Franco Valente

A S. Martino in Pensilis il leone mangia l’uva.

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A S. Martino in Pensilis il leone mangia l’uva.

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A S. Martino in Pensilis c’è un problema che dovrebbe essere risolto: dove era l’antica chiesa di S. Nicola?

Capisco che è un problema di poco conto rispetto alla storia dell’universo, però l’argomento potrebbe essere utile per capire meglio come si sia evoluta la struttura urbana di S. Martino in Pensilis. Anche perché vi è una singolare rappresentazione di un leone che mangia l’uva che sembrerebbe complicare ulteriormente le cose.

Ma andiamo in ordine.

Il 24 maggio 1086 Desiderio di Montecassino veniva eletto papa con il nome di Vittore III pur continuando ad essere abate di Montecassino. Alla sua morte avvenuta il 16 settembre 1087 a Montecassino, il monastero cassinese si affidava ad Oderisio che lo mantenne come abate fino al 2 dicembre 1105.

L’abate Oderisio assunse, tra l’altro, l’iniziativa di raccogliere la biografia del suo predecessore Desiderio e ne affidò la compilazione Leone Marsicano che, nato intorno al 1046 e di nobile stirpe, si era fatto monaco a Montecassino dove visse fino al 1117.

In realtà Leone non si limitò solo a raccontare le vicende di Desiderio, ma estese gli interessi alla storia intera del monastero mettendo insieme notizie dalle origini fino al 1075 (Chronica monasterii Casinensis). Papa Pasquale II lo fece vescovo di Ostia e perciò fu pure detto Leone Ostiense.

L’abate cassinese Oderisio aveva inviato al sinodo di Melfi nel settembre del 1089 diversi monaci di Montecassino e tra essi anche Leone Marsicano. Questi monaci avevano anche la missione specifica di approfittare dell’occasione per rivendicare dal vescovo Guglielmo di Larino il possesso della chiesa di S. Nicola che si trovava  in castello S. Martini iuxta portas eiusdem castelli .

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Il resoconto dell’incontro fu fatto dalle stesso Leone (qui hoc memoratorium seu convenientiam inter nos factam ex iussione prefati Oderisii abbatis a nobis rogatus descripsit) e fu successivamente trascritto da Pietro Diacono nel suo Registrum al foglio 234, numero 557.

Erano presenti, tra gli altri anche Bisanctus, arcivescovo di Trani, e Landulfo, vescovo di Civitate.

In maniera amichevole, il Vescovo Willelmus (Guglielmo) accettò la rivendicazione dell’Abate Oderisius su S. Nicola, ma si convenne che la chiesa sarebbe rimasta nel suo possesso nel corso della sua vita come beneficio.

Tuttavia i monaci di Montecassino, per conto dell’abate Oderisio, posero la condizione che la concessione fosse gravata dell’impegno, che il vescovo Guglielmo accettò, di inviare ogni anno a Montecassino, nel giorno di San Benedetto cento buone anguille o cento buone seppie (causa recognitionis et nomine census aut centum bonas anguillas aut centum sepias bonas)

Il vescovo Guglielmo contestualmente restituiva ai monaci una carta sottoscritta dalla quale risultava che la chiesa gli era stata consegnata da Roberto I di Loretello.

Fin qui le notizie storiche. Ci piacerebbe sapere, invece, dove si trovava questa chiesa di cui apparentemente non rimane traccia nell’attuale nucleo abitato di S. Martino.

Due citazioni che si trovano in due documenti di qualche anno successivo sono utilissimi indizi per capire qualcosa di più.

Il primo è un atto riportato di nuovo nel Registro di Pietro Diacono (L. IV, cap. 59) con il quale Girardo, abate di Montecassino, nell’anno 1115, concede una indennità per il vestiario necessario anche per le cerimonie dei monaci che vivevano in quei monasteri dipendenti da Montecassino situati nel territori della contea di Termoli.

Tali beni erano appartenuti al milite Oldiberto ed erano stati donati a Montecassino dal conte Roberto: Ego Giradus Dei gratia Cassinensis monasterii Abbas …. Concessi etiam ecclesiam S. Nicolai, quae est in castro S. Martini, cum omnibus, quae ad eam pertinent, cum hominibus, et terris, et universis rebus mobilibus, et immobilibus, sesque moventibus.

Il secondo è un privilegio di Innocenzo II con il quale egli confermò quei beni a Montecassino nell’anno 1137. Tra essi anche ecclesiam S. Nicolai prope portam castri Martini in Pesulo che chiarisce che la citata chiesa di S. Nicola sia quella situata nel castro di S. Martino in Pensilis.

Quest’ultima citazione fa sapere in maniera inequivocabile che la chiesa si trovava presso la porta sulle mura di difesa di S. Martino.

Orbene S. Martino aveva probabilmente solo due porte. Una nei pressi della chiesa di S. Giuseppe e l’altra nelle vicinanze del castello. Esattamente davanti alla chiesa che oggi porta come suo titolare S. Pietro.

