Franco Valente

Un musicista marchigiano in quella strana Abbazia di S. Angelo del Pesco

Un musicista marchigiano in quella strana abbazia di S. Angelo del Pesco.

Confesso di essere caduto dalle nuvole quando mi è arrivata una mail inviatami da Paolo Paoloni, studioso di musica antica da Tolentino nelle Marche.

Dalla corrispondenza del prof. Paoloni rubo lo stralcio di un saggio che sta per pubblicare e che spero, appena uscito, possa essere presentato anche a S. Angelo del Pesco per una bella testimonianza che contiene.

Gentile dott. Valente,
le scrivo perché, leggendo il suo bel blog sulle bellezze storico artistiche del Molise, mi è sembrata Lei la persona giusta da contattare nel tentativo di risolvere una questione.
Sono uno studioso di musica antica e sto ricostruendo la vita musicale di Macerata, nelle Marche, nella prima metà del ‘600.
Mi sono imbattuto nella persona del maestro di cappella Vincenzo Paci di Assisi che, ad un certo punto della sua carriera musicale, nel giugno del 1634 abbandona la città per assumere la carica di Abate dell’abbazia di Sant’Angelo.
Ma quale Sant’Angelo?
Dalle informazioni contenute nella lettera spedita a Macerata nel novembre dello stesso 1634 risulta che questa abbazia dista 18 miglia (antiche) quindi circa 36 km da Sulmona e che la Puglia è vicina. Non solo, ma anche che per prendere possesso dell’abbazia si reca presso il duca di Celenza, sicuramente:

Don Giambattista (+ 5-12-1656), 3° Duca di Celenza, Signore di Torrebruna, Pizzoferrato, Guglianise,  Porto Carcamone, Mongilfiore. Pescopignataro e Sant’Angelo dal 1621, Patrizio Napoletano.
Il problema è che di toponimi “Sant’Angelo” in Abruzzo/Molise ne esistono diversi. Io ho ipotizzato che possa trattarsi di Sant’Angelo del Pesco, ma le fonti riguardanti tale paese, oggi in Molise ma al confine con l’Abruzzo, non parlano mai di un abbazia. Forse esisteva ma è andata distrutta? O si tratta di un’altra località?
In attesa di un suo gentile riscontro
Tolentino, 07.12.2012
Paolo Paoloni

Gentile dott. Paoloni,
intanto La ringrazio per gli apprezzamenti.
Lei mi pone una bella domanda!
Francamente non sono in grado di risponderLe immediatamente.
Escluderei, comunque, S. Angelo del Pesco se effettivamente ci si riferisce ad un’abbazia con un monastero.
Lei mi dovrebbe dire se il musicista viene semplicemente definito “abate di S. Angelo” o se è aggiunto anche “dell’abbazia di S. Angelo”.
Perché nel primo caso la questione si porrebbe in termini diversi in quanto il titolo di abate nel XVII secolo si può tenere pur non esistendo (o non essendo mai esistita) l’abbazia.
Credo che Paci abbia avuto solo il titolo di Abate di S. Angelo e dovrebbe trattarsi proprio della chiesa, ormai non più esistente, di S. Angelo in S. Angelo del Pesco.
Lo deduco dalla notizia che Lei mi ha comunicato che lo abbina al duca di Celenza.
Tra i paesi citati vi sono Guglionesi, Montecilfone, Portocannone e Pescopennataro le cui vicende feudali sono unite a quelle di S. Angelo del Pesco. Secondo il Masciotta (Il Molise dalle origini ai nostri giorni) Giambattista Caracciolo di Celenza sarebbe morto prima del 1654, ma la data non è certa.

I Caracciolo duchi di Celenza tennero in feudo Pescopennataro e S. Angelo del Pesco dal 1605 al 1740 secondo la sequenza:
Giambattista, che dovrebbe essere morto intorno al 1618
Giulio Cesare, suo figlio, morto nel 1623.
Giambattista, primogenito di Giulio Cesare, e marito di Lu¬crezia d’Avalos dovrebbe essere morto prima del 1654.
Giuseppe, loro figlio, fu ammazzato in Guglionesi la notte del 31 dicembre 1657 da Giuseppe ed Enea d’Aloisi mentre rincasava da un incontro amoroso.
Alfonso, fratello ed erede di Giulio Cesare, morto nel 1677 lasciando il figlio Giambattista dodicenne.
Giambattista, ebbe come erede l’unica figlia Cosima.
Cosima, rimasta vedova senza figli, sposò Andrea d’Avalos Principe d’Isernia e Principe di Troia.
Cosima Caracciolo morì in Napoli il 19 giugno 1764 e con lei si estinse il ramo Caracciolo di Celenza.
Mi faccia sapere.
Cercherò di approfondire la questione del titolo di abate…
Cordialmente
F. V.

