Franco Valente

La Via Francigena nel Sud. Le strade dei Franchi nel Molise durante e dopo il dominio carolingio

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La Via Francigena nel Sud
Le strade dei Franchi nel Molise durante e dopo il dominio carolingio

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Paldone, Tatone e Tasone partono da Benevento per recarsi in Francia

(in caso di utilizzazione anche parziale del testo prego citare la fonte)

La regione che oggi si definisce amministrativamente come Molise, per la sua posizione sulla dorsale appenninica con uno dei due versanti che segue la costa adriatica, è attraversata da una serie di strade antiche molte delle quali riconducibili a tre momenti particolari della sua storia.

Il primo corrisponde all’epoca precedente l’invasione romana e che genericamente definiamo “sannitica” e che termina intorno al 290 avanti Cristo.

Il secondo corrisponde all’epoca genericamente definibile “romana” e che va dal III secolo avanti Cristo al V dopo Cristo.

Il terzo corrisponde al periodo che va dall’arrivo dei Longobardi (VI sec. d. C.) alla riorganizzazione carolingia, normanna, sveva e angioina.

Sulla scorta delle fonti storiche, dell’esame dei luoghi, delle sopravvivenze archeologiche e della moderna cartografia abbiamo potuto ricostruire (con ragionevole approssimazione e nell’ambito di una più complessa rete di collegamenti) quei tratti stradali aventi un interesse particolare in un più vasto sistema di collegamenti dal Nord della Penisola e la Puglia. Quest’ultima anche quale porta verso l’Oriente.
Queste strade sono state raggruppate sotto il titolo unificante: “La Via Francigena nel Sud: Le strade dei Franchi nel Molise durante e dopo il dominio carolingio” .

 

 

Primo itinerario.
I tratti documentati della via Francigena nel Molise

Un tratto della via Francigena (o comunque definita tale) sul versante adriatico è attestato in un documento del Codice Diplomatico Tremitense, comprendente anche il Chartularium Tremitense, e riguardanti la chiesa di San Giovanni nel territorio di Montenero di Bisaccia.

Questa chiesa era di pertinenza del monastero benedettino delle isole Tremiti ed il documento è una Chartula donationis seu concessionis del marzo 1024 marzo.
Giso, figlio di Mainardo, per salvare la propria anima, quella della moglie Giburga e dei suoi parenti, dona al monastero di S. Giacomo, nelle Tremiti ma dipendente dai Benedettini di Montecassino, anche la chiesa di S. Giovanni Evangelista nelle vicinanze di Montenero (di Bisaccia) con tredici vigne in cento moggi di terra:
“…. Sancti Iohannis Evangeliste quod circumquaque ipsum venerabilem locum et per singule petie, que est terra per mensuram modiorum .cm. et habet finem: capo via francigena, de uno latere fine via que pergit inter vineas per pede de Monte Nigro et venit in ipso rigo qui nominatur Porcilli, et de alio latere fine ipse rivus iam dicti Porcili quomodo venit in iam dicta via francisca, et est infra ipsam dictam finem vineis petie XIIIm….”

Questa via Francigena o Francisca corrisponde al tratturo che oggi si chiama “Centurelle-Montesecco” e che si unisce al Tratturo “L’Aquila-Foggia”.

Il tratto che collega Roma a Brindisi, sul quale si sovrappone in buona parte anche quello che porta da Montecassino al santuario di S. Michele sul Gargano, è ricavato dalla leggenda del viaggio di Costantino il Grande quando da Roma, passando per le sorgenti del Volturno, si sarebbe recato a Brindisi per salpare verso l’Oriente per andare a fondare Costantinopoli.

La leggenda è riportata nel Chronicon Vulturnense (Chronicon Vulturnense – Edizione Federici, vol. I, p. 146):
Imperator Constantinus ….., romani imperii arce derelicta, Costantinopolim cum valida multitudine, ut sibi fuerat divinitus revelatum, ire festinabat. ob imminente ergo nimio aeris ardore Appennino itinere deductus, cum ixta fluenta Vulturni fluvii accubuisset, tam virencia amena, quam aque lucide fluentis habundancia valde delectatus Augustus, post copiosam refeccionem dulcis illi somnus accessit….