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Non si hanno notizie sull’origine di questa attuale intitolazione, ma la presenza di reperti di varie epoche inseriti nelle murature sono un chiaro suggerimento a far ritenere che questa chiesa sia stata più volte trasformata nel tempo.

L’impianto della Sagrestia, inoltre, fa immaginare che una chiesa più antica coincidesse con questa parte della chiesa attuale. Peraltro con un asse longitudinale ortogonale all’asse di quella attuale.

Ma c’è un elemento che in qualche modo è una ulteriore conferma che nell’ambito della chiesa di S. Pietro esistesse una chiesa di epoca sicuramente normanna: il catino di un fonte battesimale venuto alla luce durante i lavori di rifacimento del pavimento qualche decennio fa.
Si tratta di una vasca di grandezza non particolarmente rilevante, ma di sicuro interesse per l’originalità degli elementi scultorei che in basso rilievo caratterizzano l’esterno del fonte.

Si tratta della rappresentazione di una serie di girali vitinei dai quali spuntano grandi foglie e grappoli di uva  ricchi di acini.
Fin qui non vi sarebbe nulla di particolare se non apparisse in primo piano un grande leone che con la zampa anteriore destra sta abbrancando un grappolo d’uva per portarlo alle fauci.
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Il leone è notoriamente un animale carnivoro ed è certamente singolare che stia per divorare un grappolo d’uva. E’ evidente che la rappresentazione debba essere interpretata per i significati simbolici e non per l’anomalia e l’illogicità della scena.

I due soggetti, l’uva e il leone, vanno considerati dunque per quello che significano e non per quello che sono nella realtà.

L’uva è il frutto dal quale si produce il vino e nella tradizione liturgica cristiana il vino è l’elemento che rappresenta il sangue di Cristo. Ed è il vino che nella celebrazione della messa, al momento nella consacrazione, si trasforma nel sangue redentore.

Senza il vino nella liturgia cristiana non sarebbe possibile celebrare la messa ed è certamente questo uno dei motivi per cui nelle contrattazioni tra gli abati benedettini ed i coloni vengano stabilite precise regole per la fornitura annuale del vino quale parte del corrispettivo per la concessione dei terreni.

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Conseguentemente il leone che mangia l’uva non rappresenta un animale carnivoro che sia divenuto vegetariano. E’ chiaro che dietro l’immagine si nasconda un significato particolare.

Forse ci può essere di aiuto a trovare la soluzione l’emblema di Montecassino che è costituito da uno scudo partito in due campi. Sul primo campo appare una torre, sull’altro campo un leone rampante.

La torre, secondo la tradizione cassinese, sarebbe l’edificio residuo delle antiche strutture murarie romane entro le quali S. Benedetto organizzò la sua residenza e il suo primo monastero. Il leone, invece, rappresenta in generale l’abate che, applicando i principi della Regola fondata sul pregare e lavorare, vigila sul monastero inteso come comunità religiosa, ma anche sulle sue proprietà che ne garantiscono la sopravvivenza.

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Orbene non escluderei a questo punto che la rappresentazione abbia un significato monitorio legato proprio alla volontà di affermare il potere dell’abate di Montecassino sulla chiesa di S. Nicola. Potere che si concretizza con la rivendica della titolarità della proprietà patrimoniale della chiesa di S. Nicola precisamente richiamata nel memoratorium sottoscritto a Melfi tra il vescovo larinese Guglielmo e Leone Marsicano.

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Ma mentre sembrerebbe piuttosto semplice interpretare l’originale rappresentazione del leone di S. Martino in Pensilis, altrettanto semplice non è capire cosa vogliano significare altri leoni nel Molise, di epoca compresa tra quella longobarda e quella angioina, ovvero tra il X e il XIV secolo.

 

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S. Maria della Strada. Pseudo-protiro. Matrice.

 

Di sicuro significato apocalittico il leone che è rappresentato sullo pseudo-protiro della basilica di S. Maria della Strada in agro di Matrice. Nello stesso pannello si vede in alto un leone che aggredisce il cavallo con la coda alzata mentre il cavaliere sta per colpirlo con la spada e in basso lo stesso leone disteso cadavere con la coda in mezzo alle gambe a significare che ha perso la sua forza e la sua potenza. La scena, evidentemente, sintetizza il senso di tutto. Il cavaliere a cavallo è la rappresentazione di Fedele il Verace. Il cavallo bianco viene assalito dal leone che è la sintesi delle forze inviate dal falso profeta. Il cavaliere brandisce la spada e si prepara a trafiggere il leone. La conclusione è la morte della bestia e del falso profeta che finiscono insieme sotto terra.

 

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S. Maria di Canneto a Roccavivara

 

 

 

Diverso, ma incomprensibile, il significato del leone alato che sta insieme all’agnello crucifero nella lunetta del portale della basilica di S. Maria di Canneto in agro di Roccavivara dove, comunque, l’estradosso è formato da una fascia con un lungo tralcio vitineo irregolare dal quale pendono foglie e grappoli d’uva.