Gentile dottore,
l’abbazia è reale, come potrà verificare da qualche passo stralciato dalla lettera che qui sotto Le riproduco:

Molto Illustre Signor Padron Osservantissimo
Mandando Corriero a posta in Roma, mi è parso ricordarmi Servitore al Signor Hipollito Padrone et amico. […] Sappia V.S. che non siamo fuor del Mondo che S. Angelo è discosta da Sulmona 18 miglia e in tre giornate si va commodo a Roma; ma questi maledetti paesi non tengono poste che il magior difetto sia in questo regno. […]

In effetti Signor Hipolito noi stiamo in cucagna, se V.S. vedesse le storsioni di questo Regno, mi creda che è un inferno alli poveri sudditi lasciamo andare che pagano 8 scudi per foco di colti, tutte l’angherie d’opre di corrieri, guastamenti di molini toccano alli poveri sudditi. […]

Ma tutti li terraggi sono della mia abbazia che non è poco. Mi si è scordata la musica e tutto il giorno mi bisogna stare a torno a doi granari che ho di tumoli 400, hor veda bella storia e non so dove venderlo, o donarlo per la quantità, se lo potessi mandar costi forse trovarei a darlo in credenza.

Resta che mi accuso il suo parere coglie bene che se nasce neuno o more un cianfrone si da all’Abbate. Vi è poi un altra bella cosa tutti quelli che (con sopportazione) han porci un rotolo per porco va all’Abbate: ho fatti tanti salami che mi tirano mezza spesa di Companatico. Se vol cavalli ne posso proveder V.S. che il Signor Duca tiene la razza doi miglia discosta dall’Abbazia.

Mero scordato il meglio: in S. Angelo vi stanno da quindici milia pecore che non ho visto mai la piu bella cosa. Ho pensiero diventar pecoraro e farne condurre 500 costi che in vero sono grande e di gran frutto e gia tutte sono andate in Puglia.

Io sono restato in guardia di tutte le donne di S. Angelo con ordine di tutto quello li manca vengono dal Signor Abbate e la musica a spasso. Ricevei all’Abbazia il Signor Duca doppo la partita di Carlo e mi ha data una bona spennazzata essendoci stato 6 pasti con tutta la Corte, e Caccia,  ma vada per l’anime de morti.

Nel resto ho detto li miei guai al Signor Hipolito per non haver con che conferir qua per non esser gente di mio genio, ma l’esser Padrone e qualche cosa che le viene occasione con Monsignor Vescovo lo potrà dire che adesso considero che l’esser Vescovo è una bella cosa. L’abbazia sta sotto Trivento e Monsignor Schaglia Nepote del Cardinal Scaglia m’ha data tutta l’autorità e qua fanno lo sbirro i mezzi Pretj. […]

Saluti tutti gli amici e mi ricordi Servitore a Monsignor Panici se si trova per coteste parti e per fine a V.S. bacio le mani salutando tutti li Signori figli
S. Angelo 26 9bre 1634
Molto Illustre
Servitore vero
Abb(ate) Vincenzo Paci

Aggiungo che in una testimonianza del nipote di Vincenzo, al momento del possesso dell’abbazia si dice che lo zio Vincenzo, durante la festa di S. Rocco che è “festa principale” di quel luogo, andò all’altare con la mitra e il pastorale.

Quindi inequivocabilmente abate di una vera abbazia.

Cordiali saluti e buona festa!
Paolo Paoloni

Gentilissimo dott. Paoloni,
la questione sull’abate Paci mi ha creato non poche ansie…. (ovviamente scherzo) …. perché mi era del tutto sconosciuta l’esistenza di un’Abbazia a S. Angelo.
Ora posso stare più tranquillo perché in effetti a S. Angelo un’abbazia (cioè un complesso all’interno del quale vi sia una comunità di benedettini o comunque derivati dai benedettini) non vi è mai stata.
Qui, come avevo immaginato, ci troviamo in presenza di un cosiddetto “abate mitrato” che è un sacerdote secolare (cioè non è un monaco) il quale per una serie di circostanze viene insignito di un titolo che lo abilita ad esercitare alcune funzioni particolari.

In effetti l’abate di S. Angelo era un parroco che aveva il privilegio di portare le insegne episcopali, ma gli erano imposte una serie di limitazioni espressamente elencate in un decreto emanato da papa Alessandro VII nel 1659.
Peraltro veniva, nel nostro caso, nominato dal vescovo di Trivento (nella cui giurisdizione si trova tutt’ora S. Angelo).

Aveva, per effetto del titolo, poteri certamente superiori a quello del parroco perché nell’amministrazione della sua “abbazia” erano comprese più parrocchie che in tal modo venivano in qualche modo sottratte al controllo diretto del vescovo di Trivento.

Si ha notizia dell’abate mitrato in S. Angelo dal 1565 fino al 1818.

Una cosa è certa: nella regola benedettina l’abate viene eletto dal capitolo dei monaci e non dal vescovo.

E’ una prerogativa che rimane ancora oggi, anche se la proclamazione avviene solo con il consenso papale.

A questo punto devo ritenere, senza sapere come siano andati i fatti e senza conoscere nulla dell’abate Paci, che questa nomina sappia tanto di piccola promozione per rimuoverlo da qualche parte… (promoveatur ut amoveatur….). Ma forse sto pensando male….

Spero che questa piccola indagine sia servita a qualcosa….
F.V.

