1711, Giovanni di Capua era impegnato “a rassettare il palazzo, o vogliam dire Castello, abitazione per altro comoda per più d’una corte”.

Giovanni di Capua quando ebbe in eredità dal fratello il Castello di Venafro si trovava prigioniero in Francia per essersi schierato con la Casa d’Austria durante la guerra fra Ludovico di Francia e Carlo III di Spagna.

Quando Carlo III conquistò il Regno di Napoli, Giovanni di Capua fu liberato ed ottenne la restituzione dei suoi beni confiscati, compreso il Castello di Venafro.

Nel 1707, aveva ventiquattro anni, ritornò nel Regno. Qualche anno dopo, nel 1710, conobbe la giovanissima Maria Vittoria Piccolomini con la quale si sarebbe dovuto sposare l’anno seguente.

Il matrimonio, intanto, veniva celebrato per procura a Napoli il 6 dicembre 1710.

Per questo motivo aveva cominciato grandi lavori all’interno del castello cancellando o riadattando le pitture che due secoli prima erano state volute da Enrico Pandone.

A Giovanni di Capua deve dunque riferirsi la serie di sovrapposizioni alle pitture del fascione del salone e tra esse l’applicazione del grande stemma in cui il blasone dei di Capua si univa con quello dei Piccolomini a seguito di quel matrimonio celebrato solo per procura

Lo stemma fu dipinto, dunque, prima che la sposa giungesse a Venafro il 5 di gennaio 1711. Comunque dopo il 6 dicembre 1710.

Ma Giovanni di Capua, la sera prima dell’arrivo di Maria Vittoria da Napoli, avendo perso il controllo della carrozza che guidava, fu sbalzato fuori e andò in coma per morire proprio mentre la futura sposa arrivava nel castello.

Sicché la futura sposa, che aveva solo diciassette anni, assistette alla morte del conte “e conforme venne in questa Città, se ne tornò zita, poco tempo sposa, e già vedova”.

Dunque lo stemma di Giovanni di Capua, spaccato e partito con quello di Maria Vittoria Piccolomini racconta la storia vera mai accaduta di una unione matrimoniale celebrata solo per procura e mai consumata.

(continua)

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