Franco Valente

Il convento di S. Francesco a S. Elia a Pianisi. Solo un problema di restauro?

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Il convento di S. Francesco a S. Elia a Pianisi.
Solo un problema di restauro?

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Ci sono momenti nella storia in cui si deve riflettere e fare ordine. Così accade oggi per l’antico convento di S. Francesco a S. Elia a Pianisi.

Questo paese ha una storia complessa ed in gran parte ancora da capire. I documenti normanni del monaco Giovanni da S. Vincenzo al Volturno, raccolti nella sua Cronaca Vulturnense, ed il Catalogo dei baroni del XII secolo sono appena sufficienti a farci capire che le vicende urbane hanno origini da insediamenti benedettini prima e da necessità di controllo fiscale e militare dopo. Certamente diversa è la motivazione della nascita del convento cappuccino di S. Francesco di cui abbiamo notizie certe a partire dal 1604, anno di sua fondazione, anche se poco si riesce a capire della sua evoluzione architettonica, tante sono state le trasformazioni e le manomissioni.

D’altra parte pare che questo sia stato il destino di gran parte dei conventi cappuccini, sempre fortemente condizionati da un fervore di iniziative che spesso hanno determinato una sorta di rassegnazione architettonica di fronte alle necessità di dare rapida soluzione ad impellenti esigenze di utilizzazione pratica.

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Così è accaduto che per dare soluzione a problemi contingenti si è in qualche modo cancellato, o forse semplicemente nascosto, il carattere originario di quei monumenti che avevano un carattere legato alla particolare attività religiosa che inizialmente vi si conduceva.

E’ noto che gli ordini mendicanti si reggono nella prima fase esclusivamente su una rapporto di assoluta fiducia tra i frati della comunità e la società nella quale si inseriscono facilmente. Di fatto rappresentano, nel momento in cui la chiesa ufficiale tende a distaccarsi dalle problematiche popolari, uno dei pochi concreti elemento di raccordo con essa.

La circostanza che anche il convento di S. Elia, secondo il metodo dei primi insediamenti francescani, nasca fuori della cinta urbana, è una riprova della volontà di collocarsi fuori di un contesto amministrativo (qualunque sia il livello economico) fortemente legato ad un concetto mercantile per realizzare una sorta di oasi mistica sugli itinerari esterni, più o meno importanti.

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Anzi, pare che a differenza di altri ordini monastici, i Francescani (e più specificamente i Cappuccini) non siano stati in alcun modo condizionati dalla particolare ricchezza dei siti in cui si andavano ad insediare. La scelta di S. Elia ne è una prova.

Non conoscevo questo convento se non per il fatto che Padre Pio vi avesse soggiornato per quattro anni e si raccontasse dell’episodio misterioso dell’apparizione notturna di un grosso cane che soffiava zolfo. Uno dei tanti episodi che costituiscono i riferimenti fondamentali della vita del santo di Pietrelcina che nel Molise ha soggiornato fino al suo definitivo trasferimento a S. Giovanni Rotondo.

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Del convento di S. Elia mi erano pure note le due lunette che Paolo Gamba, il pittore di Ripabottoni, aveva realizzato nel 1746 per rappresentare l’Annunciazione dell’angelo Gabriele a Maria e l’Ultima Cena di Cristo, che vengono considerate tra le opere migliori dell’artista molisano.

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Ho visitato il convento prima dell’inizio delle opere di restauro architettonico e mi si è confermata la convinzione che per questo importante luogo della memoria storica cappuccina era venuto il momento della riflessione sulla propria storia. Dovevano necessariamente essere messe in discussione molte opere realizzate nel tempo e bisognava fare chiarezza sugli obiettivi da raggiungere. Il progetto che stava per essere messo in esecuzione appariva convincente ed oggi, osservando lo stato dei lavori, i fatti hanno confermato che la via intrapresa è quella giusta anche se, con il senno di poi, molto poteva essere fatto.

Sicuramente il sisma del 2002 ha aiutato a riflettere sulle condizioni di pericolosità generale dell’intero complesso. Lesioni di una evidente gravità avevano imposto lo sgombero di buona parte di esso e l’adozione di un intervento di messa in sicurezza dell’edificio che ne aveva determinato l’assoluta inutilizzabilità anche per le attività più elementari, a cominciare dalle funzioni liturgiche nella chiesa.

Una selva di ponteggi ha garantito che il paramento murario si conservasse nella sua consistenza fisica, ma nello stesso tempo ha indotto a ragionare sulle iniziative che dovevano essere intraprese non tanto per riconsegnare l’edificio ad un uso più o meno dignitoso, quanto piuttosto per esaltare quelle peculiarità che fatti memorabili dal punto di vista storico e religioso erano registrate al suo interno e non venivano opportunamente divulgate per un pubblico più vasto.

