Franco Valente

Viaggio nell’architettura del Settecento molisano. Ripabottoni, Pescopennataro, S. Martino in Pensilis.

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Viaggio nell’architettura del Settecento molisano

Prima parte

Da Ripabottoni a Pescopennataro a S. Martino in Pensilis


Il ricciolo di Ripabottoni

Uno dei secoli particolarmente ricco di opere di architettura di pregio è stato il Settecento. In particolare per il rinnovo architettonico di quasi tutte le chiese della Regione. Soprattutto nelle facciate.

Non esiste uno studio sistematico per capire con quali modalità si sia sviluppato un criterio progettuale che in qualche modo può essere definito peculiare di questa regione pur se esiste comunque un momento che può essere fissato come punto di partenza e di riferimento per successive esperienze architettoniche che, con aggettivo brutto ma significativo, sono state contaminate nei caratteri stilistici.

E’ ovvio affermare che in architettura ogni punto della sua storia è fortemente condizionato da esperienze precedenti, però in qualche caso la presenza di un architetto di particolare prestigio rappresenta un nuovo punto da cui partire.

Aggiungo poi che nessun architetto (ma questo vale anche per qualsiasi artista) può passare alla storia se alle sue spalle non vi è un committente che reperisce o mette a disposizione i fondi necessari per fare quell’opera.
Per capire cosa avvenga nel variegato mondo del Settecento molisano si deve tener conto di una circostanza principale e di una secondaria.


Benedetto XIII – Vincenzo Maria Orsini

Quella principale è che Vincenzo Maria Orsini (1650-1730), vescovo-cardinale di Benevento nella cui giurisdizione arcivescovile entrava anche quasi tutto il Molise, diventava papa nel 1724.


Lo stemma di Giovanni Andrea Tria a Provvidenti

Quella secondaria che Giovanni Andrea Tria (1676-1761), già Nunzio Straordinario in Spagna e già vescovo di Cariati e Gerenza nel 1720,  nel 1726 dallo stesso Benedetto XIII riceveva la diocesi di Larino che manteneva fino al 1747 ottenendo nel 1740 anche il titolo di “consulente del Sacro Offizio” e vescovo di Tiro. Insomma un vescovo dagli interessi internazionali.

Al vescovo Tria, filosofo, teologo e anche storico della sua Diocesi, va ricondotta una serie di iniziative tutte tendenti ad avviare una vera e propria rinascenza architettonica seguendo sostanzialmente l’indicazione biblica di Giacomo il Minore, poi ripresa da S. Agostino: “Sicut enim corpus sine spiritu mortuum est ita et fides sine operibus mortua est” (Infatti come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta).


Frontespizio dell’opera di G.A. Tria dedicata a Benedetto XIV successore di papa Orsini

Tra le opere di cui avviò la costruzione sicuramente l’architettura più prestigiosa fu la chiesa di S. Maria Assunta di Ripabottoni la cui progettazione fu affidata a Ferdinando Sanfelice (1675-1748), che allora era considerato il massimo degli architetti napoletani.


Ferdinando Sanfelice. Chiesa di S. Maria Assunta a Ripabottoni

L’opera fu iniziata il 6 maggio 1731 e fu conclusa nel 1744.

Senza approfondire la vicenda architettonica del Sanfelice a Napoli, a noi interessa cercare di capire in che modo egli abbia potuto realizzare un tal edificio in un luogo così distante e mal raggiungibile dalla capitale. Nulla ci viene detto dalle fonti sulle modalità esecutive di una macchina architettonica particolarmente complessa non solo per l’arditezza del suo impianto strutturale, ma soprattutto per le caratteristiche della sua facciata.

Una chiesa che rappresentò una svolta per tutta la regione e richiamò certamente l’attenzione di tutti quei sodalizi artigiani che nella lavorazione della pietra, in alternativa ai lavori nei campi, cercavano una soluzione alle problematiche di un destino che sembrava di ridurre la regione ad un ruolo marginale nel quadro desolante del Meridione italiano.

Credo che proprio la sensibilità maturata all’interno di un movimento che sembrava partire da un interesse spontaneo abbia costituito la base per una rinascenza che io definirei borbonica per il sostegno che i nuovi governanti alla metà del Settecento dettero al rinnovo dell’architettura e che culminò con la costruzione della Reggia di Caserta.

Tutte problematiche alle quali certamente con queste poche righe non è possibile dare una risposta ma che costituiscono uno stimolo ad avviare una ricerca per ritrovare il bandolo di una matassa che, se dipanata, permetterà di dare una luce nuova ad un secolo che ha lasciato una imponente quantità di segni architettonici ed artistici di cui ancora non avvertiamo la corposità e, sotto certi versi, anche una certa originalità.

