Franco Valente

Vincenzo di Capua, la Tintilia e altre uve nel castello di Gambatesa.

Vincenzo di Capua,  la Tintilia e altre uve nel castello di Gambatesa.

 

Con tutto il rispetto per l’Università del Molise e per le ricerche di altri studiosi che hanno portato a ritenere (non so su quali definitive basi) che la Tintilia sia stata importata nel XVIII secolo dai Borbone nel nostro territorio o che non vi sia alcuna parentela genetica con i vitigni spagnoli oggi esistenti, io sono convinto che la storia sia un po’ diversa.

Di fronte all’assoluta mancanza di fonti esplicite, forse un qualche aiuto, ovviamente senza la pretesa che le conclusioni siano definitive, ci viene dall’arte.

La rappresentazione dell’uva nelle forme artistiche del passato nel Molise ha avuto un successo che potremmo definire straordinario. Anzi, dei tralci, degli intrecci vitinei e dei grappoli d’uva si è fatto un uso addirittura generalizzabile in tutta l’arte regionale, dall’epoca longobarda (si vedano le lastre decorate di S. Giorgio a Petrella Tifernina o quelle di S. Maria della Strada) a quella normanna, a quella barocca degli altari lignei seicenteschi e settecenteschi che sono diffusi in tutta la regione.

Tutte figurazioni riconducibili al significato simbolico dell’uva che nella tradizione cristiana viene associata al vino e al sangue di Cristo.

Nella nostra regione vi è un solo caso in cui la rappresentazione dell’uva non ha alcun rapporto con la religiosità e lo si trova nella sala della Battaglia di Otranto nel castello di Gambatesa.

Credo si tratti sicuramente della più originale rappresentazione paesaggistica del Cinquecento del Regno di Napoli perché, all’interno di una stanza, Donato De Cubertino volle creare l’effetto di uno spazio aperto, una sorta di belvedere con pergolato, dal quale si poteva vedere il mare di Otranto, ma anche uno scorcio di Tivoli, un angolo della sua biblioteca e una figura di donna che contemporaneamente significa l’Estate ma anche il taglio della Morte.

 

Donato De Cubertino dipingeva a Gambatesa esattamente alla metà del Cinquecento, come chiaramente riferisce nella stanza attigua dove addirittura precisa che il giorno in cui dovrebbe aver terminato le fatiche commissionategli da Vincenzo di Capua era il 10 di agosto del 1550:
IO . DONATO . PINTORE DECUMBERTINO . PINSI A . DIE . MENSI . X . AGUSTI . NELL’ANNO DEL CINQUANTA.

Nelle decorazioni del castello di Gambatesa De Cubertino fece grande uso di frutte e verdure, sulla scia delle decorazioni di Giovanni da Udine che sicuramente aveva visto a Roma alla Farnesina e in altri palazzi della prima metà del XVI secolo.

Si tratta di decorazioni che sono vere e proprie composizioni localizzate all’interno di cornici.

Nella sala della Battaglia di Otranto, invece, la frutta, cioè l’uva, si vede come parte essenziale dell’apparato scenografico perché ancora attaccata alla pianta che si intreccia sulla parte aerea del pergolato.

Ma non è una generica rappresentazione decorativa.

Donato De Cubertino nel castello di Gambatesa trasferisce, reinterpretandole, vedute di Roma e della campagna romana.

In questo caso sembra voler evidenziare una caratteristica del luogo nel quale le scene non regionali vengono trasferite. Perciò sono convinto che egli abbia voluto gratificare il committente inserendo nel contesto scenografico della sequenza delle stanze un ambiente agricolo particolarmente consueto nel territorio di Gambatesa (o comunque del feudo di Vincenzo che arrivava fino a Termoli prendendo parte consistente della fascia costiera) dove  la coltura della vite assumeva una importanza anche dal punto di vista economico.

D’altra parte siamo alla metà del 500 e la cultura del vino, dei trattamenti,  delle modalità della spremitura e della conservazione si andavano diffondendo non solo in Italia, ma in tutta l’Europa rinascimentale.

(Continua)

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1 Commento

  1. pasquale 22 ottobre 2012 at 10:39

    Grazie Franco, aspetto di leggere il seguito
    ciao
    pasquale

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