La leggenda del passaggio di Costantino nasce dalla circostanza che in epoca longobarda e carolingia, stante l’impaludamento di un lungo tratto dell’Appia, si preferiva attraversare gli Appennini utilizzando quella via che nel tempo si chiamerà Via Romana (o forse più correttamente via degli Arimanni), che da Roma e dalla Sabina permette di raggiungere la costa adriatica passando per l’Alta Valle del Volturno.

Su questo tratto si innesta l’altro tratto che dalla Campania, in epoca carolingia, superando il Volturno su Ponte Latrone si infila nella valle del Volturno e passando per le terre di S. Vincenzo si inoltra verso Sulmona.

Nella medesima epoca carolingia si ristruttura il tratto che da Montecassino, passando per Venafro, si dirige verso Isernia, Boiano, Sepino e da qui verso Benevento o verso Riccia e la Puglia.

Questa strada era definita “in silice” per il fatto di utilizzare il basolato dall’antica Via Latina che collegava il Lazio al cuore del Sannio.

Il testo è del gennaio dell’807 (Chronicon Vulturnense, edizione Federici, vol I, p. 273).

Lo dettarono due possidenti longobardi: i fratelli Adelferi e Magelfredo, figli del fu Roffredo, i quali, “pensosi del giorno della morte e del premio di  vita eterna“, donarono al monastero tutte le loro terre di Venafro site in località Fratta.

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Via Maiella, l’antica via in silice

 

 

Dal documento si viene sapere che tra l’attuale Strada Vecchia e l’antica via Latina (in que fuit silice) esisteva un territorio riservato all’allevamento di cervi (cervaricia). Di quella riserva boscosa rimane ben poco perché parte sono stati destinati ad attività agricole e parte ad insediamenti industriali. Oggi ancora si chiama “Cerquello“.

Questa contrada, del cui nome non è rimasta traccia, considerando i confini dichiarati nel documento, era compresa tra la riva destra del Volturno, il torrente Rava e la via Latina (in silice). Insieme alle terre i figli di Roffredo cedevano anche i diritti patrimoniali sui servi che vi abitavano.

La donazione fu accettata dall’abate Giosue, cognato di Ludovico II, che dall’epoca delle guerre dei Franchi contro Grimoaldo III era un riferimento sicuro per la politica carolingia nella Longobardia Minore.

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Quel che rimane della Foresta Cicerana

 

 

Questo territorio, definito “foresta cicerana”, come si ricava da un successivo documento dato a Capua nel novembre del 954, è attraversato dalla via Francigena

L’abate Leone del monastero di S. Vincenzo al Volturno cita dinanzi al principe Landolfo di Capua il conte Paldefredo di Venafro per le pretese che costui vantava sulle terre annesse alle chiese di S. Quirico e di S. Maria Oliveto, site nel territorio della sua contea e che il predetto abate rivendicava in proprietà dell’abbazia (Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni, edizione V. Federici, vol. II, Roma 1925, pp. 64   69).

Il piato viene istruito dal giudice Arechisio con sopraluogo e definito dinanzi al principe Landolfo con rinunzia da parte del conte Paldefredo ad ogni pretesa sulle terre contestate che, in base a prova testimoniale, risultano in possesso dell’abbazia vulturnense da oltre un trentennio e, pertanto, soggette alla prescrizione acquisitiva. .( G. MORRA, Storia di Venafro, 2002).