Forse a Pescopennataro avremmo potuto trovare le tracce di questa interessante esperienza culturale ed architettonica se il Centro Antico e le sue case non fossero stati quasi interamente distrutti alla conclusione dell’ultimo conflitto mondiale.

Eppure qualcosa ancora si può trovare.

Partirò dal particolare di una fontana che ancora sopravvive a Pescopennataro dove appare la firma dell’architetto Nicola de Lallo che la disegnò e che materialmente la realizzò.

La fontana di Nicola De Lallo a Pescopennataro

A.G.
D.O.M.
AD NICOLAVs DE
LALLO ARCHITEC
TVs HVIVS FONTIS
OPIFEx ET ADMI
NISTRATOREs HVIVS
VNIversiTATIS PRO TOTA
EADEm A.D. 1762 IN 63
EPIMA
DVRIS EX SAXIS FONTES
HAEC ATTRAHIT UNDA
AD NOS QUAE VENIT VITA LABORE SALUS
HINC OPIFEX VALEANT SEMPER  BNE SYNDICUS UNA
PRIMUS DUX ALTER CURA OPERISQUE FUIT
REXIMUS HUC FONTEm REGIMUS QUOQ: TEMPUS IN
OmNEQ HIC NOBIS SAEMP. SERUIT ET INDE CAPUT
OR SENTA CHI VUOLE SEnZ ODIO Et IRA
DI LALLO EL DUCE EL CURATOR LA MIRA

 

Penso che proprio a questo quasi sconosciuto architetto di Pescopennataro debba essere attribuita l’intuizione che il panorama architettonico della sua terra non poteva rimanere immobile mentre il resto del regno si apriva a nuove esperienze che potremmo definire senza dubbio internazionali.

Un particolare che qualche anno prima lo stesso Nicola De Lallo aveva inserito nell’ambito della facciata della chiesa di S. Pietro “princeps apostolorum” di S. Martino in Pensilis.


Facciata della chiesa di S. Pietro Apostolo a S. Martino in Pensilis

Noi sappiamo da Mario Di Tullio (autore di “Scalpellini e stuccatori di Pescopennataro” un volumetto che io considero fondamentale per partire in questa ricerca e di cui dieci anni fa feci una recensione che riporto in coda all’articolo) che Nicola De Lallo sia morto e si sia fatto seppellire a S. Martino in Pensilis dove ancora sopravvive la lapide obituaria, sciaguratamente spostata dopo averne disperso le ossa contestualmente ai lavori di restauro.


L’epitaffio della tomba di Nicola De Lallo nella chiesa di S. Pietro a S. Martino in Pensilis

 

 (CONTINUA)

 

 