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S. Giorgio. Petrella Tifernina

 

Forse invece ha solamente un significato decorativo o genericamente fantastico la serie di leoni che appaiono sui capitelli della basilica di S. Giorgio a Petrella Tifernina, databili nel XII secolo.

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Leone di Ripabottoni

 

Più recente, di epoca angioina e più precisamente del 1330 il leone erratico che sopravvive sulla facciata di una casa di Ripabottoni.

 

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Capitello di Castelbottaccio.

 

Invece forse di epoca normanna, tra l’XII e il XII secolo, il capitello erratito riutilizzato come base della croce stazionaria di Castelbottaccio. Non solo è sconosciuto il suo luogo di provenienza, ma è anche complessa l’interpretazione delle figure che sono distribuite sulle quattro facce.

A vederlo senza sapere il contesto da cui proviene sembrerebbe un capitello definibile genericamente medioevale. Sicuramente chi lo scolpì ha seguito un ragionamento nel collocare le figure che, con evidenza, non rispondono a regole di simmetria e tantomeno a criteri di semplice decorazione.

Ad una serie di palmette in acanto spinoso messe in verticale, integrate da fogliame fantastico all’interno del quale appare anche un aquilotto in volo che ghermisce una preda, segue il profilo di un leone passante con la coda fra le gambe e una lunga e sottile lingua che esce dalla bocca. Subito dopo, sullo spigolo del capitello, sembra potersi vedere l’immagine di una donna vestita di una corta tunica e con le braccia rivolte verso l’alto come una cariatide medioevale nell’atto di sostenere qualcosa. Del tutto mancate è la testa ed il braccio destro.

A lato, proseguendo verso destra, si vede un serpente ritratto in posizione verticale con la testa rigirata all’indietro, la bocca aperta nell’atto di trattenere qualcosa che sembra un pomo e la coda attorcigliata. Sicuramente singolari sono le sue piccole orecchie che esaltano il suo diabolico significato simbolico.

Infine, vi è l’immagine ancora di profilo di un leone che, però, ha la coda rigirata in alto lungo il dorso. Un animale disteso tra le sue zambe sembra un cane con la pancia rivolta verso l’alto.

Una particolarità di questi due leoni sono le zampe che hanno i piedi rivolti all’indietro come quelli che appartengono ai leoni marini di una certa tradizione medioevale fantastica.

L’interpretazione non è semplice, ma la datazione non dovrebbe andare oltre l’epoca normanna. E’ presumibile che il capitello provenga da una scomparsa chiesa del territorio e che, conseguentemente, i significati di quelle figure andrebbero ricercati nelle descrizioni bibliche.

 

http://www.francovalente.it/2009/04/27/cento-anguille-e-cento-seppie-annuali-per-una-chiesa-di-s-martino-in-pensilis/
http://www.francovalente.it/2007/09/22/s-martino-in-pensilis-ed-il-suo-castello/

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3 Commenti

  1. bruno sardella 9 dicembre 2013 at 16:11

    Caro Franco, come vengono interpretati i leoni e le altre bestie sulle chiese italiane dello stesso periodo? spesso su questi argomenti leggo (non da te evidentemente) interpretazioni fantastiche, poco realistiche. forse bisogna tener conto del fatto che il Molise era anche all’ora zona piuttosto periferica e che certe rappresentazioni vengono riprese da modelli esterni.

  2. Franco Valente 9 dicembre 2013 at 20:14

    Carissimo Bruno, in effetti per capire il significato della figura del leone nella simbologia medievale bisogna prima di tutto capire il contesto in cui è collocato. Per esempio sulla facciata della chiesa di S. Maria della Strada ha un significato negativo. In altri casi rappresenta il potere dei vescovi o degli abati che sono a difesa della chiesa. Comunque sono sempre considerati animali carnivori. Il leone di San Martino invece mangia l’uva. E’ una cosa del tutto insolita che mi ha fatto immaginare un significato assolutamente originale.

  3. Giuseppe Zio 8 aprile 2018 at 09:50

    Franco, la prossima volta che vieni ti faccio vedere come un vicolo che si affaccia sul muraglione si chiami “vico san nicola” e come alcune case di detto muraglione hanno delle cantine e delle fondamenta “antiche”. In più lo stesso colle, prima di diventare una passeggiata con il cosidetto muraglione, con decreto firmato da Ferdinando IV nel 1847, veniva chiamato Colle di San Nicola, tanto è vero che quando si facevano le prove dei carri in paese e tornavano da quella parte, si diceva corrono “i carre de Sante Necole”.Il documento del 1089 non parla di una porta generica di san Martino ma proprio della Porta di San martino che è quella che arriva davanti alla Chiesa! Ergo, secondo me, si può concludere con sufficiente sicurezza, che il monastero di San nicola si estendeva proprio sul Colle di San Nicola, ovvero l’attuale Muraglione! Anche il Tria lo pone lì!Ti saluto fraternamente!

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