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Uno dei piloni di Ponte Latrone

 

(…) Hoc est ipsa terra, ubi ecclesia Sancti Quiri[ci] edificata est, et monte uno se tenente, ubi nominatur Morcanu, qui habet fines eadem terra: ab una parte incipiente a fulvio Vulturno circa terram nominati monaste¬rii, que dicitur silva Cicerana, usque in via Francisca, et aliquantum revolvente circa cadem via; et deinde incipiente desuper eadem via limite in sursum usque in via, que fuit silice; deinde incipiente super ipsa via que fuit silice in sursum per riagine usque in vertice montis, // et descendit inter hec terra, et terra nominati monasterii, que dicitur silva Cicerana; de secunda parte cacumine huius montis; de tercia parte terra de ipso monte, usque ubi oritur predictum fluvium Tulibernum, et deinde quomodo currit pre¬dictum fluvium Tulibernum; de IIIIa parte iam dicto fluvio Vulturno, et sicut revolvit limite circa terram Sancti Benedicti, et per directum per terram Sancti Benedicti usque in fossato; et sicut revolvente ipso fossato circa terram Sancti Benedicti et quomodo inde revolvente circa terram Sancti Benedicti usque in fossato, qui discernit inter hec terra, et terra Sancti Benedicti, et quomodo vadit ipse fossato usque in via, et quomodo vadit ipsa via usque in fossato, et revolvente ipso fossato et limite circa terram Sancti Benedicti usque in supradicto fulvio Tuliberno. Alia terra, ubi ecclesia Sancte Marie cella vocabulo edificata est, que dicitur Olivetum, et ecclesie Sancte Cristine:  habet fines eadem terra de una parte via Francisca, que venit da campo Famelico, et vadit per capite per ipsa cervaricia usque in via, que fuit silice, que venit da Benafro circa nominata ecclesia Sancte Cristine, et inde habet passus CCC quinquaginta et perexit iam dicta via Francisca usque in predicto fluvio Tuliberno, et quomodo vadit circa fluvium Tulibernum usque ubi oritur, et deinde per predictas terras et montes et fines usque in vertice huius montis; de secunda parte vertice huius montis et quomodo vadit per verticem aliorum moncium, qui nomina[n]tur super Arcora et Cisterna usque riagine, que dicitur Rave; tercia parte in iam dicta Rave et in aliquantum limite et fossato, et perexit per limite usque in via pretosa, et vadit circa iam dicta via usque in fontana, que est circa que dicitur Fermina, unde per tempus acqua decurrit, et discernit inter hec terra, et terra suprascripti monasterii, que nominatur Spineta, et quomodo decurrit ipsa Fermina usque in alia fossata, et quomodo perexit ipse fossato a capite de ipsa Cisterna antiqua, et perexit in ipsa petra de (se) ipsa incisa, et deinde revolvente circa via que venit da Benafro, // et vadit ad nominata ecclesia Sancte Marie, et inde incipiente subtus de predicta via limite et fossato, et revolvente per fossatum et limitem usque ad alia via, que venit da iam dicta Sancta Maria, et per eadem via in nominata via, que fuit silice, que venit da Benafro, et vadit circa nominata ecclesia Sancte Cristine et incipiente de subter predicta via, que fuit silice per limite et fossato, et inde habet passus CCXXIIII quarta parte terra puplica, ad mensura de passu Landoni castaldei mensuratum. Unde ipse, qui supra domnus Leo abbas, dixerat ipsi Paldefrit comiti ut iam dicte terre quas ille cum predictis monachis Paulo, Adelperto et Grimoaldo per suprascriptos fines et mensuras monstraverant, nominati sui monasterii essent. (…)

Di nuovo questa via, definita via “puplica, appare in un documento riportato dal Gattula dato a Venafro nel luglio del 1086. (E. GATTULA, Ad historiam Abbatiae cassinensis accessiones, vol. I, p. 194).
Giovanni, conte di Venafro, figlio del conte Landolfo stipula con l’abate Desiderio un atto di permuta, per effetto del quale offre all’abbazia di Montecassino l’intero castello di Cardito, ubicato «infra finibus Benafro» con l’annesso territorio, costituito da case, monti, colli, pianure ecc., di cui vengono indicati i confini, e riceve in cambio due corti comprendenti le chiese di S. Benedetto piccolo e di S. Maria in Sala, nonché le chiese di S. Nazario e di S. Benedetto con tutte le loro pertinenze.