APPENDICE

IN UN PREZIOSO VOLUME DI MARIO DI TULLIO L’ARTE ANTICA DEGLI SCALPELLINI DI PESCOPENNATARO

FRANCO VALENTE Venafro 2003

Da poco più di un mese è uscito dalla stampa un prezioso volume di Mario Di Tullio dedicato agli scalpellini e agli stuccatori di Pescopennataro.
La veste editoriale lascerebbe sospettare che si tratti di uno dei tanti volumetti di storia locale destinati a finire infilato nelle parti meno appariscenti delle nostre biblioteche domestiche, ma la sostanza è ben diversa.
Sono contento di possederlo con la firma autografa dell’autore perché, diversamente da come appare, il libro è una miniera incredibile di informazioni delle quali in futuro nessun cultore di arte e di architettura del Molise potrà più fare a meno.
Amare la propria terra è circostanza che appartiene un po’ a tutti, ma Mario Di Tullio con la sua opera dimostra che per il proprio paese si può andare oltre la semplice e rassegnata contemplazione.
Ci piace spesso affermare che la ricerca delle nostre radici storiche è uno degli obiettivi della cultura molisana. Di Tullio, dopo aver abilmente individuato e sinteticamente definito il luogo delle radici, è andato, invece, alla ricerca dei frutti.
Pescopennataro, come rivela il suo nome, è un paese appoggiato ad un “pesco” (ovvero un grande masso) dalla forma “pinnata”, cioè appuntita. La pietra, dunque, è il motivo del suo esistere.
Le pietre lavorate sono le tracce seguite da Di Tullio per capire come si sia diffusa nel mondo l’arte degli scalpellini del suo paese.
La cosa più straordinaria è che andando a Pescopennataro ci si aspetterebbe di trovare qualcosa di analogo a quanto è accaduto a Pescocostanzo. Invece girando per il paese, devastato dai tedeschi in ritirata, di decorazioni lapidee non rimane quasi nulla. Se si vuole capire cosa sia successo e dove sia finita l’arte dei pescolani bisogna seguire gli itinerari che Mario Di Tullio ha disegnato nel suo rigoroso “catalogo” delle opere degli scalpellini di Pescopennataro.
Si badi bene che il termine “catalogo” non è assolutamente riduttivo, come potrebbe apparire a causa dell’uso moderno che si fa di questa parola. Basti ricordare l’importanza del cosiddetto “catalogus baronum” del XII  secolo per capire quale sia il suo vero significato e quale sia l’importanza di una elencazione ragionata.
Dunque Mario Di Tullio fa un catalogo ragionato del lavoro dei lapicidi di Pescopennataro e così ci permette di capire che la loro opera dal XVIII secolo in poi, partendo dal paese, si sia allargata seguendo gli itinerari della committenza privata e pubblica (religiosa e civile) prima nel Molise e nel confinante Abruzzo e poi, nei tempi duri dell’emigrazione di massa, in tutto il mondo.
Con quest’opera si rende giustizia a personaggi che, pur avendo fatto la storia dell’architettura della nostra regione, ancora non avevano trovato un cultore che tirasse i loro nomi dalla tradizione orale e dal buio degli archivi domestici. Di Tullio ha rimediato brillantemente e così sappiamo finalmente quanto abbia lavorato Nicola De Lallo che, seguendo il gusto del settecento napoletano, fu soprattutto un architetto nel realizzare opere importantissime nella nostra regione.
Solo per nominare gli artisti del XVIII secolo, sappiamo così dei vari Ludovico Di Tullio, Raffaele Napoleone, Giovanni Crisostomo e Giuseppe Calvitti, Francesco De Lallo, Nunzio Margiotta, Domenico Fagnani, Francesco Fagnani, Pasquale Di Tullio, Vincenzo Terreri, Beniamino ed Emiliano De Francesco. Ma sono decine gli scalpellini di Pescopennataro che hanno permesso a Mario Di Tullio di consentirci di apprezzare ancora una volta un aspetto del nostro Molise sconosciuto anche a noi Molisani.
Franco Valente

 

 

 

 

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9 Commenti

  1. Giuseppe Zio 19 ottobre 2012 at 08:41

    Franco, come si fa ad avere copia di questo volume di Mario Di Tullio?? Sono interessato da sammartinese!!

  2. Franco Valente 19 ottobre 2012 at 20:42

    Mi ha scritto Nicola Vitale:
    Nicola ha scritto: “Avendo seguito i lavori di restauro della chiesa di San Pietro Apostolo, posso assicurare e garantire che sotto la lapide non é stato trovato nulla, dei resti umani di Nicola De Lallo. Che con molta probabilitá sono stati rimossi quando fu rifatto il pavimento. Ma sotto quella lapide solo e semplice materiale di scavo, forse ed è probabile che quella lapide o é stata spostata lì o i resti umani di Nicola De Lallo sono stati spostati quando fu rifatto il pavimento della chiesa nel 1900. Infatti altre due sepolture delle quali si sono trovate solo piccole parti ma senza resti umani furono rinvenute sotto la porta di sx del coro e verso l’ingresso laterale. Una fossa comune invece è presente sotto il pavimento dell’aula verso i due altari maggiori. La lapide di De Lallo era a pavimento e aderente al basamento della seconda parasta di sx dopo l’acquasantiera ed aveva sopra un confessionale.
    Per cui é stata solo ribaltata a parete per evitare il logorio del materiale e la perdita delle scritte dovuto al camminarci sopra.
    Quindi nessun sciaguratamente spostata ma particolare attenzione a conservare una memoria storica.
    Io da Sammartinese verace e attento per quanto possibile alla cura del patrimonio storico.
    Per questo sono contrario a che il coro settecentesco della chiesa di San Pietro Apostolo venga orbato del suo leggio nello stallo riservato al vescovo.
    Chiesa alla quale ho dedicato molto impegno per il suo restauro che può essere condiviso o no.
    Di una cosa sono orgoglioso sono stato il promotore del restauro dell’organo e della cantoria permettendo di recuperare questo strumento eccezionale opera dei fratelli D’Onofrio di Caccavone che oggi ridir fonde le sue note dopo 40 anni di incuria e abbandono.”