Gli edifici storici, ed in particolare gli edifici religiosi, non sono solamente dei contenitori. La loro esistenza e la loro architettura si arricchisce di valori aggiunti perché molte delle funzioni che vi si svolgono non servono solo a risolvere problemi pratici, ma assumono significato simbolico nell’ambito di un processo che ha valenze religiose e culturali molto più ampie.

Molte cose sono cambiate nel tempo, compresi i rapporti tra gli Ordini Religiosi e lo Stato Italiano. Basti pensare a due circostanze particolari che non sempre vengono valutate per le conseguenze che hanno portato nella concezione religiosa degli edifici sacri.

La prima è relativa alla demanializzazione ottocentesca dell’asse ecclesiastico, quando tutti gli edifici monastici furono per legge trasferiti in proprietà allo Stato.

Il convento di S. Francesco in qualche modo è sfuggito a tale destino solo per la pia devozione di Pasquale Colavita che, avendolo acquistato nel 1895 dal Demanio, lo donò ai Cappuccini facendosi egli stesso terziario francescano.

La seconda è relativa alla creazione dei cimiteri cittadini in seguito alle leggi igieniche dello Stato italiano. Con la creazione dei cimiteri venne interrotta la consuetudine della sepoltura all’interno delle chiese o dei perimetri monastici.

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Inconsapevolmente si cancellava uno dei significati fondamentali degli edifici religiosi che collegava il rito della sepoltura all’attesa della Gerusalemme Celeste che simbolicamente in quel luogo sarebbe scesa il giorno del Grande Giudizio per permettere il ricongiungimento delle anime ai corpi.

Tutta l’architettura cristiana è “simbolo”. Ed è noto che simbolo vuol dire “unire”, cioè l’esatto contrario di “diabolo” che vuol dire “separare”.
Ora è difficile recuperare questi significati solo attraverso operazioni intellettuali. L’architettura ha il grande pregio che, insieme all’arte, riesce a far capire le cose senza complicazioni mentali.

Ma non sempre gli architetti e gli artisti sono in grado di interpretare queste esigenze, perché spesso si fanno trasportare piuttosto dalle elaborazioni formali che dai contenuti delle forme.

Nel convento di S. Elia a Pianisi si è tentando di semplificare il discorso facendo prima di tutto un’operazione di eliminazione totale di tutto ciò che appariva superfluo e che, peraltro, costituiva un detrattore significativo dal punto di vista estetico e, soprattutto, strutturale.

Man mano che si effettuavano le demolizioni dei corpi aggiunti si avvertiva anche psicologicamente la sensazione che si stesse procedendo verso il recupero di una verità ormai nascosta e che pareva irrimediabilmente perduta.

Un po’ alla volta, togliendo la cenere delle sovrapposizioni e delle superfetazioni, si è raggiunto il carbone ardente che è la memoria storica dell’edificio.
Piano piano l’edificio è apparso come un novello Francesco che si libera dei vestiti inutili per iniziare il recupero dell’abbandonato edificio di S. Damiano.

Una liberazione architettonica attuale che presuppone una nuova vestizione finalizzata ad esaltare aspetti della misticità francescana che necessariamente devono avere riferimento concreto alla storia stessa del movimento.

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L’adozione di tecniche moderne per un consolidamento dell’antico che sia rispettoso delle caratteristiche architettoniche originarie e l’applicazione di forme pure legate alla utilizzazione di materiali naturali come il legno per la ridefinizione degli spazi aperti al pubblico, ha consentito di fissare a S. Elia uno dei punti significativi di un ideale percorso della fede che si identifica nel percorso religioso del santo di Pietrelcina.

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Certamente il restauro del complesso e la definizione dei volumi non era l’obiettivo finale dell’impresa avviata. L’intervento di restauro del convento di S. Francesco acquisterà significato solo quando si collegheranno organicamente ad esso le altre iniziative apparentemente locali che si stanno concretizzando molto lentamente in tutti i luoghi che furono frequentati da Padre Pio nel suo itinerario terreno.

Una prospettiva che avrebbe bisogno, comunque, di un più attento e ragionevole approfondimento culturale, soprattutto per evitare di banalizzare la loro frequentazione.

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1 Commento

  1. clemente verrecchia 21 gennaio 2013 at 09:14

    Complimenti!Come sempre in poche parole hai espresso un grande concetto… ogni intervento di restauro e recupero funzionale non può e non deve prescindere da un accurato esame storico e strutturale. Molto spesso si conservano recenti superfetazioni che niente hanno a che vedere con la Storia dell’edificio, risultando anche staticamente dannose. Inoltre, hai colto a pieno un’altra problematica spesso sottovalutata: l’utilizzo degli spazi creati… ogni volta che passo per S.Elia mi piange il cuore vedere lo spazio museale semivuoto ed abbandonato a se stesso, quando potrebbe accogliere tante iniziative di altissimo livello

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