Alla stipula dell’atto è presente il conte Morino e lo sottoscrivono il notaio Lando, i giudici Guelto e Giovanni e il testimone Ildebrando.  (…) Ex alia vero parte de rivo Tiverni usque in fluvio Vulturnu. Tertia vero parte da fluvio Vulturnu usque in iam dicta terra S. Vincentii quae est priores fines. (…) ecclesia, quae vocatur S. Maria in Sala habet fines da una parte flumen qui vocatur Sestu, alio fine terra Ursi Gisae et terra Fermosi cum ipsa volta, et pergit in via puplica, tertia fine terra quae fuit de Deodatu et pergit in via puplica et vadit per ipsa via usque in terminum, finis fossatu quae in iberno aqua decurrit et vadit in fluvio Sestu in priores fines. Ecclesia S. Nazarii, quae esse videtur in monte qui dicitur Piperozu, cum omnibus suis pertinenciis. (…)

A proposito del castello di Tuliverno (odierno Triverno) Giovanni Villani (1276 – 1348) riporta che nell’anno 775 Carlo Magno “assediò e ridusse Tuliverno, il forte castello alla entrata di Terra di Lavoro, e più altre terre del regno le quali possedeano i rubelli di santa Chiesa” (G. Villani, Croniche, I, 2, XIII, Trieste 1857, p. 37).

Nel Chronicon Vulturnense è tramandata la descrizione di una visita che re Carlo fece al monastero di S. Vincenzo al Volturno, dove rimase per una settimana durante la quale confermò dei beni che già possedevano ed altri ne donò.

Il documento, erroneamente datato al 715, in realtà sarebbe correttamente del 775,  che è la data in cui si riferisce di una seconda visita il 20 aprile del 775 (Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni, edizione V. Federici, vol. I, Roma 1925, p. 183.).

A Triverno, a tre chilometri a nord-ovest di Venafro, nei pressi del piccolo fiume Tulibernum più volte citato nel Chronicon Vulturnense. ancora sopravvive una “massiccia costruzione dei tempi di mezzo, che, pur dopo tanti lavori di trasformazione, lascia intravedere un luogo di difesa” (G. Verrecchia, Triverno, p. 9)

 

Secondo itinerario
Leone IX da Roma a Civitate, odierna S. Paolo di Civitate.

Un secondo itinerario è quello che fece Leone IX nel 1053. Nel 1053 una delegazione, preoccupata delle azioni particolarmente oppressive dei normanni, si recò da papa Leone IX  per chiedere un suo diretto intervento (AMATO DI MONTECASSINO, Storia de’ Normanni (volgarizzata in antico francese). Edizione a cura di V. DE BARTOLOMAEIS, Roma 1935, p. 155).

Leone IX capì immediatamente che il nuovo dominatore dell’Italia meridionale rappresentava un pericolo per la Chiesa e organizzò una spedizione militare ponendosi personalmente a capo dell’esercito.

Il 10 giugno del 1053 il papa dal monastero di S. Maria di Castagneto in Sale (odierna Casale Ciprano) inviava una lettera all’abate Liutfredo di S. Vincenzo al Volturno con la quale, assistito da Umberto, vescovo di Selva Candida, Pietro arcivescovo di Amalfi, Almanguino vescovo di Ceneda, e Olderico arcivescovo di Benevento e dal cancelliere di S. R. C. Federico interveniva  per concludere la causa vertente tra lo stesso abate Liutfredo e Alberto monaco, il quale, illegalmente, aveva assunto il titolo di abate di S. Maria in Castagneto, che era cella di S. Vincenzo: …. in loco Sale, iuxta Bifernum fluvium ….. de supradicta Sancte Marie cella in Castanieto posita …. (Chronicon Vulturnense. Edizione Federici  Vol. III, pp. 85-87).