Su S. Angelo del Pesco si veda:
Anna Claudia Arduino, Antonio Arduino, Sant’Angelo del Pesco da badia a paese, Agnone 1991
Cesidio Delle Donne, Nostalgia. Sant’Angelo del Pesco, Isernia 2002

 

Dal Catasto Onciario di S. Angelo del Pesco:
Foglio 318
Die undecima mensis aprilis 1743 in terra Sancti Angeli de Pesculo.
Il Reverendo don Giuseppe di Tullio della terra di Pietrabbundante abbate mitrato curato della parrochial chiesa sott’il territorio di San Michele Arcangelo della terra di Sant’Angelo del Peschio Pennataro in Provincia di Capitanata e contado di Molise rivela possedere li seguenti corpi et annue entrade ut infra ne tenimenti di detta terra…

(Da C. Delle Donne, Nostalgia. Sant’Angelo del Pesco)

 

 

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6 Commenti

  1. capo donatella 9 dicembre 2012 at 12:52

    Come al solito bevo dalla tua Cultura. Se ci fossero sviluppi sulla questione, informa anche noi poveri incolti. Ti abbaccio. Donatella
    Capo

  2. guido messore 9 dicembre 2012 at 18:32

    Caro Franco, mi permetto di intervenire sulla questione sollevata dal Dott. Paoloni in merito all’Abate Paci di S. Angelo del Pesco. Trovo giusta la tua tesi. A San Giovanni in Galdo ho conosciuto Don Giovanni Zampino, che fra l’altro ha battezzato i miei figli, che portava il titolo di Abate con la facoltà di indossare la mitria, morto nel 1980. Faceva parte della Diocesi di Benevento. Penso che questa notizia possa avvalorare la tua tesi.
    Un abbraccio. Guido

  3. Pro Loco Sant'Angelo del Pesco 11 dicembre 2012 at 12:37

    Davvero una bella testimonianza e uno spaccato di società santangiolese di 400 anni fa. Curioso notare come la festa di San Rocco è ancora la festa più importante (insieme a quella dell’Assunta), per non parlare dei salami regalati all’abate…
    La Pro-Loco è eventualmente a disposizione per una presentazione del saggio in quel di Sant’Angelo.

  4. Stefano Vannozzi 12 dicembre 2012 at 00:00

    Caro Franco, a riprova della tua tesi ti segnalo che anche Cercemaggiore agli inizi del XVIII secolo ebbe il suo Abate, tal Mons. Gizzi (peraltro “eunuco”). Una figura completamente inedita e sconosciuta alla storiografia locale, ma di cui conservo da anni tutta la documentazione.
    Un caro saluto, Stefano

  5. Paolo Paoloni 15 dicembre 2012 at 17:49

    A proposito del “tal mons. Gizzi” abate di Cercemaggiore segnalo al signor Stefano Vannozzi che forse potrebbe -e sottolineo potrebbe!- trattarsi di Domenico Gizzi (Arpino 1687 – Napoli 1758), soprano castrato (eunuco, appunto!) uno dei più famosi sopranisti della sua generazione attivo a Napoli nella prima metà del ‘700. Cercemaggiore è a soli 100 km da Napoli.
    Le biografie parlano di una sua iniziale attività in ambito sacro a Napoli e, successivamente, di una brillantissima e profana carriera teatrale. Il fatto che sia eunuco depone a favore di una sua attività canora come soprano /contralto. Forse non sarà lui, ma un controllo andrebbe assolutamente fatto. Potrebbe anche essere un parente. In nessuno dei suoi documenti risulta il suo nome di battesimo?
    bhttp://it.wikipedia.org/wiki/Domenico_Gizziento…
    http://www.treccani.it/enciclopedia/domenico-gizzi_(Dizionario-Biografico)/

  6. Stefano Vannozzi 17 dicembre 2012 at 14:08

    Gent.mo Sig. Paoloni La ringrazio per le giuste deduzioni e le segnalazioni di eventuali tracce di ricerca. Escludo categoricamente che si tratti del noto Domenico , ma Le confermo per ricerche intraprese su questa scia già alcuni anni fà di trattarsi di uno stretto membro della medesima famiglia, probabilmente uno zio di Domenico. Il “nostro” Abate si chiamava Francesco Gizzi, figlio di Egidio e Caterina Pelogallo ed era nato ad Arpino (Diocesi di Sora) intorno al 1667. Nel 1740 all’età di 73 anni figura fra i viventi nella comunità di Cercemaggiore. Da alcuni documenti autografi si evince che aveva ricevuto tale titolo in qualità di revisore dei beni ecclesiastici esistenti in Cerce, rispondendo della sua attività direttamente al Vescovo Orsini (poi papa Benedetto XIII). Purtroppo almeno per ora null’altro è dato sapere sulla sua morte e luogo di sepoltura. Certamente è una fra le tante “figure nascoste” nella tante pieghe della storia locale molisana. Riguardo alla famiglia che sembra essere originaria di Ferentino, segnalo il sito inerente alla casa che Domenico ricostruì a Ceccano.
    Cordiali Saluti

    http://www.castellodeicontidiceccano.it/luoghi/casa-palaziata-domenico-gizzi.aspx

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