    Va bene la segnalazione ma non sono d’accordo sulle conclusioni circa lo “sciaguratamente spostata dopo averne disperso le ossa contestualmente ai lavori di restauro”.

    Non conosco né l’epoca né quante volte sia stata restaurata la chiesa dal settecento ad oggi. Ma chiunque abbia disperso le ossa di Nicola Di Lallo ha fatto un’operazione sciagurata.

  3. Giuseppe Zio 19 ottobre 2012 at 22:22

    Franco oggi ho visto con il Parroco il registro parrocchiale dei defunti e al 1771, 1772 e 1775 e 1776, non vi è traccia di registrazione di Nicola Di Lalla. Tralaltro in quel periodo L’arciprete era Don Leone Belpulsi, zio di Antonio Belpulsi il protagonista del mio libro “L’albero del gelso”! Un altro giorno guarderò altre annate!! Ti saluto!!

  4. Franco Valente 22 ottobre 2012 at 05:35

    Caro Giuseppe, appena posso provo a chiedere al figlio e ti faccio sapere.

  5. Nicola VITALE 22 ottobre 2012 at 22:06

    Condivido e sono d’accordissimo su chi sciaguratamente si sia permesso di disperdere i resti dell’artista, ma siamo sicuri che sono dispersi? Nella parte centrale dell’aula della chiesa vi è anche una fossa comune che nessuno e lo posso assicurare che durante i lavori che ho seguito personalmente con cura e pasione nessuno ha toccato o messo mano. Foto dicet a breve su FB!

  6. Giacomino Terreri - Pescopennataro 30 ottobre 2012 at 12:13

    Gent. Architetto
    Qualche anno addietro, sono stati effettuati lavori presso la Chiesa Madre di S.Bartolomeo Apostolo in Pescopennataro.
    Detti lavori hanno interessato anche l’intera pavimentazione.
    Da ciò che ho potuto vedere di persona, all’epoca, nell’antica pavimentazione erano presenti anche alcune tombe in pietra vuote.
    Per darle un’idea diciamo quasi simili a quelle che si trovano negli scavi di Castel S. Vincenzo. Purtroppo non sono un tecnico e mi rifaccio a quelle tombe solo per dare un’idea.
    All’epoca feci anche delle riprese video ma non sono riuscito a trovarle. Ormai è tutto ricoperto e nemmeno chi dirigeva i lavori si è mai posto il problema di come renderle visibili (applicazioni di vetrate o quant’altro era fattibile).
    Non tutto è andato perso credo, ma bisognerebbe smantellare il tutto per poterle riportare alla luce.
    Anni addietro mio padre, ormai defunto, mi raccontava che dietro l’altare maggiore erano posizionate almeno 2 botole , ancora esistenti, che portavano al locale sottostante dove, su sedie o poltrone erano presenti i resti mortali di persone, presumibilmente religiosi.
    Per vedere tutto ciò, essi si sono calati con delle corde.
    Considerando la posizione di detta Chiesa ( del 600) e delle mura portanti, è facile che nel suo interno si possa effettivamente celare un altro locale sotterraneo.
    Ho potuto notare, in fase di “restauro” che da una di queste botole si intravedevano resti di bare e di tessuti paramentali (?) E’ possibile, secondo Lei, che ciò possa corrispondere a verità?
    I sacerdoti o religiosi che si voglia, venivano seppelliti all’interno della Chiesa?
    La ringrazio se potesse darmi una risposta.

  7. Francesco Litterio 30 ottobre 2012 at 12:14

    Il volume di Mario Di Tullio è reperibile presso il Museo Civico Della Pietra “Chiara Marinelli” a Pescopennataro. Il costo è di € 10.

  8. Dante de Lallo 13 maggio 2014 at 17:37

    Egregio dott.Valente,
    ho notato nel suo articolo che, relativamente all’arch.Nicola di Pescopennataro, Lei indica il suo cognome in Di Lallo e non De Lallo come invece appare nelle varie lapidi. Sarei curioso di conoscere le fonti che attestano l’esatto cognome. Grazie.
    La saluto cordialmente e mi complimento con Lei per il blog.

  9. Franco Valente 13 maggio 2014 at 18:33

    Gentilissimo dott. Dante,
    ha perfettamente ragione… tanto è vero che nel mio primo piccolo articolo su Pescopennataro usavo correttamente “De Lallo”.
    (http://www.francovalente.it/2007/09/14/pescopennataro/). Tra l’altro nei miei appunti per una pubblicazione che spero di far uscire mentre sono ancora in vita, trascrivo sempre “De Lallo”.
    Provvedo a rettificare!

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