Castropignano
Castropignano
Leone IX confermava questa cella a favore del monastero Vulturnense e ne investiva del possesso l’abate Liutfredo ricevendo dalle mani di Alberto la rinunzia al titolo di abate e all’ufficio usurpato. Erano presenti il duca di Gaeta Adenolfo, Landone, conte di Aquino; Landolfo di Teano, Oderisio figlio di Borrello, Roffredo di Guardia (Alfiera), Roffredo di Lusensa et aliis multis maioribus et minoribus.
Otto giorni dopo l’impresa, però, si concluse male per le forze papali che furono sconfitte definitivamente il 18 giugno 1053 a Civitate quando il papa fu fatto prigioniero.

Così l’anonimo trascrittore di Amato di Montecassino racconta in francese volgare la sconfitta: Lo Pape fu accompagnié de ceste chevalerie, et avant qu’il venist à la Cité, assembla li gentilhome et fist gofanonier del la Cité et de la bataille Robert, loquel se clamoit de Octomarset. Et puiz vindrent à la Cité. C’est à un chastel qui se clame la Cité, quar la lui vindrent encontre li Normant comment se trove en autre ystoire. Et lo Pape et li chevalier avoient esperance de veinchre pour la multitude de lo pueple. Et li Normant, puiz qu’il vindrent, manderent message à lo Pape, et cechoient paiz et concorde, et prometoient chascun an de donner incense et tribut à la sainte Eclize, et celles terres qu’il ont veincues par armes voloient recevoir les par la main de lo Vicaire de l’Eglise.

 

Terzo itinerario
Il viaggio dell’abate Desiderio da Montecassino alle Tremiti passando per Casalpiano di Morrone nel Sannio.

Un terzo itinerario che permetteva di raggiungere Termoli e le isole Tremiti si desume dalla visita che l’abate Desiderio fece alla basilica di Casalpiano in agro di Morrone nel 1071. Desiderio, poi divenuto papa con il nome di Vittore III, nel 1071, mentre si recava alle isole Tremiti per sistemare alcune questioni delicate, ritenne opportuno affidare la chiesa al prete Rodolfo che la chiedeva in fitto.

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S. Maria di Casalpiano

Anche l’archivio di Montecassino è povero di documenti che possano squarciare il velo dei dubbi sulle vicende di Casalpiano, ma probabilmente una più attenta analisi di quello che fisicamente sopravvive potrà essere di aiuto a trovare qualche conclusione plausibile sulla sua vicenda architettonica. Certamente a Casalpiano di Morrone si riferisce l’epigrafe in uno dei pannelli di bronzo e argento della porta della basilica desideriana di Montecassino realizzata a Costantinopoli: S(anct)a Maria in Casali Planu cum  o(mn)ib(us) per/tinentiis suis.

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Registro di Pietro Diacono. La pagina relativa a Murrone e S. Maria di Casalpiano

E’ probabile che questo itinerario da S. Maria di Casalpiano raggiungesse Larino per proseguire per S. Martino in Pensilis e arrivare infine a Termoli.

A Larino esistono quattro toponimi che con assoluta evidenza richiamano la presenza della via Francigena (o Francesca che dir si voglia) nel territorio: Fontana della Francesca, via della Francesca, contrada della Francesca e Vallone della Francesca.

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Si tratta di toponimi derivati dalla definizione di una strada di cui si riconosce il tracciato e che fa parte di una rete di strade sicuramente più articolato. Credo che fosse quel tratto che permetteva di raggiungere S. Martino in Pensilis e successivamente Termoli dal cui porto si poteva salpare verso le Tremiti.

Non esiste alcun documento che lo garantisca, ma, per una serie di considerazioni ovvie, si può ritenere che su questo pezzo di strada sia passato l’abate Desiderio di Montecassino quando nel 1071 approfittò per fare anche una sorta di ricognizione amministrativa sui beni che appartenevano alla giurisdizione del monastero cassinese.

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La fontana della Francesca

La certezza deriva dal fatto che nello stesso anno 1071 alla consacrazione della nuova basilica di Montecassino, progettata e costruita da Desiderio, erano presenti, tra gli altri vescovi, anche Pietro di Ravenna vescovo di Venafro ed Isernia, Alberto vescovo di Boiano, Nicola vescovo di Termoli, Guglielmo vescovo di Larino, Pietro vescovo di Guardialfiera e migliaia di monaci con i loro abati. Sarebbe del tutto illogico che Desiderio, recandosi alle Tremiti non si sia fermato a Larino, una delle ultime tappe obbligatorie per raggiungere il porto di Termoli. Anche perché è da ritenere che la maggior parte dei vescovi (se non tutti) del territorio contiguo a Montecassino, come Pietro di Ravenna provenivano dal cenobio cassinese.
A Larino Montecassino aveva un proprio monastero, S(anctus) Benedic/tus   Pectinali   // o(mn)ibus pertinentiis / suis, il cui titolo è richiamato nelle porte di bronzo che Desiderio aveva fatto realizzare a Costantinopoli.

TRIA

 

Di questo monastero dipendente da Montecassino ha scritto ampiamente il vescovo Giovanni Andrea Tria nella sue sempre utilissime “Memorie storiche, civili, ecclesiastiche della Città e Diocesi di Larino”, (Roma 1744), ripreso ultimamente da Giuseppe Mammarella in “Larino Sacra II” (San Severo 2000) quando ha trattato del culto dei martiri larinesi. Delle sopravvivenze archeologiche di S. Primiano si era già occupato Eugenio De Felice (“Larinum”, Firenze 1994).

La strada che vi passa davanti, benché si chiamasse della Francesca, non era stata mai presa nella giusta considerazione. Anche perché, dopo la trasformazione del titolo della chiesa da quello originario di S. Benedetto in quello attuale di S. Primiano, la via ha raccolto il nome di quest’ultimo.

L’argomento è degno di essere approfondito soprattutto per gli aspetti più complessi dei collegamenti stradali dall’area laziale (sia romana che cassinese) al santuario di S. Michele sul Gargano e, più in generale, ai porti pugliesi dell’area brindisina che erano il passaggio importante per i traffici con l’Oriente.

Uno studio che è sempre irto di difficoltà soprattutto quando si cerca di capire se alla presenza benedettina originaria si siano sovrapposti interessi di altro genere e che genericamente possiamo collegare alla costituzione di un organismo religioso-militare gerosolimitano.

Dall’opera del Tria sappiamo che per lungo periodo la chiesa di S. Primiano sia appartenuta alla Commenda dei Cavalieri Gerosolimitani almeno dalla fine del XIII secolo.
La questione è interessante e merita di essere studiata soprattutto per verificare la circostanza, ragionevolmente plausibile, che il Monastero di S. Benedetto in Pectinali abbia svolto anche la funzione di xenodochio nel complesso ed articolato sistema di luoghi deputati ad ospitare monaci e pellegrini che nell’alto e basso medioevo si recavano da Roma (o Montecassino) S. Michele sul Gargano o ai porti della Puglia per raggiungere Gerusalemme e l’Oriente in generale.

Certamente la scoperta che questo tratto stradale, ormai in gran parte impraticabile, faccia parte del sistema della via Francigena restituisce importanza anche ad altri luoghi come S. Martino in Pensilis che rappresenta, sul piano organizzativo, il punto di passaggio successivo. In questa prospettiva acquista nuovo interesse il ricordo della scomparsa chiesa di S. Giovanni (che era subito fuori della città) e per la quale fu rivendicata la proprietà da parte dell’abbazia di Montecassino.

Non è da escludere che proprio in occasione del suo viaggio alle Tremiti nel 1071 Desiderio si sia reso conto della usurpazione da parte del vescovo di Larino e che il successore Oderisio abbia amichevolmente risolto il problema qualche tempo dopo proprio grazie ai buoni rapporti tra la diocesi di Larino e il monastero cassinese (http://www.francovalente.it/2009/04/27/cento-anguille-e-cento-seppie-annuali-per-una-chiesa-di-s-martino-in-pensilis/).

 

 

Quarto itinerario
Il viaggio di Manfredi nel 1261 da Barletta a Frosinone.

E’ abbastanza noto che la rete delle strade che facciamo risalire all’epoca di Carlomagno abbiano avuto anche una funzione militare che si è protratta nel tempo. Conseguentemente alcuni itinerari militari di epoca successiva potrebbero essere la prova di una reiterazione di un percorso più antico.

Ne potrebbe essere la prova la circostanza che Manfredi, muovendo con il suo esercito da Barletta il 24 agosto del 1261, lo iorno proprio de Santo Bartolomeo, passava per il territorio di Gambatesa per raggiungere Campobasso, Boiano e Venafro, arrivando finalmente il 1° settembre, con una media di 40 chilometri al giorno, a S. Germano dove fu costretto a ripiegare e tornare indietro inseguito dall’esercito di Carlo d’Angiò.

Così racconta l’episodio Matteo Spinelli di Giovinazzo testimone diretto dei fatti che raccontò in volgare (M. SPINELLI DI GIOVINAZZO, Diurnali (1247-1268), in G. DEL RE, Cronisti e scrittori sincroni napoletani, Vol II, Napoli 1868):
Alli 29 del detto mese d’Agusto andaimo da Gambatesa a Cambobascio, et fuimo cortesemente receputi dallo Conte de Molise, che appemo assai carizzi, et tutto lo bene de lo munno. La mattina sequente cavalcaimo, et mangiaimo pure ad una Terra de lo Conte del Molise, che se chiama Bojano; et la sera andaimo a Sergnia, et là se accompagnaro con nui mess. Andrea d’Ebulo, et mess. Bernardo Carbonara, et mess. Cola de Monte Agano.

molise FRANCIGENA.BLOG
Le vie dei Franchi nel Molise durante e dopo il dominio di Carlo Magno

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6 Commenti

  1. Gerardo Fratianni 13 dicembre 2014 at 20:19

    Caro Franco, ho letto solo ora questo articolo. L’ho trovato molto interessante per l’esistenza del toponimo Francesca anche in territorio di Larino. Il toponimo è presente nella cartografia anche in riferimento alla strada Via Latina- San Vincenzo al V. Tempo fa scrissi in merito un articolo, che ti segnalo “La via Francisca del Molise”, in Quaderni di Archeologia Medievale, IV, 2002, pp. 229-236, in cui ho analizzato gli stessi documenti che hai citato. Saluti

  2. Franco Valente 13 dicembre 2014 at 20:31

    Caro Gerardo, ti confesso che non conoscevo il tuo saggio.
    Della questione si era occupato anche Gennaro Morra che ne aveva già scritto nel secolo scorso.
    Il Molise è una regione strana perché gran parte delle cose che si pubblicano finiscono solo nella biblioteca di chi le pubblica…
    Grazie!

  3. nicolino del torto 21 dicembre 2014 at 23:08

    la via francigena e la via francisca non sono due vie diverse? Da alcuni documenti queste due strade passarono vicino Guglionesi. Comunque grazie per tutto quello che fai e ci fai conoscere

  4. Franco Valente 23 dicembre 2014 at 19:19

    Caro Nicolino, sono la stessa cosa. Per Guglionesi sicuramente passava una strada ma non esiste documento che la denomini nell’uno o nell’altro modo. Probabilmente vi era una stazione templare. Ma questa è un’altra questione…!

  5. Annika 3 novembre 2018 at 18:49

    Buonasera,
    sono una studentessa della laurea triennale in Scienze e tecniche del turismo culturale dell’Università degli studi di Udine e sto svolgendo un lavoro sui cammini religiosi, vorrei sapere se esiste dal punto di vista turistico religioso la Via Francigena nel Molise e se è un percorso attrezzato come in altre regioni italiane.
    Grazie
    Annika Pison

  6. Franco Valente 11 novembre 2018 at 06:21

    Gentile Annika,
    leggo solo ora il Suo messaggio. Non esiste nulla di nulla, purtroppo….

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